Danilo Barreca
Il buon risultato delle amministrative e del referendum ci dice che
possiamo guardare al futuro con maggiore ottimismo. Penso che rispetto
alle rivolte del Nordafrica (Libia esclusa), si debba rafforzare il
livello di relazione con quelle popolazioni. Va ribadito il nostro sostegno
ai movimenti, a partire dalla vicenda No Tav e penso che alla costituente
sui beni comuni di deve proporre da subito una mobilitazione per la
raccolta delle firme sul referendum per abbattere la legge 30. Inoltre
penso che sulla corruzione dilagante che attraversa il Paese il Partito
dovrebbe assumere delle iniziative concrete. Giudico negativamente l’accordo
siglato dalla Cgil il 28 giugno, penso che su questo tema bisogna costruire
un momento di riflessione con i lavoratori. Su quanto accaduto in Calabria
dico solo che nulla accade per caso, più volte ho denunciato
la degenerazione di alcuni comportamenti, e per questo ho pagato un
prezzo molto alto con il licenziamento al gruppo regione e con la mancata
ricandidatura alle elezione provinciali nel collegio di Reggio-Sbarre,
dove alle elezioni del 2006, con circa seicento preferenze, sfiorai
l’elezione, in un territorio tradizionalmente di estrema destra.
Questa vicenda mette in evidenza la decadenza della politica calabrese,
dove il modello Reggio, sempre più sta diventando modello Calabria.
Dobbiamo comprendere quello che è accaduto affinché non
si ripeta mai più. Nessuno attraverso il potere economico deve
condizionare la vita democratica di un partito. Dobbiamo guardare avanti
e costruire un partito che sappia interpretare i bisogni dei tanti calabresi
onesti per costruire una nuova stagione di riscatto. Per fare questo
è utile uscire dal bipolarismo, quindi dobbiamo sostenere attivamente
la raccolta firme a favore dei quesiti referendari per una legge elettorale
proporzionale che superi il bipolarismo.
Salvatore Bonadonna
Il limite maggiore che la sinistra di alternativa deve superare è
la incapacità di superare la coazione a ripetere. È paradossale
che mentre diciamo che la crisi ha un caratteri sistemico, che tutto
è messo in discussione nei rapporti sociali, economici e culturali
a livello nazionale ed internazionale, i parametri entro cui collochiamo
le nostre azioni sono quelli che abbiamo sperimentato, nel bene e nel
male, dentro la fase politica che sta arrivando a conclusione. Il ventennio
della seconda repubblica si chiude dentro la crisi della globalizzazione
alla quale l’Europa e ancor meno l’Italia sanno dare una
risposta adeguata; il capitale finanziario sta imponendo le sue leggi
agli stati e ai governi e la politica, invece di riprendere fino in
fondo la sua funzione di scienza della trasformazione, appare sciogliersi,
sfarinarsi.
La politica come esercizio dell’amministrazione dell’esistente
ha mostrato il suo fallimento e, non a caso, si esaurisce ormai nelle
faide di potere tra gruppi e persone che lo hanno esercitato avvalendosi
di leggi elettorali “porcata”, di bipolarismo del pensiero
unico, di maggioritario senza egemonia. L’esito dei referendum
rappresenta in modo evidente che ritorna una domanda di politica ancorata
a principi e valori forti, a visioni del mondo condivise, a democrazia
partecipata che contesta la delega.
Per questo l’accordo interconfederale firmato anche per un grave
cedimento della CGIL sul terreno della propria concezione della democrazia,
oltre che una grave lesione ai diritti dei lavoratori, appare come l’estremo
tentativo di una classe imprenditoriale senza idee e progetti, di salvare
i propri profitti scaricando sui lavoratori il costo della competitività;
per questo è necessario sostenere la FIOM e ogni azione volta
a recuperare iniziativa e conflitto. Quando oltre quaranta anni fa,
si propose la questione se dovessero essere le vecchie e gloriose Commissioni
Interne o i consigli di fabbrica eletti su scheda bianca e le assemblee
a validare le piattaforme e i contratti, nel confronto politico aspro,
Bruno Trentin amava raccontare la storia della ranocchia e del ranocchio
che si incontrano in uno stagno: il ranocchio corteggia la ranocchia
e lei si schermisce dicendo “non sono una ranocchia ma una principessa
trasformata dal sortilegio di una strega invidiosa e brutta; ma verrà
un principe che con un bacio mi farà tornare principessa”;
al che il ranocchio, inorgoglito: “neppure io sono un ranocchio,
sono un metalmeccanico”, e quando la ranocchia chiede le ragioni
della trasformazione, il ranocchio, disorientato, risponde “ ma,
io non so! Ha fatto tutto il sindacato!!” Trentin concludeva dicendo
che mai più si dovesse ripetere una cosa simile.
Accordo sindacale e referendum sono due facce contraddittorie della
fase in cui siamo chiamati ad agire.
Bene dunque la organizzazione di un momento di studio sulla attualità
del comunismo, come ha proposto Ferrero; suggerisco che più corretto
ed opportuno sarebbe parlare di attualità del socialismo, come
alternativa al capitalismo, dato che il richiamo al comunismo, storicamente
determinato, non ha dato buoni esiti. Bene anche il seminario sul partito
che sarebbe opportuno si rivolgesse anche alla crisi della politica,
e delle sue forme, senza le cadute qualunquiste che sono, purtroppo,
di moda.
Ferrero propone un Congresso unitario che non esponga il partito, già
debole, a lacerazioni; d’accordo. Ma l’unità non
è assenza di confronto ne può essere una sorta di congelamento
dei gruppi dirigenti legati dal patto di gestione scaturito dopo la
scissione vendoliana. Bisogna pur prendere atto che la proposta di costruire
l’unità a sinistra attraverso la Federazione si è
dimostrata inefficace, un cartello elettorale che non ha neppure funzionato
come si pensava. Bisogna fare i conti con una crisi del PD che non riesce
ad esprimere una ipotesi di alternativa alle politiche fallimentari
e antipopolari con cui Berlusconi e Tremonti hanno gestito la crisi
economica. Confrontarsi con SEL al cui interno si manifestano contrasti
profondi su questioni fondamentali come l’accordo sindacale e
i referendum per il ripristino del sistema proporzionale. Non è
sufficiente ribadire la disponibilità al fronte democratico per
mandare a casa Berlusconi e chiedere l’intesa con il PD con la
garanzia di non partecipare ad un eventuale governo ma di sostenerlo
per evitare il ritorno della destra. La situazione richiede il coraggio
di sfidare la sinistra moderata su una proposta di alternativa di politica
economica e sociale quale viene dai referendum sull’acqua; richiede
di fare i conti con la riforma dello Stato sociale lungo una linea di
uguaglianza e solidarietà, con la riforma della economia e della
politica attraverso forme nuove di democrazia e di partecipazione e
controllo dei lavoratori sull’impresa. E su questo terreno ricercare
una robusta piattaforma di governo sulla quale impegnare tutta la disponibilità
nostra e di quanti si cimentano nella costruzione dell’alternativa.
Diversamente si rimane prigionieri del passato, si legittima la politica
moderata ritagliando per se una ipotetica presenza parlamentare di testimonianza.
Per questo la questione del governo è decisiva di una strategia
non di una banale scelta “governista”.
Su questi terreni va sviluppato il confronto tra di noi e sarebbe auspicabile
un congresso nel quale potessero confrontarsi, laddove si manifestassero,
tesi diverse in maniera limpida e trasparente. Per questo le regole
con le quali daremo vita al Congresso sono importanti: possono rappresentare
la continuazione dell’esistente, fatto di patti di gestione del
partito tra correnti o, viceversa, l’alimentazione di un soggetto
politico che guarda alla costruzione della sinistra che serve oggi per
l’alternativa di società e di governo. Questa sfida ridarebbe
a Rifondazione un ruolo che difficilmente potrebbe essere ignorato od
oscurato; si passerebbe dalla marginalità al protagonismo.
Bianca Bracci Torsi
Credo che il risultato dei referendum ci dia qualche elemento di analisi
in più e qualche indicazione di lavoro da sommare alla soddisfazione
per una vittoria andata oltre le più ottimistiche previsioni.
L’acqua è une bene comune per eccellenza, necessaria e
preziosa per tutti come sanno gli abitanti di zone del nostro paese
che ancora debbono misurarne l’uso, , ma il sì di massa
alla sua gestione pubblica non segna anche la negazione dello sciagurato
slogan “privato è bello” così caro al libero
mercato? Il rifiuto delle centrali nucleari è senz’altro
dovuto anche alla recente tragedia giapponese il cui incubo è
prevalso anche sulle speranze di posti di lavoro. Ma è certo
che è stata elevata a problema nazionale una lotta finora presente,
pur con grande determinazione e costanza, nei territori direttamente
coinvolti come la Sardegna. Infine il legittimo impedimento. Era il
quesito meno pubblicizzato e meno legato alla vita quotidiana eppure
il numero dei votanti e la percentuale dei sì è stata
più o meno pari agli altri. Un effetto di traino, un successo
dell’antipolitica dei grillini? E’ probabile il peso di
entrambi questi elementi ma quel che emerge in modo chiaro è
la caduta verticale del carisma di Berlusconi e l’aspirazione
a una giustizia davvero “uguale per tutti”. Le risposte
uguali a quesiti diversi ci danno un (finalmente positivo) elemento
di analisi e una indicazione di lavoro. Tutti e tre stanno a dimostrare
una secca condanna del liberismo e una scelta dei mezzi per uscirne,
direi un principio di presa di coscienza che spetta anche a noi far
crescere partendo dai conflitti territoriali e di lavoro troppo spesso
ancora costretti nei limiti di categoria o di municipio, se vogliamo
che questo successo non resti isolato ed esposto a tentativi già
in atto di limitarlo o annullarlo (la libera scelta fra acqua pubblica
o privatizzata del Pd, e la gravissima resa al nemico di classe della
Cgil). Un impegno necessario per portare a un rapporto giusto con la
politica e una nuova militanza lavoratori e cittadini democratici anche
in vista della campagna che ci aspetta per una nuova legge elettorale
che, insieme alla difesa della Costituzione, appare ancora a gran parte
dell’elettorato qualcosa di “politicista” riservato
agli addetti ai lavori e lontano dai problemi sempre più pesanti
della realtà di ognuno. E questo ci richiama alla necessità
di una maggiore e più preoccupata attenzione al riproporsi di
un neofascismo appena mascherato che si esprime nelle aggressioni di
strada, di scuola, di stadio come nelle proposte governative di abrogare
il divieto costituzionale alla “ricostituzione del disciolto partito
fascista, sotto qualsiasi forma”, alla revisione di libri di testo
di parte antifascista, alla parificazione tra partigiani e reduci di
Salò, oltre che nell’appoggio a interventi sulle condizioni
di lavoro ed il ruolo del sindacato che ripropongono, con poche varianti,
le corporazioni di Mussolini. Un nuovo movimento antifascista, essenzialmente
composto di giovani e giovanissimi, esiste e sta crescendo e organizzandosi
in reti e coordinamenti e vede presenti quasi dappertutto i giovani
comunisti e gli iscritti all’Anpi ma la sua crescita e visibilità
deve diventare una scelta di condivisione e di internità per
tutto il Partito e per la Federazione della Sinistra.
Alberto Burgio
Care compagne e cari compagni,
a me pare che la fase politica attuale si collochi dentro la polarità
instabilità/stabilizzazione, reattività sociale/normalizzazione.
Pensiamo, per cominciare, alle insurrezioni nel nord Africa. Quale prospettiva
possiamo immaginare dopo le rivolte (che peraltro continuano in Siria
e in Egitto), mentre prosegue la guerra della Nato in Libia (finalizzata
alla instaurazione di un protettorato anglo-francese), gli Stati Uniti
si disimpegnano per concentrarsi sul Golfo e l’Asia centrale e
l’Europa registra crescenti divisioni al suo interno?
Da una parte va riconosciuto il dato di fatto che le rivolte testimoniano
l’emergere di un sottosuolo ribollente: le società possono
essere sedate (con dosi più o meno massicce di violenza) ma non
possono essere pacificate dentro la cornice della divisione internazionale
delle risorse e delle funzioni di comando. Questo resta un dato strutturale,
attivo sul lungo periodo. Ma, dall’altra parte, non può
essere affatto esclusa l’ipotesi di un assorbimento dell’onda
d’urto, cioè di una sostanziale restaurazione del precedente
quadro politico. Mi pare vadano in questa direzione non solo le vicende
egiziane e le dure repressioni in Siria, ma anche la situazione maturata
in Giordania, Yemen e Bahrein e, sin dall’inizio, in Algeria.
Rispetto a questo quadro ambivalente c’è una analogia (non
priva di ragioni nel contesto mondiale del comando capitalistico) con
la situazione interna dei Paesi europei e del nostro Paese in particolare.
In Italia (per limitarci a una descrizione sommaria) il voto di maggio
e di giugno ha registrato una forte presa di parola della società,
della sua ampia e persino maggioritaria componente democratica e critica:
una presa di parola tanto più significativa, se consideriamo
il deficit di direzione politica del “popolo della sinistra”.
Ma è sin troppo evidente, per contro, il tentativo – in
particolare del Pd – di imbrigliare la domanda di liberazione
posta dal Paese. Pensiamo alle valutazioni duramente ostili nei confronti
delle lotte in Val di Susa; alla guerriglia sull’acqua (che non
è quella della Puglia, come qui è stato sostenuto, ma
quella aperta dagli amministratori delle cosiddette regioni rosse);
alla vicenda dell’accordo interconfederale, caratterizzata da
un marcato connotato politico; alla posizione anti-proporzionalista,
infine, assunta sulla legge elettorale. Il tutto sullo sfondo dell’ostentata
ricerca di un’intesa privilegiata con l’Udc.
Anche in questo caso si ripropone il classico gioco tra azione e reazione.
Chiediamoci allora come si svilupperà questo gioco.
La sequenza dei voti tra maggio e giugno ha segnato un passaggio rilevantissimo,
mostrando l’esistenza di una straordinaria potenzialità
trasformativa del nostro Paese, che va ben al di là dei pur importanti
contenuti dei referendum e della partita amministrativa e investe frontalmente
lo stesso modello sociale e la sua gestione neoliberista. Detto questo,
raccomanderei di evitare – tra noi – di precipitare per
l’ennesima in previsioni del tipo “non si tornerà
più indietro”, “nulla sarà più come
prima”, previsioni a cui siamo stati abituati da una certa retorica
politica e che proprio per il loro ripetersi diventano ridicole. La
verità è che siamo nel guado, e in mezzo a correnti fortissime.
Il dato cruciale è l’instabilità generale che sovrasta
l’intero quadro politico-economico e sociale del Paese. Una instabilità
radicata nella struttura produttiva del Paese e che coinvolge gli stessi
“poteri forti”, anche se il padronato italiano e la speculazione
del grande capitale nazionale lucrerà anche su questa crisi del
debito e sulle misure economiche che ne conseguiranno.
Siamo entrati in una fase di acutissima turbolenza, simile a quella
dei primi anni Novanta e destinata ad accrescersi sino al 2014, il che
significa che abbiamo dinanzi, con tutta probabilità, tre anni
di devastante macelleria sociale a danno di un Paese già stremato.
È molto significativo che tra centrodestra e centrosinistra la
polemica sulla manovra Tremonti verta sulla tempistica (su chi sarà
chiamato ad applicarla) piuttosto che sui contenuti, in buona sostanza
assunti come ovvi.
Dicevo della turbolenza finanziaria e dell’urto che essa scaricò
sulla condizione materiale delle classi lavoratrici all’inizio
degli anni Novanta. Il guaio è che, rispetto a quel momento,
oggi la sinistra è più debole, frammentata e arretrata,
e lo stesso vale per il centrosinistra (il Pds manteneva con le sue
radici legami ben più stretti di quanti non ne abbia oggi il
Pd).
Se questo è vero, qual è l’indicazione che emerge
in questo quadro?
A me pare che proprio questa situazione sfavorevole imponga la ricerca
della più vasta unità possibile a sinistra, precisamente
allo scopo di mettere a valore e incrementare il potenziale critico
espresso nel voto dal Paese, e – a monte – dalle mobilitazioni
della Fiom e del movimento No-Tav, dalle lotte per la scuola e l’università
pubbliche, i beni comuni e i diritti civili e dalla battaglia delle
donne contro il patriarcato. Le difficoltà con cui siamo costretti
a fare i conti impongono la ricerca della massima unità, per
così dire, “orizzontale” tra l’insieme delle
forze critiche, politiche e di movimento, a cominciare dalla Fds, contro
la quale sono state pronunciate in questo nostro dibattito parole a
dir poco fuori luogo; e la massima possibile unità “verticale”
tra le forze politiche della sinistra nelle sue diverse articolazioni.
Per quanto possa apparire paradossale (ma le contraddizioni sono nei
fatti), dell’unità si ha tanto più bisogno quanto
più essa è difficile. E la difficoltà connota la
situazione presente come connotava la situazione in cui Rifondazione
Comunista è nata vent’anni fa – tanto per chiarire
che, nella sostanza, la fase è ancora quella, con buona pace
delle estemporanee teorie che registrano “nuovi cicli” politici
e storici ad ogni piè sospinto.
Se questo è vero, il nostro compito è ricercare sempre
il difficile equilibrio tra la piena autonomia del partito e della Fds
(autonomia nel giudizio e nella definizione della linea) e una tenace
pratica unitaria, astenendoci da qualsiasi forzatura foriera di lacerazioni
(come diversi compagni hanno giustamente osservato a proposito delle
irricevibili espressioni – irricevibili perché insultanti
– da taluno usate per criticare il pur pessimo accordo sulla contrattazione).
Il 2011 sta dentro la fase aperta dal 1989-91, che a sua volta rimanda
alla cesura degli anni Settanta, cioè alla fine dei cosiddetti
“Trenta gloriosi”. Dobbiamo avere ben chiaro che finché
questa fase storica non si sarà esaurita, le condizioni generali
saranno avverse alle nostre lotte, e dovremmo tenerne conto quando snoccioliamo
i nostri pur sacrosanti obiettivi strategici. Le insorgenze che le società
manifestano (in Italia come in Spagna e Grecia, come nel nord Africa,
ma anche in Inghilterra, se pensiamo al movimento contro le leggi sull’università)
dimostrano che la partita non è affatto chiusa. Ma una considerazione
sobria della realtà ci induce ad aggiungere subito che essa è
lunga e che oggi non la giochiamo in posizioni di forza.
Due parole, infine, sul Congresso.
Il tema dell’unità riguarda anche il partito, quindi condivido
appieno l’auspicio che si riesca a fare un Congresso unitario.
Ma sono molto d’accordo anche con quei compagni che ci ricordano
che, se la prendiamo sul serio, anche l’unità tra noi è
un obiettivo che va perseguito: è un fine, non un presupposto.
L’unità è un obiettivo che va perseguito in spirito
di verità e di onestà intellettuale, altrimenti si tratterà
di una pura e semplice finzione, e il risultato del Congresso sarà
inferiore alle esigenze e alle nostre stesse possibilità, e tale
da non consentirci di fare un solo passo in avanti verso la soluzione
dei problemi con i quali il partito deve fare i conti.
Questo, a mio giudizio, significa, in sintesi, due cose.
La prima è che abbiamo bisogno di un confronto vero, esigente,
già nelle Commissioni, affinché l’unità sulla
politica risulti dalla sintesi più alta delle diverse prospettive,
che vanno seriamente assunte come una ricchezza.
Da qui segue la seconda considerazione, relativa alle aree o correnti
che dir si voglia. Su questo tema suggerirei molto semplicemente di
invertire l’ordine del discorso: le aree-correnti (non interessa
qui porre questioni terminologiche) non preesistono alle nostre divergenze
pratiche e politiche (e per divergenze pratiche intendo anche quelle
prodotte dalle modalità di gestione del partito) ma ne conseguono,
chiamando in causa scelte e pratiche del gruppo dirigente, in misura
direttamente proporzionale alle responsabilità ricoperte. Anche
in questo caso è questione in primo luogo di onestà intellettuale,
perché in questo discorso una cosa credo non si possa assolutamente
fare: brandire l’argomento dell’unità del partito
usandolo come un’arma per la lotta interna.
Maria Campese
Questa nostra discussione si colloca all’indomani di importanti
appuntamenti, elettorale e referendario, che hanno avuto un esito non
scontato.
Il risultato delle elezioni amministrative ci hanno consegnato un quadro
in cui le forze del centrosinistra complessivamente avanzano e che vede
una sostanziale tenuta del Partito Democratico, un arretramento dell’Italia
dei Valori, il mancato decollo elettorale di SEL, un risultato di sopravvivenza
della Federazione della Sinistra.
L’analisi del voto fa emergere che la FdS ottiene risultati migliori
laddove va in alleanza, poiché il sistema maggioritario penalizza
le liste che si presentano da sole o in alleanze poco credibili (ai
fini dell’esito delle votazioni): insomma emerge che il voto utile
condiziona fortemente il consenso.
Il tema quindi oggi è quello della modifica della legge elettorale,
perché solo se si opera in direzione dello scardinamento del
bipolarismo potremo affrancarci dal condizionamento di costruire le
alleanze a prescindere e potremo caratterizzare la nostra proposta politica.
L’altra importante consultazione è stata quella dei referendum.
Il risultato dei referendum è stato straordinario, anche grazie
al protagonismo delle nostre compagne e dei nostri compagni. Siamo stati
dal primo momento nel comitato promotore dell’acqua e abbiamo
contribuito anche noi alla formulazione dei quesiti referendari, così
come abbiamo sostenuto convintamente i referendum sul nucleare e sul
legittimo impedimento. Oggi dobbiamo vigilare affinché si dia
attuazione all’esito dei referendum, poiché c’è
il rischio serio che si dia una interpretazione riduttiva della volontà
espressa dalla consultazione: il PD, che aderisce ai referendum all’ultimo
minuto utile, all’indomani del risultato, per bocca del suo segretario,
dichiara che il risultato del referendum sull’acqua va interpretato
come ritorno alla doppia opzione pubblico/privato.
In questo quadro, all’indomani di tali importanti risultati, il
governo delle destre prepara una manovra finanziaria con pesanti tagli
agli enti locali (9,6 miliardi in meno); la crisi avanza, aumenta la
richiesta di assistenza ed il governo taglia. Le regioni, le province
ed i comuni non saranno più in grado di dare ai propri cittadini
i servizi minimi essenziali. E la situazione peggiorerà sempre
più per il Mezzogiorno d’Italia con la piena attuazione
del federalismo fiscale; del resto, misure sperequative fra Nord e Sud
sono in campo già da tempo; un esempio su tutti: la distribuzione
del fondo sanitario nazionale alle regioni viene da anni fatta con criteri
tali da far stanziare E. 127 procapite ai cittadini del Nord e E. 40
procapite ai cittadini del Sud. Un dato che si commenta da solo.
Alla luce dei risultati elettorali e referendari e in considerazione
della iniqua manovra finanziaria si è sviluppata la discussione
sulle alleanze possibili per cacciare il governo delle destre. In tale
discussione la FdS è assente: sia perché c’è
la volontà di espellerci dal quadro politico, sia perché
noi per primi ci siamo tirati fuori dall’ipotesi di possibili
alleanze per un governo di centrosinistra.
Penso sia stato sbagliato tirarci fuori dal confronto politico: dovremo
verificare, a partire dai contenuti programmatici, la possibilità
di alleanze di governo.
Abbiamo lanciato l’ipotesi di un polo della sinistra. Chiedo:
per fare cosa?
Se l’ipotesi è quella del confronto sui contenuti programmatici
per verificare la fattibilità di un’alleanza l’aggregazione
vedrà il coinvolgimento delle forze che non escludono a priori
l’ipotesi del governo. Se altrimenti noi escludiamo qualsiasi
coinvolgimento in alleanze per un governo del centrosinistra, allora
il polo di sinistra dovremo costruirlo con Sinistra Critica ed il PdAC.
Alla luce del posizionamento nel terso polo dell’IDV, dovremo
anche rivedere l’ipotesi di avere tale forza fra i soggetti privilegiati
al confronto. Il nostro interlocutore privilegiato rimane SEL, ma possiamo
noi continuare a dire di voler costruire l’unità a sinistra
e contemporaneamente, ogni giorno, dalle pagine di Liberazione, attaccare
Vendola ed il governo regionale pugliese? È veramente la Puglia
la regione con il governo più arretrato fra quelli del centrosinistra?
Non si fa un confronto fra le politiche messe in campo nelle regioni
a presidenza PD e si criminalizza il governo pugliese. Su Liberazione
ogni giorno si reitera la stessa, identica, dichiarazione del comitato
pugliese per l’acqua, e si raccolgono attacchi di dirigenti di
partito sulle questioni più svariate. Ma è, o non è,
la regione Puglia l’unica ad aver trasformato l’ente Acquedotto
Pugliese da spa in ente di interesse pubblico? Vogliamo dirlo o no.
Il comitato pugliese per l’acqua lamenta che la legge approvata
non è pienamente rispondente a quanto concordato in sede di stesura:
da allora sono trascorsi anni-luce in termini di vincoli economico-finanziari.
Ma il dato più preoccupante che rilevo è che dirigenti
nazionali del Partito possano provare soddisfazione se il governo pugliese
soccombe al voto rispetto alla destra, su una questione demagogica,
nell’unica regione che non usufruisce del premio di maggioranza.
Si ritiene forse che attaccare Vendola ci porti più consenso?
No, indebolisce tutti.
Liberazione oggi porta avanti una linea politica che sembra dettata
da Sinistra Critica e dal Pdac, su posizioni minoritarie, settarie,
contro ogni ipotesi di governo.
Penso non ci sia rispondenza con la linea politica del Prc sancita nei
documenti votati dagli organismi dirigenti, ma se la linea politica
del Partito dovesse coincidere con quella portata avanti da Liberazione
allora si dovrebbe uscire da tutti i governi locali, ai diversi livelli;
e bisognerà costruire un polo della sinistra che si accontenta
dell’0.8% di consenso, e che sta fuori dalla rappresentanza istituzionale.
Il congresso unitario che ci aspetta, proprio perché unitario,
potrà, dovrà, costituire l’occasione per una discussione
vera su questi nodi, una discussione non più rinviabile.
Luca Cangemi
É necessario che il congresso sia un momento forte di protagonismo
dei compagni e delle compagne del partito ma che sia in grado anche
di parlare all’esterno. Quest’obiettivo richiede modalità
adeguate in tutto il percorso (in particolare una discussione aperta
alle soggettività con cui vogliamo interloquire, sin dai congressi
dei circoli) ma soprattutto riguarda la qualità dell’analisi
di fase e della proposta politica, la capacità di dire parole
significative sul contesto complesso in cui questo nostro appuntamento
si situa. Un contesto, sottoposto a tensioni e accelerazioni, che richiede,
una costante capacità di lettura e intervento.
Il congresso “deve” essere unitario è stato detto
da molti e molte- con argomentazioni che condivido- sulla fase politica,
sullo stato del Partito, sull’orientamento che viene dai compagni
e dalle compagne. Credo che sia giusto porre l’accento anche sul
fatto che il congresso “può” essere unitario, perchè
l’elaborazione della linea politica è stata largamente
unitaria, come segnalano, ormai da tempo, i documenti votati dal comitato
politico nazionale.
Davanti al congresso e all’azione del partito sta il tema dello
sviluppo, dell’articolazione e dell’applicazione della linea
politica. Così come vi è la questione del rapporto tra
linea, culture politiche, gestione del partito. Sono terreni che l’esperienza
di questi anni ci ha mostrato essere non privi di contraddizioni, che
potranno essere superate con un impegno che guardi con uguale attenzione
ai contenuti dei documenti e alla coerenza dei comportamenti.
In quest’ottica va affrontata anche la questione della federazione
della sinistra. La tendenza a ridurla a mero cartello elettorale, che
ritorna esplicitamente in alcuni interventi e implicitamente in diverse
posizioni, non solo contraddice quanto abbiamo più volte affermato
ma rischia di introdurre elementi regressivi difficilmente gestibili.
Giovanna Capelli
E' il nostro momento,la fase non è chiusa e il PRC non è
solo un corpo collettivo sfinito dalle ferite,malato di istituzionalismo,ma
è anche un luogo vivo percorso dal filo rosso della costruzione
del partito sociale, dalla partecipazione alle lotte,dalle campagne
referendarie,dalla generosità di chi lo ha fatto vivere in questi
anni difficili. I risultati elettorali non sono un caso.
Grande è la instabilità e caotica la trasformazione:Berlusconi
cade al rallentatore ,il vecchio ordine non crolla e il nuovo fatica
a nascere .Nella lunga transizione dentro alla crisi strutturale del
capitalismo convivono molti progetti,ma si connettono già tutti
quelli che hanno l'obiettivo di mantenere la subalternità all'ordine
economico internazionale,che preparano per l'Europa la distruzione dello
stato sociale e della democrazia. A questo orizzonte si inchinano centro-destra
e centro sinistra .Se il quadro sovraordinatore è questo va precisato
nella analisi della crisi non solo la qualità delle risposte
alternative ,ma il peso oggettivo di questo vincolo.
Decisivo è il ruolo dei movimenti e il nostro essere dentro alle
loro dinamiche; mentre cresce nei luoghi di lavoro l'evidenza dell'intreccio
fra capitalismo e patriarcato (a Inzago la fabbrica Mavib licenzia solo
le operaie, dopo due anni di cassa che ha escluso i maschi), a Siena
si riunisce un movimento di donne organizzato dall'alto, con grandi
strumenti mediatici. Un senso comune moderato fagocita la indignazione
delle donne che hanno riempito le piazze il 13 febbraio. Manca la nostra
iniziativa e la voce di un femminismo che non si accontenta della parità
dentro la ingiustizia sociale. Propongo che le donne del PRC elaborino
una proposta per costruire occasioni, relazioni e pratiche che colmino
questo vuoto.
Pino Commodari
Il PD tenta di ingabbiare i referendum dopo averli cavalcati, divenendo
soggetto protagonista della ristrutturazione capitalista neoliberista
in atto. Le scelte di politica economica e sociale del PD vanno in questa
direzione. La firma della CGIL all’accordo del 28 giugno, la colloca
tra chi sostiene questa ristrutturazione. L’accordo va giudicato
negativamente perché, assieme alla linea politica del PD, tenta
di comprimere la spinta alla partecipazione, al conflitto e al cambiamento
che caratterizza questa fase, va contro i diritti dei lavoratori, costituisce
un nuovo corporativismo, è antidemocratico e modifica in profondità
la natura stessa del sindacato. Il tutto per costruire il dopo Berlusconi,
senza mettere in discussione le politiche neoliberiste. La FdS deve
esprimere un giudizio sull’accordo. La costituente dei beni comuni
rafforza il percorso referendario. Dobbiamo connettere la battaglia
per i beni comuni con quella per la democrazia e per il ritorno al proporzionale,
contro la corruzione, la precarietà e la legge 30, la finanziaria,
vera e propria macelleria sociale, che distrugge definitivamente lo
stato sociale, riduce drasticamente i trasferimenti agli enti locali,
sopprimendo i servizi. Il capitalismo finanziarizzato impone le sue
scelte. Dopo aver provocato la crisi, propone di uscirne facendo pagare
i costi ai lavoratori, ai precari e ai pensionati. L’Europa fa
proprie queste scelte. In questo contesto diventa tragico per noi e
per gli interessi che vogliamo rappresentare, pensare di far parte di
un governo di centro sinistra. Dobbiamo contribuire a cacciare Berlusconi
e a far nascere un nuovo governo, questa, ritengo, è la “costituente
democratica”. Andare oltre rappresenterà un tragico errore
e l’esperienza del governo Prodi non ha insegnato nulla e il congresso
di Chianciano non è servito proprio a nessuna cosa. Su grandi
temi come la guerra e la democrazia siamo in grande disaccordo. Bisogna
costruire una forza autonoma dal PD, un polo della sinistra di alternativa.
E’ fondamentale la nostra internità ai movimenti che va
praticata e non declamata. E’ necessario un congresso unitario
sulla politica e non su un unanimismo di facciata. Dobbiamo affrontare
la ricostruzione dell’etica nel nostro partito, la vicenda della
Calabria lo impone, le modalità di costruzione dei gruppi dirigenti,
il rapporto tra eletti e partito. Bisogna trarre un bilancio sulla FdS,
che non gode di ottima salute. E necessario ridefinire i rapporti con
Sel, che ha tutt’altra prospettiva politica tutta interna alle
compatibilità di sistema. Va messo al centro del nostro dibattito
il tema della rifondazione comunista, del nesso stretto tra comunismo
e libertà e dell’attualità del comunismo in questa
fase di crisi del capitalismo.
Alfredo Crupi
Il capitalismo finanziario impone a livello europeo e mondiale politiche
monetariste e liberiste che aggravano la crisi e peggiorano le condizioni
di vita delle masse popolari. In questo quadro europeo e nazionale,
in cui le ricette neoliberiste sono fatte proprie anche dal centrosinistra,
negli attuali rapporti di forza, dobbiamo tenerci lontani dall’assumere
responsabilità di governo.
Il segretario ci ha presentato la crisi del governo Berlusconi come
frutto del forte vento di cambiamento sociale, che la borghesia cerca
di imbrigliare in una gestione morbida della transizione verso nuovi
equilibri. Io credo che taluni poteri forti abbiano iniziato da tempo
lo scontro con il governo, non più idoneo a tutelare i loro interessi,
e hanno individuato punti di convergenza con altri importanti soggetti
sociali fino a costruire un fronte comune, da essi egemonizzato. Vi
è dunque una convergenza d’interessi di settori sociali
molto diversi verso l’obiettivo dell’abbattimento del governo,
ma ciò nonostante la sconfitta di Berlusconi appare possibile
ma non certa, e la sinistra sociale e politica non è oggi in
grado di provocare e gestire da sola il cambiamento. Questo rende possibile
e necessario il confronto. Non possiamo partecipare al governo, non
possiamo eludere la domanda sociale di cambiamento che chiede la cacciata
di Berlusconi. Da qui la proposta del fronte per la democrazia, per
la difesa della Costituzione. Ma questo significa difendere non un pezzo
di carta ma i diritti dei lavoratori, la pace, lo stato sociale, la
libertà d’informazione, ecc. E’ rispetto a questi
temi reali che dobbiamo chiarire se la cacciata di Berlusconi può
rappresentare un passo avanti, pur nel quadro difficile che viviamo.
Se la risposta fosse negativa dovremmo assumere una linea di opposizione
netta anche al centrosinistra. Se viceversa, come capisco dalla relazione,
è timidamente positiva, allora ci sono i margini per l’apertura
di un confronto programmatico, da intessere in relazione con i movimenti,
in modo da rendere visibili e forti le nostre posizioni. Una sfida da
sinistra sul programma possibile che sarebbe suicida lasciare in mano
a SEL. Tuttavia suggerisco prudenza nell’uso dei termini: il segretario
ha parlato di primarie sul programma, ma alle primarie può partecipare
solo chi è già in coalizione e il loro risultato vincola
anche chi perde. Meglio parlare di confronto sul programma.
Anche l’accordo interconfederale, grave dal punto di vista delle
relazioni sindacali che disegna, si inserisce nel quadro di ricomposizione
di un blocco sociale moderato funzionale a un accordo politico PD-terzo
polo. Ma io credo che ci dobbiamo interrogare pure sul rapporto tra
le diverse categorie, la differente capacità dei diversi segmenti
del mondo del lavoro di reggere uno scontro sociale prolungato in condizioni
di divisione e isolamento sindacale contro un governo arroccato e sordo
al dialogo. Ciò significa che la nostra critica non deve dimenticare
il ruolo centrale di opposizione sociale e politica che la CGIL ha finora
avuto e deve tenere conto delle difficoltà reali del movimento
sindacale.
Dobbiamo avanzare una proposta di uscita a sinistra dalla crisi all’altezza
della fase, ma per renderla credibile dobbiamo realizzare maggiori livelli
di unità a sinistra e rafforzare il ruolo della Federazione,
che non può restare un mero cartello elettorale, perché
così non è sostenibile sul lungo periodo, non è
attrattiva.
Sono per un congresso vero che affronti i nodi politici e teorici essenziali,
che sia unitario perché vi sono le condizioni per farlo e perché
diversamente semineremmo sconcerto. Un congresso a tesi, in cui su un
corpo largamente condiviso si possano introdurre riflessioni diverse
senza per questo provocare rotture. Il superamento delle correnti si
può gradualmente realizzare, tenendo conto della funzione positiva
che le aree hanno pur svolto, costruendo un’elaborazione comune
e una fiducia reciproca nella conduzione del partito e nell’applicazione
delle scelte che si assumono.
Gianni Fresu
Alla vigilia del nostro VIII Congresso, per quanto possa apparire poco
logico, più che un problema di linea politica, su cui tutto sommato
(tra tante sfumature) ci si può intendere, intravvedo una questione
più stringente e preliminare, quella del soggetto deputato a
incarnare e perseguire in maniera coerente e credibile quella linea.
Da oramai tre anni continuiamo a dimenarci in mezzo al guado di un processo
di transizione che pare infinito. Tra rallentamenti, fughe in avanti
e ripiegamenti repentini, nei fatti, non siamo stati capaci di trasformare
il Progetto della Federazione della Sinistra in un soggetto organico
con organismi dirigenti e proposta politica sottoposta a verifica democratica.
Abbiamo preferito una costante mediazione su tutto, alla ricerca dell’unanimismo,
con il risultato di minarne la credibilità, la capacità
attrattiva e, in ultima analisi, la tenuta elettorale. A partire dalla
presentazione della lista comunista e anticapitalista alle ultime elezioni
europee, il progetto della Federazione della Sinistra ha suscitato diverse
speranze e molteplici aspettative. La crisi organica del capitalismo
mondiale, il susseguirsi di una serie infinita di guerre imperialistiche
legate alla lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche,
l’intensificarsi nel nostro Paese dell’offensiva padronale
contro il mondo del lavoro, hanno fornito più di una conferma
oggettiva all’esigenza di un Partito non solo genericamente di
sinistra, bensì di un’organizzazione che fondasse la sua
ragion d’essere su una inequivocabile scelta di campo all’interno
del conflitto capitale lavoro. Alle conferme oggettive si sono sommate
quelle soggettive, nel senso che a dispetto di chi per trent’anni
ha preconizzato la fine del conflitto sociale e l’inutilità
di un’organizzazione autonoma delle classi subalterne, in questi
due anni è salita quasi spontaneamente, dal mondo del lavoro
e dalle realtà del disagio sociale, la richiesta di una salda
rappresentanza sociale e politica, seria e credibile, capace di andare
oltre la classica oscillazione schizofrenica tra settarismo e opportunismo.
Nonostante la presenza simultanea di questi fattori e le enormi potenzialità
della fase, la Federazione stenta però a decollare e, a mio avviso,
se non si imprime una severa sterzata, rischia di esaurirsi per autoconsunzione
o implodere per deflagrazione interna. Il congresso della Federazione,
in realtà poco più di un attivo nazionale dei quadri,
è stata un’occasione mancata, perché la scelta di
determinare organismi dirigenti pletorici, sulla base di quote predeterminate,
senza vagliare il loro peso a tutti i livelli con congressi veri, ha
impedito di risolvere il problema prioritario che la Federazione vive
a livello nazionale e locale: la sovranità e l’effettiva
capacità decisionale degli organismi federativi rispetto a quelli
dei soggetti fondatori; la capacità di operare delle scelte politiche
andando oltre la drammatica alternativa tra unanimismo e separazione
che sistematicamente si presenta nei territori quando si tratta di far
parte di un’alleanza o di una giunta, presentare liste, stabilire
le modalità comuni di iniziativa politica e lotta sociale. Se
vogliamo essere sinceri fino in fondo, allo stato attuale, la Federazione
è poco più di un cartello elettorale, perennemente impastoiato
in micro conflitti interni, nel quale tra i soggetti fondatori, in particolare
i due partiti che dovrebbero costituire il fulcro dell’organizzazione,
piuttosto che la reciproca lealtà e la solidarietà attiva
e permanente prevalgono deteriori mire egemoniche e controegemoniche.
Occorre una svolta urgente, e a mio avviso questo dovrebbe essere anzitutto
il compito dell’VIII Congresso del PRC, per dar corso ad un effettivo
processo di amalgama delle realtà che danno vita alla Federazione.
In assenza di questa svolta, ma sarebbe una sciagura, meglio investire
tutte le nostre energie sul rilancio della rifondazione comunista. Di
certo non è più ammissibile che il criterio ispiratore
della Federazione sia una sorta di pilatesca “mano invisibile”,
in ragione della quale, dato che non possiamo fare di meglio, ci limitiamo
a lasciare campo alle libere fluttuazioni tra i soggetti fondatori nell’assurda
speranza che la competizione internatra PRC e PdCI possa essere tutto
sommato positiva. Non credo che se ognuno persegue il suo utile soggettivo
fa, inconsapevolmente o meno, il bene dell’insieme e anche qualora
fosse fortunosamente così il bluff si sgonfierebbe immediatamente
dopo, quando al momento elettorale subentrano le ordinarie e straordinarie
incombenze dell’agire politico. Personalmente riterrei un grave
errore un arretramento del processo federativo, dell’unità
organica tra le forze che ne sono protagoniste, perché darebbe
un’ulteriore conferma dei limiti della sinistra di classe nel
nostro Paese, avviando un nuovo processo di scissione e frammentazione
che nella drammaticità della situazione e nei risicati numeri
che ci riguardano avrebbe connotati farseschi. Bisogna uscire dal guado,
dare testa, corpo e gambe alla Federazione per consentirgli di vivere
e misurarsi sul terreno della lotta politica nel cofronto con le altre
forze democratiche e di sinistra. Ciò che non è più
accettabile è il mantenimento di questo stato di cose dominato
dall’inerzia e dalle ambiguità, oltre il quale intravvedo
solo il progressivo svuotamento e l’impotenza sia della Federazione,
sia dei suoi soggetti costitutivi. La Federazione nasce all’interno
di un lungo processo dialettico nella sinistra, con l’ambizione
di porre fine alle lacerazioni e al processo infinito di scissioni,
più o meno significative. A questo processo dialettico manca
il salto decisivo, il mutamento dalla mera quantità, puramente
sommatoria, alla qualità nella natura dei rapporti federativi.
Occorre il coraggio politico e la necessaria determinazione nella volontà
per far compiere questo salto al nostro progetto politico.
Ezio Locatelli
“Ho l’impressione, se usciamo da questa ristretta cerchia
di discussione, che ci siano ancora troppi compagni/e attardati in una
discussione involuta, priva di slancio a fronte della necessità
che il partito nel suo insieme colga le potenzialità positive
dei cambiamenti in atto. Cambiamenti che non sono semplicemente nei
termini di un capovolgimento delle fortune politiche di una maggioranza
di governo quanto nei termini dell’esaurimento di un ciclo sociale
e di una radicale rimessa in discussione di molti valori portanti del
pensiero dominante. Lo abbiamo visto in questi mesi di intensificazione
del conflitto sociale e coll’ultimo referendum. I segnali sono
di un rovesciamento di elementi di egemonia e di sintonia di cui per
lungo tempo ha beneficiato la destra, penso ad esempio ai temi della
sicurezza o dell’immigrazione extracomunitaria agitati in termini
securitari. Oggi, dentro lo sconquasso della crisi, su temi come la
precarietà, il lavoro, i beni comuni succede il contrario. Assistiamo
ad un cambiamento di percezione, di immaginario collettivo che può
ridare respiro e fiducia nella nostra capacità di agire, di portare
avanti un discorso di cambiamento. Abbiamo questa possibilità
ad alcune condizioni. Ne indico due. La prima è che non ci si
chiuda nel campo delle formule ideologiche o politicistiche –
unità dei comunisti, costituente della sinistra o quant’altro
– in un momento in cui bisogna tornare a fare discorsi correlati
all’esperienza vissuta, concreta certo avendo la capacità
di saldare concretezza e ragioni di fondo di una alternativa di società.
Anche per quanto riguarda il tema dell’unità della sinistra,
stiamo attenti alle scorciatoie fatte a tavolino, il solo modo per trovare
delle risposte e fare passi in avanti è nel conflitto sociale
che attraversiamo. La seconda condizione è che in questa fase
- che è si di ripresa sociale ma anche di forte critica nei confronti
delle attuali forme di rappresentanza - noi dobbiamo lavorare di più
ad una strategia di radicamento e di programma di lavoro nei territori
come aspetto che caratterizza e differenzia il nostro agire politico.
Chiedo: dopo averla lanciata quando parte la campagna sociale su “futuro,
lavoro, società”? Diamo priorità a questo impegno
senza nulla togliere all’importanza di lavorare ad una proposta
politica. Su questo punto anche se mi sembra del tutto inverosimile
guardare ad una prospettiva di governo – non ce ne sono le condizioni
– dobbiamo trovare la maniera di incalzare non solo sull’idea
del fronte democratico per battere Berlusconi, ma di misurarci sulle
proposte di programma, sui contenuti”.
Annalisa Magri
Un pezzo della storia di Rifondazione Comunista ha inizio a Genova
nel 2001 e giunge attraverso un percorso che è stato tortuoso,
a volte smarrito, poi ripreso, fino alla Val di Susa nel 2011. Più
in generale possiamo dire che un pezzo importante della storia dei Comunisti
ha inizio nel Luglio del 1960 con i massacri dei lavoratori (da Genova
a Reggio Emilia), passa attraverso le lotte degli agrari e degli operai
degli anni ’60 e ’70, attraversa gli accordi sindacali del
’93, si inceppa nella cosiddetta Legge Biagi e si scontra con
l’accordo confederale del 28 giugno. Accordo che si configura
come un arretramento rispetto alla breve stagione di avanzamento delle
Amministrative e dei Referendum e che abbiamo salutato positivamente;
ci auguriamo e lavoreremo affinché si costruiscano in questo
Paese le condizioni per un concreto cambiamento che parta proprio dalla
nostra “primavera elettorale”.
Nell’Italia del 2011 il capitalismo mostra ancora il suo volto
più feroce, scaricando la sua crisi sistemica sui più
deboli; il mondo 2011 è tutto fuorché pacificato come
stanno a dimostrare i numerosi conflitti attualmente in atto e, di recente
di nuovo rifinanziati, dal nostro Governo. Il divario tra i Nord e i
Sud del mondo è oramai un solco profondissimo; le “avanzate”
democrazie occidentali non riescono a “gestire” l’arrivo
dei tanti e delle tante che lasciano i loro paesi a causa della guerra
e della fame. Questo nei casi migliori, perché noi ci distinguiamo
nella platea mondiale per razzismo e per intolleranza: il ministro La
Russa ha ottenuto il rifinanziamento della missione afgana, ma in cambio
deve sborsare alla Lega Nord più soldi per “gestire”
i clandestini che arriveranno nel nostro Paese, per la serie tutto ha
un prezzo... E restando fuori dai nostri confini nazionali, dobbiamo
citare, almeno per titoli, la cosiddetta Primavera araba, sulla quale
sarebbe bene fare un’analisi molto approfondita sulla sua natura,
anche per capire come mai, quella primavera, ho solo parzialmente soleggiato
qui da noi, portandoci i positivi risultati delle Amministrative e dei
Referendum, ma che non ha prodotto, almeno per ora, un reale e radicale
cambio di rotta politica. Comunque quella “nostra primavera”
ha detto al nostro partito e alla Federazione: ci siete ancora –
potete ancora lottare e per noi questo non era scontato.
Sta di fatto, però, che l’Italia nella quale il nostro
partito agisce politicamente è l’Italia ancora governata
da Berlusconi, senza una sostanziale opposizione parlamentare e senza,
ancora, un’opposizione sociale, fuori dal Parlamento, che sia
ben organizzata; tant’è che la sua maggioranza farlocca,
gossippara, piduista ha comunque varato una manovra economica che scaricherà
il suo peso sui più deboli al contrario proteggendo la casta,
la cricca, l’Italia degli appalti e che dà il contentino
a Confindustria. È l’Italia che ricorda Genova nel modo
peggiore con le forze dell’ordine che sparano lacrimogeni ad altezza
uomo contro una popolazione in lotta ma mai eccessiva e mai aggressiva.
Sembra Genova, sembra Piazza Alimonda, sembra la scuola Diaz, invece
è la Val di Susa, 10 anni dopo.
Siamo in guerra, e i soldati che tornano a casa nelle bare stanno lì
a ricordarcelo; eppure, anche la più alta carica dello Stato,
benedice interventi armati al di là del Mediterraneo, alla faccia
della Costituzione!! Una Costituzione mortificata e minata costantemente
da rigurgiti neo-fascisti. Nella città di ognuno di noi qui presente,
saranno capitati attacchi neo-fascisti; d’altra parte cosa potremmo
mai aspettarci di diverso, se proprio in Parlamento vengono presentate
a scadenze regolari proposte di legge che legittimano l’equiparazione
tra Partigiani e Repubblichini…
Solo per titoli ricordiamo poi, la situazione politica interna, ancora
infangata dal conflitto di interessi di Berlusconi, ancora governata
da un Parlamento che esce dalle segreterie dei partiti, con un’informazione
che conosce uno dei periodi più oscuri della sua storia, con
i piduisti che scorrazzano dalle istituzioni, agli affari, alla malavita.
In tutto questo, purtroppo, la geografia dei partiti e dei loro progetti
politici, invece di chiarirsi, si intorpidisce sempre di più:
dov’è il PD? Dove andrà Di Pietro? Al centro? A
sinistra? E Vendola? E SeL? Il movimento ondivago di questi soggetti,
oltre a non far ben sperare per il futuro, mette in luce lo spessore
dei loro progetti politici…comunque questi li si giudichi…
Noi avremo tanti difetti, e tra breve ne parleremo, ma senz’altro
la gente sa dove siamo: la gente ci trova sotto la falce e il martello…(quasi
sempre..).
Nell’Italia che per sommi capi abbiamo provato a descrivere, Rifondazione
va verso la scadenza naturale del suo VIII Congresso nazionale.
Un congresso che vorremmo unitario, ma con questo che non si soffochi
il confronto interno, schietto e leale.
Ci auguriamo di avere la capacità di innovare quelle componenti
strutturali del partito oramai obsolete e datate che non rispondo più
alle esigenze dei tanti e delle tante che vogliamo rappresentare; pur
tuttavia ci auguriamo anche che si abbia la volontà di riprendere
seriamente il filo della formazione, di tutti e di tutte, ma soprattutto
dei tanti giovani, che non certo per demerito loro, non sono a conoscenza
della grande storia del comunismo. Dobbiamo scoprire e riscoprire le
nostre radici per non farci travolgere dalla realtà presente
e dei suoi tanti inganni.
Vorremmo un cambio generazionale, ma attenzione, per noi questo NON
significa rottamare nessuno: non ci piacciono queste scorciatoie truffaldine,
poco rispettose tra compagni dello stesso partito e non significa nemmeno
abbassare l’età media dei gruppi dirigenti, soluzioni troppo
semplici, di poco respiro e solo di facciata. Si tratta, invece, di
cambiare metodi, radicalmente: ce lo chiedono i compagni dai territori
che sono stufi di vedere il partito eroso dalle pratiche che hanno regolato
nel bene, e, soprattutto spesso, nel male, la vita interna del partito.
Un congresso unitario, con la possibilità di emendamenti, a nostro
avviso può aiutare l’elaborazione del documento congressuale
che deve contenere la traccia del percorso politico di Rifondazione
per i prossimi anni. Non sarà semplice, ma il nostro dovrà
essere un progetto politico di cambiamento con il quale andare dai lavoratori,
dai giovani, dalle donne, dai pensionati, dai migranti, dai più
deboli e, lì, parlare chiaro.
Il compito più difficile sarà quello di costruire un’idea,
tracciare un percorso, che tutti insieme deve trovarci coinvolti ed
impegnati.
Il richiamo al valore delle nostre radici è funzionale all’orizzonte
possibile, ma alto, nel quale i compagni nei territori possano trovare
nutrimento per il loro lavoro politico. È un’emergenza
oggi, a nostro avviso, rimotivare i compagni ed è compito dei
dirigenti non solo fornire loro gli strumenti operativi, ma anche restituire
loro un sogno, un obiettivo alto, nobile, credibile, possibile, genetico;
un sogno da poter richiamare nei momenti difficili dell’attività
politica e per dare un senso complessivo del lavoro nei circoli e nelle
federazioni. Un sogno, un obiettivo di cui ciascuno si senta in parte
responsabile per realizzarlo insieme ai propri compagni al di là
delle aree, delle fazioni, del proprio piccolo esercito…
Le aree: un pensiero va anche a loro, visto il ruolo che hanno avuto
nel partito, ma che oramai, pur non volendole demonizzare nella loro
antica origine e nel loro antico scopo, oggi purtroppo si sono incancrenite
e sono diventate una vera metastasi che colpisce il partito fin nei
circoli più piccoli.
Ci vuole una terapia d'urto, ciò non è più rimandabile
e NON bastano buoni propositi ed intenzioni palliative. Gli iscritti,
i nostri compagni nei territori, non ce la fanno più a vedere
un partito che si consuma giorno dopo giorno e che è continuamente
eroso da scissioni e abbandoni individuali.
È urgente che gruppo dirigente e base si confrontino schiettamente,
ma che poi marcino, ciascuno investito della propria responsabilità,
nella stessa direzione. I compagni sono stanchi e amareggiati da tanti
dirigenti che si sono dispersi qua e là, magari alla ricerca
della poltrona smarrita; siamo obbligati a mettere in campo un profondo
rinnovamento dell’essere partito, pena la nostra scomparsa per
sfinimento, consunzione, depressione.
Siamo sicuri che senza troppi “bilancini” di mezzo, ma valorizzando
le idee, i compagni, le competenze, la passione, sarà facile
ripartire e andare tutti verso un’unica direzione.
Adriana Miniati
L’avvio del percorso congressuale comporta un bilancio politico
di questi 3 anni , un’autocritica dei gruppi dirigenti, per soddisfare
il presupposto enunciato di un Documento unitario, su cui concordo in
linea di principio, ma che va sostanziato con quali sono gli elementi
di unità da cui si parte e a cui si aspira. E’ cambiato
il clima politico : dopo le elezioni amministrative e i referendum si
sono manifestati comportamenti sociali nuovi con una interessante richiesta
di partecipazione e una spinta antiliberista, dall’ origine non
solo nazionale. La nostra posizione è stata premiata : esiste
dunque uno spazio politico a sinistra per posizioni più radicali
che noi abbiamo appena iniziato a intercettare. Ma nello scenario economico-sociale
ci sono elementi negativi, dalla manovra del Governo, con effetti recessivi
e con un’operazione di classe tesa a penalizzare il ceto medio-basso,
e sul piano sociale la scelta della Cgil che ci ha fatto entrare in
un quadro non più solo concertativo, ma neo-corporativo, e ha
indebolito la democrazia interna e la rappresentanza, storici elementi
di tenuta e di forza del movimento dei lavoratori. Ergo la crisi non
sarà aggredita come si doveva se ci fosse stata in piedi un’opposizione
sociale guidata dalla Cgil.Ciò influisce anche sulla prospettiva
politica con un orizzonte più moderato su cui costruire il centro-sinistra.
E permane una forte incertezza sullo sbocco poltico.Sarà di nuovo
forte il ricorso al voto utile , per cui a noi converrà –più
che il fronte democratico- un’emergenza democratica, senza coinvolgimento
in eventuali governi. E per noi la migliore strategia è essere
forti al nostro interno , consolidarci per gestire al meglio tutte le
posizioni tattiche che saranno necessarie da posizioni di forza .Positiva
la proposta della Costituente di Beni Comuni allargata al Lavoro e alla
Democrazia. E l’attualità del comunismo centrale nel documento
unitario. Sulla Fds, mai decollata e spesso causa di paralisi interna
ed esterna, ( il cui massimo punto di paralisi si è mostrato
con le posizioni sull’Accordo interconfederale) tutto il partito
coglie un grave disagio, perché essa non è né sufficiente
né adeguata, non la si può sciogliere, benché sarebbe
auspicabile, ma va di certo superata in un soggetto più ampio
legandola più ai movimenti e meno ai partiti , per raccogliere
la mutata domanda di protagonismo critico di massa.
Alba Paolini
A 20 anni dalla fondazione del partito, l’8° congresso che
ci apprestiamo a fare, fa il bilancio della sua storia, ricca di avvenimenti
e di travagli, segnata da devastanti scissioni. Rifondazione Comunista
è stata capace di attirare e contemporaneamente respingere migliaia
di persone. Ora siamo giunti alla conclusione che si rende necessario
un congresso unitario. Questo è reso possibile, anche dopo i
risultati elettorali delle amministrative e gli ancora più eccellenti
risultati referendari. Abbiamo l’esigenza di ricostruire una comunità,
prendendo esempio dalla capacità di esserlo per intere generazioni
dal PCI, che era e si concepiva partito di massa. Questo deve essere
anche il nostro obiettivo, per far questo è necessario cambiare
modalità, in tal senso saluto con convinzione l’avvio di
un congresso unitario. Indispensabile è anche la ristrutturazione
organizzativa del partito. Bisognerà inoltre approfondire la
discussione del partito nei movimenti, i quali ci riconoscono la nostra
capacità di un proficuo rapporto e la nostra affidabilità
nella conduzione di battaglie storiche come quella sull’acqua
pubblica. Si tratta ora di costruire una vera forza capace di rispondere
alle esigenze dei lavoratori ed essere alternativa alle destre. Il primo
passo è rendere forte il Partito della Rifondazione comunista.
Armando Petrini
Condivido la necessità e la proposta di un congresso unitario,
nei fatti e non solo a parole. Trovo perciò positiva la sottolineatura
di Ferrero nella sua relazione su questo punto, sia sul versante dei
contenuti di un possibile documento unitario, sia sul versante dei modi
attraverso i quali cercare di costruire quel documento.
La necessità di un congresso unitario deriva da due considerazioni
principali. Intanto, per come è messo il partito, per il suo
grado di coesione e di militanza, non reggeremmo un congresso di divisioni.
Questo credo (spero) sia chiaro a tutti. Semplicemente, temo che i compagni
(giustamente) non capirebbero e il congresso lo lascerebbero fare a
noi.
In secondo luogo sono convinto che l’unità fra noi (fatte
salve le diversità fra le “aree” politico-culturali
del partito, diversità che vanno salvaguardate perché
sono una risorsa preziosa – a differenza delle “correnti”
che rappresentano invece una degenerazione delle aree) ; l’unità
fra noi –dicevo- è condizione indispensabile per affrontare
una fase, quale quella che stiamo attraversando, indubbiamente segnata
da aspetti positivi, o molto positivi, ma anche attraversata da forti
contraddizioni e da segnali non sempre ugualmente incoraggianti. Non
ho tempo per approfondire, ma sia i risultati delle elezioni amministrative,
sia quelli della tornata referendaria, se è vero che ‘aprono’
appunto a un’aria e un clima nuovi, è altrettanto vero
che lasciano aperto il problema della rappresentanza politica della
richiesta di cambiamento che emerge (basta pensare a ciò che
è accaduto a Milano dopo il voto, nel momento della formazione
della Giunta, oppure alle proposte in Parlamento dei partiti di “opposizione”
sul tema dell’acqua pubblica). Da ultima, la vicenda del brutto
accordo fra Sindacati e Confindustria indica un clima appunto fatto
di luci e ombre, di possibilità che si dischiudono ma anche di
evidenti difficoltà. Per ciò che ci riguarda la contraddizione,
o se volete l’elemento di complessità, con il quale dobbiamo
misurarci noi come forza politica, l’ha ben evidenziato Ferrero
quando ha detto che noi dovremo avere una posizione in grado di tenere
insieme la nostra presenza nel movimento NoTav con l’attenzione
per il profilo nazionale della coalizione di centrosinistra (alla definizione
del quale dobbiamo dunque partecipare). Io penso che non solo dovremo
saper fare entrambe le cose insieme, ma che l’una cosa debba qualificare
l’altra. E cioè che la nostra presenza nel movimento NoTav
(intendendo questa presenza come esempio della nostra “internità
ai movimenti”, come l’ha definita Ferrero) qualifichi il
nostro modo di partecipare alla discussione sul programma di una eventuale
coalizione di centrosinistra, così come la nostra attenzione
al profilo di una coalizione di centrosinistra qualifichi il nostro
modo di partecipare al movimento contro l’alta velocità
Torino-Lione.
Credo che questi elementi di complessità della fase che stiamo
attraversando pretendano un gruppo dirigente responsabile, maturo, all’altezza
della sfida, e perciò capace di una sintesi unitaria.
Un congresso unitario dunque. Ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno
di un congresso che decida davvero alcune cose, che dia un segnale,
che imbocchi e faccia imboccare al partito una prospettiva con una certa
chiarezza. In questo senso il tema più importante e urgente mi
pare sia la Federazione della Sinistra, il suo profilo e il grado di
investimento che vogliamo il partito adotti nei suoi confronti.
La mia opinione è che la situazione così com’è
oggi non possa essere procrastinata. In questo senso condivido in pieno
l’intervento che mi ha preceduto di Gianni Fresu. Oggi, per ciò
che riguarda la FDS, ci troviamo sostanzialmente in mezzo al guado.
E in mezzo al guado ci stiamo da quasi due anni. E’ una situazione
che non ci possiamo più permettere: in questo modo infatti, quel
progetto –così importante, anche dal punto di vista strategico-
rischia di consumarsi; e, per di più, lo scarso investimento
nella FDS non è l’ultima delle cause della nostra quasi-invisibilità
sul piano del profilo pubblico della nostra proposta politica.
In secondo luogo la nostra incertezza sul progetto della Federazione
acuisce le difficoltà che inevitabilmente si pongono quando si
mettono insieme soggetti diversi. Non è vero infatti –come
sostengono alcuni compagni- che le diversità fra i componenti
della FDS impediscono un maggiore investimento nel progetto e la messa
in campo di processi riaggregativi al suo interno. E’ vero piuttosto
il contrario, e cioè che sarebbero proprio auspicabili spinte
unitarie e un maggiore investimento nella costruzione di un profilo
politico comune ad aiutarci a superare quelle diversità, ricomponendole
a facendo sintesi.
Se è vero che l’umiltà e una virtù (e questo
dovrebbe spingerci a un congresso unitario), lo è anche il coraggio
(e questo dovrebbe spingerci a fare alcune scelte chiare). Io credo
che noi come PRC si debba avere il coraggio di investire risolutamente
nella Federazione della Sinistra, senza indugi, e lì giocarci
una partita per l’egemonia, senza sottrarci (ancora una volta
per ingiustificato timore) a prospettive di riaggregazione al suo interno.
Vincenzo Pillai
Nel pomeriggio ho partecipato alla riunione nazionale di comitati contro
il nucleare e ho constatato come il senso fondamentale della proposta
che Ferrero ha fatto a questo CPN: lavorare per una costituente dei
beni comuni senza pensare a un partito che unifichi ciò che,
almeno allo stato attuale , non è unificabile sia largamente
condivisa dal movimento anche se ognuno c’è arrivato per
strade proprie. Penso quindi che avere come bussola la valorizzazione
del risultato referendario , i contenuti e le forme della mobilitazione
di questi mesi , sia la scelta giusta non solo per dare l’unico
possibile sviluppo alla stessa Federazione, ma anche per poter sostenere
con coerenza che a noi ,davanti a possibili elezioni ,non interessano
primarie su nomi simbolo ma primarie che portino milioni di italiani
a pronunciarsi sui contenuti che abbiamo già indicato come campagna
politica d’autunno. Si tratta quindi di rafforzare e qualificare
la nostra presenza di comunisti nel movimento, promuovendo in tutti
la consapevolezza che si va rafforzando un asse di centrosinistra moderato
quale alternativa a Berlusconi ma non alle politiche neoliberiste. L’esperienza
sarda con il 60% di votanti in un referendum solo consultivo e che richiedeva
un quorum del solo 30% è dimostrazione pratica di come si possa
vincere se oltre a saper osare ci si sa connettere anche con il sentire
nazionale di un popolo.
Anche la fase congressuale può aiutarci in questa crescita se
sapremo gestirla con spirito unitario, se indipendentemente dal numero
di documenti su cui votare sapremo discutere con reciproco rispetto,
con la valorizzazione delle capacità, il rispetto della differenza
di genere e senza finzioni rivolte solo a fare cordate di potere, se
sapremo riconoscere e valorizzare specificità territoriali che
possono dare un contributo tanto migliore se messe nelle condizioni
di organizzarsi con maggiore sintonia rispetto alla storia e al sentire
del territorio in cui operano.
Bruno Steri
Abbiamo davanti a noi l’opportunità di promuovere un approccio
unitario al nostro congresso: sarebbe da stolti non coglierla. Dobbiamo
operare in questa direzione. E non per un eccesso di buona volontà;
ma perché io penso vi siano le condizioni per elaborare e valorizzare
i termini di una proposta politica di Rifondazione Comunista e, per
questa via, della Federazione della Sinistra nel suo complesso.
Congresso unitario non vuol dire congresso ingessato: al contrario,
deve significare discussione vera e aperta al confronto. Del resto,
sarebbe paradossale che quanti comprensibilmente auspicano un dibattito
che attraversi i confini delle aree interne optino poi per dei lavori
congressuali dove tutto è già precostituito, dosato col
bilancino e magari deciso da poche persone nel chiuso di una stanza.
Insomma, congresso unitario non significa congresso finto. Credo che
questo partito abbia in sé la forza, possa attivare le risorse
per pervenire ad una composizione alta del dibattito congressuale: evitando
in corso d’opera inutili furbizie, predisponendo una traccia di
documento comune che stimoli il confronto, consentendo alle compagne
e ai compagni di esprimersi liberamente: correggendo, integrando e,
ove lo ritengano utile, emendando.
Ritengo che noi possiamo e dobbiamo avanzare una proposta credibile
per la grande maggioranza del Paese. La formulazione non vuole essere
affatto rituale. Penso davvero che, nel contesto per molti versi drammatico
in cui ci troviamo ad operare, si profili tuttavia un’occasione
per noi unica: possiamo essere i promotori di una proposta politica
complessiva che non è solo equa – a difesa dei soggetti
sociali colpiti dalla crisi capitalistica – ma anche realistica
ed efficace (contrariamente a “lorsignori” che continuano
imperterriti a proporre e adottare misure socialmente inique e, oltre
a ciò, manifestamente inefficaci).
Il compagno Locatelli ha esortato a non impegnarci in una mera “fisiologia
della crisi”, a cogliere piuttosto il potenziale di una ripresa
del dinamismo sociale, così come è andato manifestandosi
in questo ultimo scorcio di tempo. E’ un’esortazione che
punta a valorizzare i fermenti conflittuali di una società tutt’altro
che pacificata e a sintonizzarci sull’onda di una fase nuova (l’incredibile
esito referendario e le ricorrenti vertenze sociali che si aprono nel
nostro Paese sono lì a dimostrarlo). Si tratta di un’indicazione
certamente giusta; ma va a mio parere inserita in un quadro generale
che presenta elementi altamente contraddittori. C’è infatti
un Paese che non accenna a piegare la testa e che anzi reagisce con
pesanti e inequivocabili segnali al conformismo neoliberista; e d’altro
lato - come testimoniano anche oggi i titoli di testa di tutti i quotidiani,
con gli allarmati riferimenti alla fragilità dell’assetto
economico-finanziario nazionale – c’è il perdurare
della crisi capitalistica, che è lungi dal trovare vie d’uscita
e rispetto alla quale non è alle viste una compiuta alternativa
di sistema (un’alternativa politica radicale che sia disponibile
ora, concretamente pronta all’uso). In ciò sta la contraddittorietà
del contesto in cui operiamo.
Siamo un piccolo partito, anche se sappiamo che, al di là della
nostra forza organizzata, siamo presenti nei movimenti di massa che
si muovono attorno a noi. Ma la consapevolezza dei nostri limiti non
può esimerci dal collocare comunque la nostra proposta all’altezza
richiesta dall’urgenza della situazione. Mi spiego con una citazione.
Nel suo intervento alla Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori
del Pd, Massimo D’Alema ha inteso dare respiro e prospettiva ampia
al suo ragionamento: nel giro di due anni, si svolgeranno delicatissime
elezioni politiche in tre importanti Paesi europei, segnatamente in
Italia, Francia e Germania. Chi prevarrà – e, ovviamente,
D’Alema fa il tifo per le forze del centro-sinistra – detterà
le regole dell’Unione Europea, di cui i tre Paesi suddetti sono
colonne portanti (decisive e condizionanti). Perfino D’Alema –
è tutto dire – è colto dal sospetto che le attuali
politiche continentali non siano in grado di far uscire l’Unione
dall’impasse in cui continua a galleggiare: il quadro resta fosco,
la coesione dell’impianto europeo è a rischio e i cosiddetti
“aiuti” ai Paesi in difficoltà (nei fatti, prestiti
onerosissimi in cambio di massacri sociali) rischiano di stringere ancor
più il cappio della deflazione e, in definitiva, di far saltare
il banco. Così, egli propone di elaborare obiettivi comuni da
spendere nelle rispettive campagne elettorali. Non entro qui nel merito:
mi limito a dire che, in particolare, D’Alema ha di mira proposte
di gestione del debito che consentano una qualche ripartizione degli
oneri a livello comunitario. Bene, su un punto egli ha ragione: una
proposta seria al nostro Paese non può che muovere dal contesto
in cui esso è inserito e dalla discussione dei vincoli che tale
contesto impone. Egli fa bene, dunque, a fare le sue proposte; noi dobbiamo
fare le nostre: proposte che siano all’altezza del problema e
che dovremmo cominciare a discutere subito, a partire dal seminario
della Sinistra Europea che prenderà il via qui in Italia, in
Umbria, dal prossimo 12 luglio. Sinistra Europea: se ci sei, batti un
colpo!
Noi dobbiamo dire le cose che D’Alema non vuole o non può
dire. Egli ha ragionato attorno al problema del debito e a “come”
debba essere pagato. Noi dobbiamo aggiungere quel che proponiamo su
“quanto” pagare” e su “chi” deve pagare.
E’ soprattutto qui – dove premono quegli interessi di classe
che il Pd non vuole o non può sconvolgere - che la nostra voce
deve essere forte e chiara: ad esempio, per proporre un’imposizione
patrimoniale nei confronti del decile più ricco della popolazione
(a sgravio della parte restante) o per opporci all’ennesima stagione
privatizzatrice (in proposito, sento già le proteste di Bersani
e Fassina, nei confronti di chi non distinguerebbe tra “privatizzazioni”
e “liberalizzazioni”: come se il recente passato non avesse
insegnato nulla circa gli effetti disastrosi di tale impostazione sulla
nostra politica industriale e in ordine agli equivoci che presiedono
alle mitologie della “libera concorrenza”). Possiamo e dobbiamo
costruire la nostra proposta “dal basso”: in primo luogo,
perché c’è differenza tra il condurre trattative
programmatiche con altre forze politiche in assenza di movimenti di
massa, ovvero condurre quelle medesime trattative con il supporto di
mobilitazioni sociali e piazze piene di gente. Ma soprattutto perché
c’è una profonda connessione tra le ragioni dei comitati,
quelli che ad esempio hanno animato la campagna referendaria, e il cuore
dell’alternativa che noi proponiamo (la quale annovera tra i suoi
punti essenziali la svolta ambientale dell’economia e il no alle
privatizzazioni).
Su tutto questo va lanciata la nostra sfida politica e programmatica.
Ma è precisamente alla luce di tale contesto che risulta assai
preoccupante la sostanza dell’accordo stretto tra Cgil, Cisl,
Uil e Confindustria. Non torno sui punti di caduta più pesanti
che anche qui sono stati richiamati (e che, d’altra parte, hanno
già indotto a prese di posizione nettamente critiche, da parte
di dirigenti Fiom, oltre che di autorevoli giuslavoristi e sociologi
del lavoro, così come di altrettanto autorevoli rappresentanti
della sinistra politica). Ribadisco solo la gravità che, a mio
giudizio, riveste il sigillo formale posto alla possibilità di
deroga dal contratto collettivo nazionale, peraltro di fatto già
praticata, e, soprattutto, la compressione della possibilità
di espressione diretta dei lavoratori in ordine al loro contratto di
lavoro, con il preoccupante corollario di un ruolo delle rsu elettive
sottoposto a disdetta da parte della Uil e formalmente affiancato a
quello di rsa, organismi di nomina sindacale. Su questo e nel rispetto
dell’autonomia del sindacato, penso sia necessario esercitare
in tutte le sedi opportune la critica del nostro partito. Aggiungo che
la dialettica di posizioni e l’esercizio della critica è
il sale della politica (dunque anche della politica sindacale): ciò
vale quando la critica è sì aspra, ma precisa e circostanziata.
Non urlata. Crediamo di essere persone serie e sappiamo qual è
il peso e la posta delle questioni trattate. Non ci interessa distruggere,
ma costruire – stanti i rapporti di forza esistenti – una
strada possibile nell’interesse del mondo del lavoro. E la Cgil,
il più grande sindacato italiano, la sua unità, costituiscono
un patrimonio prezioso: l’esercizio della critica, anche la più
aspra, fa per noi tutt’uno con la suddetta consapevolezza.
In questi nostri impegni, che non sono dei più semplici e che
attraverseranno la riflessione del nostro congresso, permane decisivo
il tema dell’unità: quella della Federazione della Sinistra
(difficile – come si evince da resoconti che anche oggi hanno
costellato il dibattito – ma necessaria e da perseguire con ostinazione),
quella della sinistra di alternativa (con al centro l’attenzione
specifica da mantenere nei confronti dell’importante discussione
che stanno conducendo le compagne e i compagni di Sel), quella che ispira
la stessa interlocuzione con il Pd (per tenere aperta la prospettiva
di un’alleanza democratica contro le destre e il loro sciagurato
governo). Il documento approvato alla fine dello scorso Cpn costituisce,
nel merito, un essenziale riferimento.
Chiudo con due rapide osservazioni, concernenti la parte dell’introduzione
in cui il segretario ha accennato al documento congressuale. In primo
luogo, Ferrero ha anticipato l’intenzione – condivisibile
– di porre in primo piano il valore fondante della democrazia
reale, di contro alla preoccupante involuzione degli odierni assetti
politico-istituzionali. In proposito, ritengo importante sottolineare
il valore dell’esistenza di organismi intermedi, incaricati di
mediare la delicata relazione tra i vertici (istituzionali, di partito)
e la base di una società complessa, affinando la qualità
dei processi decisionali e, perciò stesso, della democrazia medesima.
Così da prevenire un fatale fraintendimento: quando si fanno
fuori o comunque deperiscono le suddette istanze intermedie, quel che
dietro l’angolo ci attende non è la quintessenza della
democrazia diretta ma il pieno (regressivo) del plebiscitarismo, il
rapporto enfatico del capo con il “suo” popolo.
In secondo luogo, un paio di considerazioni a proposito della tematica
dei beni comuni. Benchè il lavoro possa essere inteso –
entro una classificazione tematica – come caso esemplare di “bene
comune” da tutelare e difendere, ritengo tuttavia che –
nell’economia di un documento congressuale – ad esso debba
essere assegnata una collocazione autonoma e privilegiata: ciò
è richiesto dalla vastità dei temi che tale titolo include
nonché dall’importanza di tali temi per l’azione
e per il tipo di partito che intendiamo consolidare. La seconda osservazione
ha un carattere, per così dire, storico-politico: non posso che
dedicarvi qui uno schematico cenno. Nel trattare dei beni comuni, si
indulge talvolta in formulazioni sommarie circa la pretesa di espungere,
in tale contesto, il “valore di scambio” dalla produzione
e circolazione dei beni, in vista di un primato del “valore d’uso”.
Simili enunciazioni possono anche andare finchè rimangono ad
un impiego metaforico e propagandistico. Se, viceversa, le si intende
alla stregua di vere e proprie generalizzazioni teoriche, direi che
ci si immette su una strada a dir poco sdrucciolevole: ricordo soltanto
che precisamente una tale pretesa – quella di voler troppo frettolosamente
affermare il primato del valore d’uso dei beni, liquidando la
legge del valore, che in una società capitalistica regola lo
scambio di merci attraverso appunto il loro “valore di scambio”
– costituisce uno dei fattori che hanno a suo tempo scardinato
la “razionalità” della pianificazione socialista
e, con essa, del “socialismo reale” in quanto tale.
Mi fermo qui, scusandomi ancora per la provvisorietà e schematicità
dell’ultima notazione.
Sandro Valentini
Un punto di dissenso non mette in discussione un Congresso unitario.
Anzi, lo arricchisce
Qualche giorno fa, in un editoriale su “Liberazione”, per
molti aspetti condivisibile, Russo Spena ha usato, per illustrare la
proposta politica del partito, gli stessi argomenti che Ferrero ha utilizzato
nella sua introduzione, ma per dare maggior forza alle sue considerazioni
s’interrogava cosa potessero pretendere di più alcuni compagni
“governisti”. Devo dare atto a Ferrero che non ha ripreso
nella relazione tale maliziosa interpretazione: ci sono quelli di “Falce
martello” che non intendono chiudere con il Pd nessun accordo
e vi sono quelli come Valentini che vogliono andare al governo a tutti
i costi. Basta battere queste due opposte tendenze minoritarie e oplà
il Congresso è fatto!
Vorrei intanto ricordare a Russo Spena e a questo Cpn che sulla questione
del governo, nei due passaggi decisivi della storia del Prc, il sottoscritto
non è mai stato “governista”. Sul primo governo Prodi
mi schierai convinto con Bertinotti sulla rottura e contribuii –
allora ero Segretario regionale – credo non poco in un drammatico
Cpn alla messa in minoranza di Cossutta; al Congresso di Venezia, dove
fu sancita l’alleanza dell’Unione ero tra quelli invece
che volevano mettere i “paletti programmatici” all’accordo
politico e di governo. Altri invece, molti dei quali oggi si definiscono
“non governisti” si schierarono acriticamente sulla posizione
dell’accordo, magari rincorrendo ministeri, poltrone da parlamentari,
presidenze.
No questo modo di discutere lo respingo al mittente!
Il mio dissenso politico si concentra su un punto. Ferrero giustamente
afferma – condivido sostanzialmente questa analisi – che
siamo entrati, con il voto sulle amministrative e i referendum, in una
nuova fase politica, di transizione, non sappiamo quanto breve o lunga,
però di passaggio dalla seconda Repubblica a una riscrittura
complessiva delle regole democratiche e a una configurazione della stessa
Repubblica. Non mi pare poco. Ma se è così è allora
la nostra proposta politica mi pare del tutto inadeguata, insufficiente,
non all’altezza dei compiti di fase.
Ho colto e apprezzato le aperture di Ferrero. In questo Cpn non si parla
solo di costruire con il Pd un “fronte democratico”, ma
di incalzarlo su un vero e proprio confronto programmatico, addirittura
tramite “primarie di programma” . Ma è la premessa
che non convince, che non ci fa uscire dal minoritarismo, che non trasforma
la nostra proposta in una politica in grado di parlare a grandi masse
popolari. Vi è una domanda semplice semplice a cui occorre rispondere:
perché si continua a ribadire pregiudizialmente che non vi sono
le condizioni di un accordo di governo con il centro-sinistra prescindendo
dall’esito della verifica programmatica? Se il confronto programmatico
è già segnato in partenza allora voler chiedere il confronto
è una “furberia politicistica” senza respiro strategico,
non credibile, che non incide, non sposta di una virgola i rapporti
di forza. E perché il Pd dovrebbe mettersi a discutere di programmi
con chi dichiara, prima ancora di mettersi attorno a un tavolo, di non
voler assolutamente chiudere una intesa politica e di governo?
Vi è nel Paese un forte vento di rinnovamento e di cambiamento.
Il popolo di sinistra chiede in primo luogo unità. E solo proponendo
con determinazione questo valore strategico, senza distingui aprioristici,
si costruisce un accordo elettorale, programmatico (almeno su alcuni
punti significativi di natura sociale e sulle regole democratiche) e
politico. Considero l’esito del confronto tutt’altro che
scontato. Non sarà per nulla facile chiudere con il Pd un accordo
di governo. Ma deve essere il Pd a dire di no e a spiegare al popolo
della sinistra perché non vuole cancellare la legge 30, perché
non vuole introdurre la patrimoniale, perché vuole aggirare il
referendum sull’acqua con la gestione ai privati di questo essenziale
bene comune. Non capisco perché un partito come il nostro, che
rivendica una giusta completa autonomia dal centro-sinistra, sia alla
fin fine tanto subalterno al Pd da togliergli tutte le castagne dal
fuoco. A conclusione del confronto programmatico si valuterà
quali condizioni politiche e orientamenti sono maturati, fermo restando
il comune obiettivo di cacciare Berlusconi e garantire al Paese un governo
diverso, possibilmente non moderato, ma avanzato.
Ferrero sostiene che le condizioni di chiudere un accordo di governo
con il centro-sinistra non ci sono anche perché la coalizione,
con questa legge elettorale, non avrà la maggioranza assoluta
dei seggi al Senato. Il centro-sinistra sarà costretto, come
a Milano e a Cagliari, a trovare un’intesa con il centro di Casini
a nostro danno. È molto probabile ma non certo che le cose vadano
in questo modo. Ma se dovessero andare effettivamente così non
vedo per quale ragione dovremmo essere noi a regalare al Pd una soluzione
centrista. Che paghi un prezzo cacciandoci dalla maggioranza e rimangiandosi
gli accordi programmatici sottoscritti!
Si dice, inoltre, che il quadro politico europeo dominato dai conservatori,
non lascia spazi all’Unione Europea per politiche riformiste,
pur parziali. Ma anche il quadro politico europeo è in movimento.
Facciamo finta di non rammentarci che entro i prossimi tre anni due
importanti paesi europei, oltre l’Italia, andranno al voto: la
Francia e la Germania e che nella prima possa vincere una colazione
di sinistra-centro alla presidenziale e che in Germania si affermi invece
un’alleanza rosa-rossa-verde: Due elezioni dunque che potrebbero
modificare profondamente il quadro politico europeo.
Il mio è senz’altro un punto di dissenso che si accompagna
alla questione di una offensiva vera per realizzare l’unità
oggi possibile di tutte le forze alla sinistra del Pd. È evidente
che una unità d’azione tra Fds, Sel e Idv aumenta notevolmente
la forza di contrattazione programmatica della sinistra nella coalizione
spostando a sinistra il baricentro del centro-sinistra. Il tema chiama
in causa, come molti compagni hanno sottolineato, lo stato della Fds,
nata male, senza un coinvolgimento vero dei militanti, con un Congresso
svolto in modo verticistico. La Fds è oggi sostanzialmente un
“cartello elettorale” tra l’altro in molti territori
con un tasso di litigiosità elevato. Chiama in causa le responsabilità
e le scelte della segreteria per esempio sulla vicenda del Porta voce.
Io sono tra quelli che chiede un rilancio politico, culturale e organizzativo
della Fds come primo passo per un processo costituente unitario a sinistra,
che abbia come sbocco la costituzione di un nuovo soggetto plurale.
Sono questi temi importanti che credo siano al centro del dibattito
congressuale. Non mi pare che il mio dissenso si caratterizzi come posizione
alternativa a quella della segreteria. Ecco perché apprezzo la
proposta di Ferrero di un congresso unitario, a tesi o attraverso un
documento in cui su singole questioni, pur rilevanti, si possano essere
punti di vista diversi. Raccolgo pertanto la sfida di Ferrero di lavorare
a un congresso unitario, sarebbe da irresponsabili misurarci oggi su
laceranti contrapposizioni. Un Congresso che ricerchi l’unità
però attraverso un limpido e libero confronto e non avvolgendo
il partito in una ingessatura precostituita da pratiche correntizie.
Abbiamo bisogno di un congresso che rilanci il Prc come motore indispensabile
della costruzione di processi unitari a sinistra, processi unitari resi
ancora più urgenti dalla fase politica nuova apertasi, dalla
necessità a cui siamo chiamati di dirigere e governare la transizione.
Un’ultima questione in conclusione. Considero un pessimo accordo
quello sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil con la Confindustria. Alle critiche
di merito sollevate da altri aggiungo una critica di metodo: un accordo
così importante, che incide pesantemente sui diritti sindacali
e sulla democrazia andava discusso in bel altro modo: coinvolgendo i
lavoratori e non deciso dall’alto. Detto ciò fatico molto
a rendere esplicite le mie critiche quando purtroppo, anche dentro il
partito, e Liberazione in questo ha svolto un ruolo decisamente negativo,
montano posizioni come quella di considerare il gruppo dirigente della
Cgil dei “traditori” o dei “servi della Confindustria”
o quando si lanciano avventurose parole d’ordine di uscire dalla
Cgil auspicando una rottura drammatica della Fiom. Vorrei discutere
in tutt’altro modo, in primo luogo tentando di capire le ragioni
di una Cgil oggi in grande difficoltà. Del resto lo stesso Landini
giustamente va ripetendo che la Fiom è la Cgil e che la battaglia
per contrastare e correggere le scelte confederali va condotta nella
e per la Cgil che resta, nonostante la canea antisindacale di questi
giorni, l’unica organizzazione di massa in Italia del mondo del
lavoro.