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Dobbiamo partire dall'inequivocabile per avere una chiara visione, una distinta analisi di ciò che è avvenuto con queste elezioni amministrative. Se al primo turno erano evidenti delle linee di comportamento dell'elettorato, al secondo turno sono diventate lampanti le scelte fatte sulla base della ormai purtroppo consueta costrizione a scegliere tra i due "concorrenti" rimasti in gara. La truffa del doppio turno è finalmente così evidente che nessuno potrà dire: "E' solo un'interpretazione".


A Genova, Marco Doria, candidato di sinistra per il centrosinistra vince con un ampio distacco su Musso del PDL, con un 59% dei voti che lo qualifica quindi sindaco di Genova a tutti gli effetti, ma il dato terribile è quello dell'astensionismo: nella vecchia città della Lanterna sono andati a votare solamente 39 cittadini su 100. Questo vuol dire che la democrazia viene sacrificata sull'altare delle scelte di rappresentanza e in quei bizantinismi che per oltre vent'anni si sono protratti fin dal referendum di Segni del 1992 quando solo un 8% di italiani decise di opporsi alla fine del sistema proporzionale visto come la fonte di ogni disgrazia del Paese.
Anche quella fu antipolitica, fu un tassello di un più vasto disegno di rivalutazione delle istanze repubblicane, di tenuta della democrazia con tutto il suo tessuto sociale che sarebbe stato, di lì a poco, attaccato senza alcuna pietà e senza alcuna sosta attraverso i governi Berlusconi, D'Alema, Amato con inciampi imperdonabili anche nei brevi intermezzi dei governi di Romano Prodi.
Da questa tornata elettorale, emerge dunque il dato dell'insufficienza di questo sistema elettorale che allontana dalle cabine e dai seggi e che allontana, dunque, dalla partecipazione in forma di delega. Una riforma nuovamente impostata sul bipolarismo sarebbe una evidente miopia politica, un perseverare nell'errore di ignorare la richiesta dei cittadini di vedere superato questo manicheismo, questa divisione tra scelte duali e non plurali oltre il confronto tra gli ultimi rimasti a combattere per il posto da sindaco.
Il dato politico di Genova si lega a quello di Palermo fino a quello più piccolo demograficamente, ma di grande importanza simbolica, del comune di Palagonia. Marco Doria, Leoluca Orlando che letteralmente surclassa Ferrandelli e batte quindi un centrosinistra che non sa rinnovarsi (proprio come accade a Parma dove i grillini conquistano una città amministrata da dieci anni dalle destre...) e che ha dato una pessima prova nella vicenda delle primarie, per arrivare a Palagonia dove il giovane Valerio Marletta, un compagno, un nostro compagno di Rifondazione Comunista, viene eletto sindaco con il 73% dei voti.
Proprio nei giorni seguenti al terribile attentato di Brindisi, i siciliani di Palermo, di Palagonia e di Agrigento dicono a tutta l'isola che c'è una possibilità di invertire la tendenza, di cambiare rotta, di rivolgersi alle forze sane della società e della politica. Forze che cominciano a rovesciare il dominio incontrastato delle destre democristiane che hanno tenuto sotto scacco il mondo istituzionale per tutto l'arco temporale del dominio berlusconiano.
La vittoria di Leoluca Orlando è la vittoria del rinnovamento. Così lo è quella di Marco Doria e così lo è ancora di più quella della piccola Palagonia, dove davvero il simbolismo diventa accecante perché si va nel cuore di una Sicilia inesplorata dalle forze progressiste e di sinistra. Dove il coraggio delle compagne e dei compagni di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra ha scavalcato ogni pregiudizio e ha vinto sul pregiudizio politico, su quello sociale e perfino su quello morale. Chi osa sfidare la mafia si scontra anche contro questo tipo di morale contro un'altra morale.
Mentre tutto questo scenario complesso si compone, mentre possiamo con tutta onestà ed evidenza parlare di una vittoria delle forze del centrosinistra in queste elezioni amministrative, parimenti possiamo dire che la Lega Nord e il PDL sono i grandi sconfitti: la prima perde sette comuni su sette. Una debacle. Il secondo riconosce la sconfitta per bocca del segretario Alfano e annuncia un cambiamento di strategia e persino di nome.
La sinistra comunista ha quindi il compito di proporre all'intero centrosinistra un rinnovamento che verta su candidati progressisti, non necessariamente di centro, ma appunto progressisti. Non necessariamente comunisti, ma progressisti. Insisto su questa parola perché solo con un programma di rinnovamento progressista, con un programma apertamente di sinistra potremo dare un seguito al vento favorevole di queste elezioni che, è bene non dimenticarlo, ci vede ancora, come Federazione della Sinistra, in una posizione di retroguardia, di difficile presa sulla coscienza della gente.
Noi siamo presenti in moltissime lotte: operaie, studentesche, ecologiste, sociali, antifasciste, antimafia... la lista sarebbe molto lunga. Eppure la nostra protesta, la nostra voce di protesta non arriva a quell'ampio spettro di popolazione che potenzialmente dovrebbe sentirsi tutelata dai comunisti e dalla sinistra. Dobbiamo recupare non tanto dei consensi, quanto una credibilità che poggi sulla consapevolezza proprio di ciò che possiamo fare e di ciò che invece non possiamo.
Avere questa consapevolezza significa lavorare per spostare a sinistra l'asse dell'azione politica ovunque sia possibile e rivendicare sempre condizioni di miglioramento per i diritti sociali e civili, per la compatibilità ambientale, contro ogni ingiustizia, contro ogni potere che prevarica, contro ogni qualunquismo e populismo.
Rifondazione Comunista, dunque, può ancora essere un volano per questa sinistra. La fase della resistenza forse non è ancora finita, ma dobbiamo ora entrare con forza, entusiasmo e vigore nella fase della ricomposizione dei valori, dell'unità plurale, senza costrizioni, ma solo con condivisioni. Si apre una nuova stagione. Non sprechiamone le potenzialità.

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