| Quel
che il futuro dirà di noi
Paolo Ferrero
Idee per uscire dal capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica
ISBN 978-88-6548-009-0
pagine 180
2010
Collana Fuori Fuoco
€ 12 (€ 10.20 su www.rifondazione.it)
Seconda edizione riveduta e ampliata
Con prefazione di Oskar Lafontaine e postfazione di Giorgio Galli
La
sinistra comunista ha ancora qualcosa da dire? Decisamente sì,
risponde Paolo Ferrero. Perché il neoliberismo che sembrava trionfante
è precipitato nella più grave crisi della storia, e nessuno
– ai piani alti – sa come uscirne. Alla crisi economica, infatti,
se ne sommano altre: climatica, ambientale, energetica, dei rapporti sociali.
E l’umanità si trova di nuovo davanti al bivio tra socialismo
o barbarie. Ma l’orizzonte della scarsità delle risorse pone
il problema in modo diverso, più drastico. Richiede un di più
di scienza e coscienza, di giustizia ed eguaglianza. Il socialismo torna
quindi con prepotenza l’unica alternativa teorica possibile.
Ma proprio gli eredi di questa tradizione – in Italia più
che in altri paesi – escono da una sconfitta senza precedenti, che
li ha fatti quasi scomparire dalla scena politica.
Ferrero ripercorre gli ultimi tre decenni della storia del nostro paese,
interrogandosi sulla serie di scelte che hanno determinato infine la frantumazione
e l’emarginazione della sinistra. Fino all’assunzione del
punto di vista dell’avversario. Una «sindrome» di cui
invita a liberarsi in fretta, riconquistando quell’autonomia culturale
e politica indispensabile per rappresentare davvero un’alternativa
generale, capace di rompere la trappole del bipolarismo e del populismo:
ovvero di quanto ha permesso la «resistibile ascesa» del potere
berlusconiano.
UN
ASSAGGIO
La
domanda da cui partire è obbligata: perché è così
profonda la crisi della sinistra italiana?
La mia tesi di fondo è che la sinistra in Italia, più che
sconfitta, si è dissolta. Le sconfitte possono dar vita a un ripensamento
critico, a una ricerca degli errori per correggerli e ripartire. In Italia,
invece, nella parte maggioritaria delle sinistre, dalle sconfitte si è
usciti a senso unico, con la progressiva assunzione del punto di vista
dell’avversario. Non si è ripensato criticamente nulla, si
è semplicemente buttato via tutto. Senza distinzioni tra buone
ragioni e cattive pratiche, tra spinte genuine e autoritarismi privi di
ogni giustificazione.
In Italia è risuonato in questi anni, in un lungo ciclo oramai
trentennale, una specie di «guai ai vinti», in cui la forza
è diventata metro di misura della ragione. Il problema principale
della sinistra non è quindi la sua sconfitta – da cui si
può sempre ripartire – ma la sua dissoluzione nella contraddittoria
e progressiva assunzione del punto di vista dell’avversario. In
nome della vittoria e dello stare al passo con i tempi si è passati
di sconfitta in sconfitta fino alla dissoluzione del senso di sé.
Questo spiega in larga parte la resistibile vittoria della destra e la
sua egemonia: nella misura in cui non esiste più un credibile punto
di vista alternativo, incarnato in passione e organizzazione, l’unica
narrazione possibile è quella dominante, che tende ad assumere
i connotati dello spirito del tempo. La vera forza della destra è
da ricercare innanzitutto – certo non solo – nella debolezza
strategica della sinistra che abbiamo alle spalle.
La
destra italiana è cresciuta nell’arco degli ultimi trent’anni
sull’onda di un rovesciamento drastico dei rapporti di forza tra
le classi, che data almeno dalla «grande ristrutturazione industriale»
avvenuta dalla fine degli anni Settanta. Ma è anche riuscita a
imporre la sua narrazione del mondo come «senso comune» di
tutta la società, fino ad apparire come l’unico interprete
del «cambiamento». Lo sforzo della sinistra di aderire anche
ideologicamente all’«immutabilità» del presente
capitalistico l’ha lentamente fatta diventare – anche agli
occhi delle classi subalterne, abbandonate a se stesse – l’immagine
della «conservazione». Parallelamente, mettendo in atto o
avallando politiche profondamente sbagliate, ha contribuito alla distruzione
della forza dei lavoratori dipendenti, della classe operaia e dei movimenti
antagonisti di questo paese. Ha insomma segato il ramo che aveva contribuito
a far crescere e su cui era stata seduta per un secolo. Alla fine il cerchio
fra errori politico-culturali e sradicamento sociale si è chiuso,
determinando lo spaesamento attuale, dove è in gioco la sopravvivenza
stessa.
L’avversario
ha (quasi) sempre ragione?
Questo
libro, volendo provare a individuare alcune piste di lavoro per ricostruire
una efficace presenza politica comunista e della sinistra, parte quindi
dall’analisi degli errori. Solo analizzandoli, infatti, si può
evitare di ripeterli al fine di fondare su più solide basi un progetto
politico. è vero, questo lavoro non è sufficiente per darsi
una strategia vincente per il domani. Troppi generali sono bravissimi
a spiegarti oggi come vincere l’ultima guerra che hanno perso ieri.
Sovente però perdono anche quella successiva, perché analizzano
gli errori fatti nel passato, ma non tengono in conto le modifiche nel
frattempo intervenute.
Il punto non è quindi pensare che un’analisi critica del
passato sia sufficiente a dotarsi della «linea giusta», né
tanto meno il pensare che si tratti semplicemente di «tornare»
al passato. La comprensione degli errori del passato è condizione
necessaria – ma non sufficiente – per costruire un progetto
politico antagonista nel futuro. Gli errori non compresi portano semplicemente
alla confusione e al disorientamento. Dai primi si può capire qualcosa,
dalla confusione no. Quindi, analisi della sconfitta come presupposto
di una elaborazione politica, non come suo sostituto.
AUTORE
Paolo
Ferrero
Paolo Ferrero è nato a Pomaretto (To) nel 1960. Operaio e poi cassaintegrato
Fiat, valdese, obiettore di coscienza, è stato segretario nazionale
della Federazione Giovanile Evangelica Valdese. Ha ricoperto ruoli di
direzione politica in Cgil e Democrazia proletaria. È stato Ministro
della solidarietà sociale del secondo governo Prodi e oggi è
segretario nazionale del Partito della rifondazione comunista e portavoce
della Federazione della sinistra. |
In
direzione ostinata e contraria
Per una storia di Rifondazione comunista
Paolo Favilli pagine 232
Prefazione di Paolo Ferrero
Dalla
prefazione di Paolo Ferrero
Vent’anni
fa nasceva Rifondazione comunista. Mi pare utile cogliere l’occasione
di questo «compleanno» per interrogarsi a fondo, senza troppi
fronzoli su questi vent’anni. Sul progetto di rifondazione, sui
suoi successi e sui suoi fallimenti. In particolare per ragionare sulla
utilità odierna della prospettiva e del Partito della rifondazione
comunista. Questo libro è un contributo utile per questa riflessione.
Non ci troviamo dinnanzi alla storia di Rifondazione comunista in senso
stretto. Abbiamo piuttosto un insieme di riflessioni che forniscono materiali
e considerazioni tanto sulla storia del partito quanto sul progetto della
Rifondazione comunista più in generale. Non avete quindi in mano
un breviario o la vulgata ufficiale della storia di Rifondazione ma un
libro denso di riflessioni, utili a ripensare il passato e a progettare
il futuro. Riflessioni su cui si può concordare o meno ma che rappresentano
il contributo che lo studioso Paolo Favilli ha voluto dedicare a questa
esperienza collettiva. Del resto Gramsci sosteneva che la storia di un
partito politico andava scritta non a partire dalle deliberazioni dei
suoi comitati centrali ma a partire dalla sua incidenza nella storia del
paese. Nel ringraziare Favilli per il suo lavoro, colgo l’occasione
per aggiungere alcune considerazioni sulla storia che a mio parere sono
utili alla riflessione odierna.
Liberamente
comunisti
Rifondazione
comunista nasce all’inizio degli anni Novanta, in concomitanza e
in opposizione allo scioglimento del Pci. Quello scioglimento promosso
dal gruppo dirigente e accettato dalla maggioranza degli iscritti. Il
punto fondante è indubbiamente l’opposizione alla narrazione
secondo cui «il comunismo è un cumulo di macerie da cui prendere
le distanze il più rapidamente possibile». All’origine
di Rifondazione c’è quindi l’idea che il comunismo
e la sua storia siano una risorsa – indispensabile – per la
trasformazione sociale. Una storia con cui fare i conti, da non assumere
acriticamente, ma non da gettare nella pattumiera della storia. Da qui
il nome – Rifondazione comunista – in cui i due termini –
indivisibili – si definiscono e si qualificano a vicenda. La convinzione
che si può e si deve essere comunisti, nonostante il fallimento
del primo tentativo di fuoriuscita dal capitalismo e il fatto che lo stalinismo
abbia negato in radice il comunismo, e con esso le istanze di libertà
e giustizia che animano i comunisti e le comuniste nella loro azione.
Parimenti, la convinzione che solo una rifondazione, solo un nuovo inizio,
possono dar conto del mantenimento dei valori di fondo del comunismo nella
più netta discontinuità e rottura con lo stalinismo, cioè
con il comunismo che nega se stesso.
Di questa nascita mi preme sottolineare un elemento paradossale, che ha
a mio parere ha segnato Rifondazione comunista in profondità per
questi vent’anni. Nella vulgata dell’epoca, Rifondazione era
caratterizzata da conservatorismo e nostalgia. Quante volte ci siamo sentiti
dire «sei ancora comunista?», dove l’ancora segnava
una inevitabilità del processo storico che solo l’ottusità
– frutto di stupidaggine o testardaggine poco importa – poteva
portare a non considerare. Paradossalmente però quelle decine di
migliaia di compagni e compagne che non si iscrissero al Pds ma aderirono
invece al Movimento della rifondazione comunista, produssero uno strappo
fortissimo con un elemento di fondo della tradizione da cui provenivano:
il fatto che il partito e in specifico chi lo dirige ha sempre ragione.
Nell’Italia nichilista di oggi può apparire un discorso assurdo,
ma alla fine degli anni Ottanta non era così. Ci fu molto più
stalinismo nei meccanismi di conformismo e di fedeltà al partito
che hanno portato tanti compagni e compagne a iscriversi al Pds che non
nella scelta controcorrente di dar vita o di iscriversi a Rifondazione
comunista. Rifondazione nasce come atto soggettivo, nasce con una decisione
individuale e insieme collettiva, Rifondazione non è un atto di
obbedienza, è un atto di coerenza in primo luogo con la propria
coscienza, con la propria storia, con la rammemorazione – direbbe
Benjamin – di chi si è battuto prima di noi. All’inizio
di Rifondazione due erano – non a caso – gli slogan che ci
definivano maggiormente: orgogliosamente comunisti e liberamente comunisti.
Da qualsiasi parte la si guardi, Rifondazione comunista è l’unica
comunità politica italiana di questi vent’anni dove gli iscritti
hanno deciso – orgogliosamente – la loro storia, sin dall’inizio
degli anni Novanta.
Favilli cita Buio a mezzogiorno, di Koestler. In quel libro si spiegano
bene i meccanismi psicologici che hanno portato tante e tanti militanti
comunisti a dare ragione al partito anche quando erano convinti che il
partito sbagliasse. In quanto descrive Koestler vi è una doppia
valenza. Da un lato la grandezza morale di militanti che preferivano mettere
a tacere la propria individualità in nome di un progetto collettivo
che travalicava la singola vita di ognuno. Morire per la causa non è
forse la forma più radicale di far prevalere il progetto collettivo
sulla propria individualità? Dall’altra però Koestler
ci mostra l’uso reazionario che di questa etica militante viene
fatto dal vertice del partito, in cui la fedeltà viene usata come
arma per mettere a tacere i militanti. Per obbligare i militanti a piegare
la testa e a confessare crimini mai compiuti. Koestler ci mette quindi
davanti alla dialettica che si determina tra «fedeltà alla
causa» e «fedeltà al partito» o se volete al
suo gruppo dirigente. A me pare che Rifondazione comunista nasca da decine
di migliaia di uomini e donne che hanno anteposto la «fedeltà
alla causa», all’obbedienza, alle gerarchie. Compagne e compagni
in grado di rompere con la scelta del gruppo dirigente del partito proprio
per rimanere fedeli alla causa. Questo è rimasto a mio parere un
tratto caratteristico e assolutamente positivo di Rifondazione comunista.
La fedeltà ai massimi dirigenti ha ovviamente pesato nella storia
di Rifondazione ma non ha mai avuto un peso determinante nei momenti topici.
Non a caso, quando dirigenti importanti e stimati come Garavini, Cossutta,
Bertinotti e Vendola, hanno proposto un indirizzo politico che si discostava
dalle ragioni di fondo della Rifondazione comunista, sono stati democraticamente
sconfitti. Non è un fatto da poco che una comunità politica
sia capace di autodeterminarsi in questo modo. La comunità politica
di Rifondazione comunista è andata oltre lo stalinismo, ma non
per cadere nel plebiscitarismo e nel leaderismo: si è costruita
attraverso la strutturazione della soggettività del suo corpo militante.
La comunità di Rifondazione è orgogliosamente comunista
non perché fedele a un leader ma perché consapevolmente
parte di una storia che comincia prima di noi, e che durerà dopo
di noi: la storia degli umani tentativi di costruire una società
di liberi e di eguali.
AUTORE
Paolo Favilli, storico, è professore associato presso l’Università
di Genova. Si è interessato principalmente di storia e storiografia
marxista in Italia. Tra le sue pubblicazioni: Storia del marxismo italiano.
Dalle origini alla grande guerra, Franco Angeli, Milano 1996; Marxismo
e storia. Saggio sull’innovazione storiografica in Italia (1945-1970),
Franco Angeli, Milano 2006; Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di
politica e storia, Franco Angeli, Milano 2009. |