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Quel che il futuro dirà di noi
Paolo Ferrero
Idee per uscire dal capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica
€ 10.20 (invece di € 12.00)
Seconda edizione riveduta e ampliata
Con prefazione di Oskar Lafontaine e postfazione di Giorgio Galli
2010
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In direzione ostinata e contraria
Paolo Favilli
Per una storia di Rifondazione comunista
Prefazione di Paolo Ferrero
€ 14.45 (invece di € 17.00)
2011
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Paolo Ferrero
Quel che il futuro dirà di noi

Quel che il futuro dirà di noi
Paolo Ferrero
Idee per uscire dal capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica
ISBN 978-88-6548-009-0
pagine 180
2010
Collana Fuori Fuoco
€ 12 (€ 10.20 su www.rifondazione.it)
Seconda edizione riveduta e ampliata
Con prefazione di Oskar Lafontaine e postfazione di Giorgio Galli

La sinistra comunista ha ancora qualcosa da dire? Decisamente sì, risponde Paolo Ferrero. Perché il neoliberismo che sembrava trionfante è precipitato nella più grave crisi della storia, e nessuno – ai piani alti – sa come uscirne. Alla crisi economica, infatti, se ne sommano altre: climatica, ambientale, energetica, dei rapporti sociali. E l’umanità si trova di nuovo davanti al bivio tra socialismo o barbarie. Ma l’orizzonte della scarsità delle risorse pone il problema in modo diverso, più drastico. Richiede un di più di scienza e coscienza, di giustizia ed eguaglianza. Il socialismo torna quindi con prepotenza l’unica alternativa teorica possibile.
Ma proprio gli eredi di questa tradizione – in Italia più che in altri paesi – escono da una sconfitta senza precedenti, che li ha fatti quasi scomparire dalla scena politica.
Ferrero ripercorre gli ultimi tre decenni della storia del nostro paese, interrogandosi sulla serie di scelte che hanno determinato infine la frantumazione e l’emarginazione della sinistra. Fino all’assunzione del punto di vista dell’avversario. Una «sindrome» di cui invita a liberarsi in fretta, riconquistando quell’autonomia culturale e politica indispensabile per rappresentare davvero un’alternativa generale, capace di rompere la trappole del bipolarismo e del populismo: ovvero di quanto ha permesso la «resistibile ascesa» del potere berlusconiano.

UN ASSAGGIO

La domanda da cui partire è obbligata: perché è così profonda la crisi della sinistra italiana?
La mia tesi di fondo è che la sinistra in Italia, più che sconfitta, si è dissolta. Le sconfitte possono dar vita a un ripensamento critico, a una ricerca degli errori per correggerli e ripartire. In Italia, invece, nella parte maggioritaria delle sinistre, dalle sconfitte si è usciti a senso unico, con la progressiva assunzione del punto di vista dell’avversario. Non si è ripensato criticamente nulla, si è semplicemente buttato via tutto. Senza distinzioni tra buone ragioni e cattive pratiche, tra spinte genuine e autoritarismi privi di ogni giustificazione.
In Italia è risuonato in questi anni, in un lungo ciclo oramai trentennale, una specie di «guai ai vinti», in cui la forza è diventata metro di misura della ragione. Il problema principale della sinistra non è quindi la sua sconfitta – da cui si può sempre ripartire – ma la sua dissoluzione nella contraddittoria e progressiva assunzione del punto di vista dell’avversario. In nome della vittoria e dello stare al passo con i tempi si è passati di sconfitta in sconfitta fino alla dissoluzione del senso di sé.
Questo spiega in larga parte la resistibile vittoria della destra e la sua egemonia: nella misura in cui non esiste più un credibile punto di vista alternativo, incarnato in passione e organizzazione, l’unica narrazione possibile è quella dominante, che tende ad assumere i connotati dello spirito del tempo. La vera forza della destra è da ricercare innanzitutto – certo non solo – nella debolezza strategica della sinistra che abbiamo alle spalle.

La destra italiana è cresciuta nell’arco degli ultimi trent’anni sull’onda di un rovesciamento drastico dei rapporti di forza tra le classi, che data almeno dalla «grande ristrutturazione industriale» avvenuta dalla fine degli anni Settanta. Ma è anche riuscita a imporre la sua narrazione del mondo come «senso comune» di tutta la società, fino ad apparire come l’unico interprete del «cambiamento». Lo sforzo della sinistra di aderire anche ideologicamente all’«immutabilità» del presente capitalistico l’ha lentamente fatta diventare – anche agli occhi delle classi subalterne, abbandonate a se stesse – l’immagine della «conservazione». Parallelamente, mettendo in atto o avallando politiche profondamente sbagliate, ha contribuito alla distruzione della forza dei lavoratori dipendenti, della classe operaia e dei movimenti antagonisti di questo paese. Ha insomma segato il ramo che aveva contribuito a far crescere e su cui era stata seduta per un secolo. Alla fine il cerchio fra errori politico-culturali e sradicamento sociale si è chiuso, determinando lo spaesamento attuale, dove è in gioco la sopravvivenza stessa.

L’avversario ha (quasi) sempre ragione?

Questo libro, volendo provare a individuare alcune piste di lavoro per ricostruire una efficace presenza politica comunista e della sinistra, parte quindi dall’analisi degli errori. Solo analizzandoli, infatti, si può evitare di ripeterli al fine di fondare su più solide basi un progetto politico. è vero, questo lavoro non è sufficiente per darsi una strategia vincente per il domani. Troppi generali sono bravissimi a spiegarti oggi come vincere l’ultima guerra che hanno perso ieri. Sovente però perdono anche quella successiva, perché analizzano gli errori fatti nel passato, ma non tengono in conto le modifiche nel frattempo intervenute.
Il punto non è quindi pensare che un’analisi critica del passato sia sufficiente a dotarsi della «linea giusta», né tanto meno il pensare che si tratti semplicemente di «tornare» al passato. La comprensione degli errori del passato è condizione necessaria – ma non sufficiente – per costruire un progetto politico antagonista nel futuro. Gli errori non compresi portano semplicemente alla confusione e al disorientamento. Dai primi si può capire qualcosa, dalla confusione no. Quindi, analisi della sconfitta come presupposto di una elaborazione politica, non come suo sostituto.

AUTORE

Paolo Ferrero
Paolo Ferrero è nato a Pomaretto (To) nel 1960. Operaio e poi cassaintegrato Fiat, valdese, obiettore di coscienza, è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Evangelica Valdese. Ha ricoperto ruoli di direzione politica in Cgil e Democrazia proletaria. È stato Ministro della solidarietà sociale del secondo governo Prodi e oggi è segretario nazionale del Partito della rifondazione comunista e portavoce della Federazione della sinistra.


Paolo Favilli
In direzione ostinata e contraria
Per una storia di Rifondazione comunista

In direzione ostinata e contraria
Per una storia di Rifondazione comunista
Paolo Favilli
pagine 232
Prefazione di Paolo Ferrero

Dalla prefazione di Paolo Ferrero

Vent’anni fa nasceva Rifondazione comunista. Mi pare utile cogliere l’occasione di questo «compleanno» per interrogarsi a fondo, senza troppi fronzoli su questi vent’anni. Sul progetto di rifondazione, sui suoi successi e sui suoi fallimenti. In particolare per ragionare sulla utilità odierna della prospettiva e del Partito della rifondazione comunista. Questo libro è un contributo utile per questa riflessione. Non ci troviamo dinnanzi alla storia di Rifondazione comunista in senso stretto. Abbiamo piuttosto un insieme di riflessioni che forniscono materiali e considerazioni tanto sulla storia del partito quanto sul progetto della Rifondazione comunista più in generale. Non avete quindi in mano un breviario o la vulgata ufficiale della storia di Rifondazione ma un libro denso di riflessioni, utili a ripensare il passato e a progettare il futuro. Riflessioni su cui si può concordare o meno ma che rappresentano il contributo che lo studioso Paolo Favilli ha voluto dedicare a questa esperienza collettiva. Del resto Gramsci sosteneva che la storia di un partito politico andava scritta non a partire dalle deliberazioni dei suoi comitati centrali ma a partire dalla sua incidenza nella storia del paese. Nel ringraziare Favilli per il suo lavoro, colgo l’occasione per aggiungere alcune considerazioni sulla storia che a mio parere sono utili alla riflessione odierna.

Liberamente comunisti

Rifondazione comunista nasce all’inizio degli anni Novanta, in concomitanza e in opposizione allo scioglimento del Pci. Quello scioglimento promosso dal gruppo dirigente e accettato dalla maggioranza degli iscritti. Il punto fondante è indubbiamente l’opposizione alla narrazione secondo cui «il comunismo è un cumulo di macerie da cui prendere le distanze il più rapidamente possibile». All’origine di Rifondazione c’è quindi l’idea che il comunismo e la sua storia siano una risorsa – indispensabile – per la trasformazione sociale. Una storia con cui fare i conti, da non assumere acriticamente, ma non da gettare nella pattumiera della storia. Da qui il nome – Rifondazione comunista – in cui i due termini – indivisibili – si definiscono e si qualificano a vicenda. La convinzione che si può e si deve essere comunisti, nonostante il fallimento del primo tentativo di fuoriuscita dal capitalismo e il fatto che lo stalinismo abbia negato in radice il comunismo, e con esso le istanze di libertà e giustizia che animano i comunisti e le comuniste nella loro azione. Parimenti, la convinzione che solo una rifondazione, solo un nuovo inizio, possono dar conto del mantenimento dei valori di fondo del comunismo nella più netta discontinuità e rottura con lo stalinismo, cioè con il comunismo che nega se stesso.
Di questa nascita mi preme sottolineare un elemento paradossale, che ha a mio parere ha segnato Rifondazione comunista in profondità per questi vent’anni. Nella vulgata dell’epoca, Rifondazione era caratterizzata da conservatorismo e nostalgia. Quante volte ci siamo sentiti dire «sei ancora comunista?», dove l’ancora segnava una inevitabilità del processo storico che solo l’ottusità – frutto di stupidaggine o testardaggine poco importa – poteva portare a non considerare. Paradossalmente però quelle decine di migliaia di compagni e compagne che non si iscrissero al Pds ma aderirono invece al Movimento della rifondazione comunista, produssero uno strappo fortissimo con un elemento di fondo della tradizione da cui provenivano: il fatto che il partito e in specifico chi lo dirige ha sempre ragione. Nell’Italia nichilista di oggi può apparire un discorso assurdo, ma alla fine degli anni Ottanta non era così. Ci fu molto più stalinismo nei meccanismi di conformismo e di fedeltà al partito che hanno portato tanti compagni e compagne a iscriversi al Pds che non nella scelta controcorrente di dar vita o di iscriversi a Rifondazione comunista. Rifondazione nasce come atto soggettivo, nasce con una decisione individuale e insieme collettiva, Rifondazione non è un atto di obbedienza, è un atto di coerenza in primo luogo con la propria coscienza, con la propria storia, con la rammemorazione – direbbe Benjamin – di chi si è battuto prima di noi. All’inizio di Rifondazione due erano – non a caso – gli slogan che ci definivano maggiormente: orgogliosamente comunisti e liberamente comunisti. Da qualsiasi parte la si guardi, Rifondazione comunista è l’unica comunità politica italiana di questi vent’anni dove gli iscritti hanno deciso – orgogliosamente – la loro storia, sin dall’inizio degli anni Novanta.
Favilli cita Buio a mezzogiorno, di Koestler. In quel libro si spiegano bene i meccanismi psicologici che hanno portato tante e tanti militanti comunisti a dare ragione al partito anche quando erano convinti che il partito sbagliasse. In quanto descrive Koestler vi è una doppia valenza. Da un lato la grandezza morale di militanti che preferivano mettere a tacere la propria individualità in nome di un progetto collettivo che travalicava la singola vita di ognuno. Morire per la causa non è forse la forma più radicale di far prevalere il progetto collettivo sulla propria individualità? Dall’altra però Koestler ci mostra l’uso reazionario che di questa etica militante viene fatto dal vertice del partito, in cui la fedeltà viene usata come arma per mettere a tacere i militanti. Per obbligare i militanti a piegare la testa e a confessare crimini mai compiuti. Koestler ci mette quindi davanti alla dialettica che si determina tra «fedeltà alla causa» e «fedeltà al partito» o se volete al suo gruppo dirigente. A me pare che Rifondazione comunista nasca da decine di migliaia di uomini e donne che hanno anteposto la «fedeltà alla causa», all’obbedienza, alle gerarchie. Compagne e compagni in grado di rompere con la scelta del gruppo dirigente del partito proprio per rimanere fedeli alla causa. Questo è rimasto a mio parere un tratto caratteristico e assolutamente positivo di Rifondazione comunista. La fedeltà ai massimi dirigenti ha ovviamente pesato nella storia di Rifondazione ma non ha mai avuto un peso determinante nei momenti topici. Non a caso, quando dirigenti importanti e stimati come Garavini, Cossutta, Bertinotti e Vendola, hanno proposto un indirizzo politico che si discostava dalle ragioni di fondo della Rifondazione comunista, sono stati democraticamente sconfitti. Non è un fatto da poco che una comunità politica sia capace di autodeterminarsi in questo modo. La comunità politica di Rifondazione comunista è andata oltre lo stalinismo, ma non per cadere nel plebiscitarismo e nel leaderismo: si è costruita attraverso la strutturazione della soggettività del suo corpo militante. La comunità di Rifondazione è orgogliosamente comunista non perché fedele a un leader ma perché consapevolmente parte di una storia che comincia prima di noi, e che durerà dopo di noi: la storia degli umani tentativi di costruire una società di liberi e di eguali.

AUTORE

Paolo Favilli, storico, è professore associato presso l’Università di Genova. Si è interessato principalmente di storia e storiografia marxista in Italia. Tra le sue pubblicazioni: Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, Franco Angeli, Milano 1996; Marxismo e storia. Saggio sull’innovazione storiografica in Italia (1945-1970), Franco Angeli, Milano 2006; Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di politica e storia, Franco Angeli, Milano 2009.

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