confindustriadi Antonio Sciotto
«Crescere si può, si deve». Con questo imperativo categorico la Confindustria presenta il suo programma economico per il prossimo quinquennio, gettandolo in pasto ai politici impegnati nella campagna elettorale. Precisando subito - parola del presidente Giorgio Squinzi - che sono «proposte per tutti, perché l'associazione è apartitica». Ma non si può certo ignorare che lo squadrone di Mario Monti contiene ad esempio Luca Cordero di Montezemolo, e Alberto Bombassei, oltre a numerosi altri imprenditori, economisti e perfino diversi sindacalisti (principalmente ex Cisl). Dall'altro lato, non sono più i tempi del «programma fotocopia» di Berlusconi alla ormai mitica assemblea di Parma (era il 2001), ma certamente le richieste colpiranno anche il Pdl.

E infine c'è l'asse Pd-Sel, che per quanto stia cercando di conquistare negli ultimi giorni elettorato alla base pacifista e lavorista di Ingroia, non può certo ignorare i desiderata degli industriali. Insomma, si vedrà.
Un programma, quello della Confindustria, in buona parte in concorrenza e alternativo a quello che la Cgil presenterà domani e sabato in pompa magna nel suo «Piano per il lavoro» (alla presenza, va ricordato, di Bersani e Vendola). Alternativi solo in parte, perché certamente le due organizzazioni concordano nel dare attenzione alla crescita, alla politica industriale, a favorire con sgravi le imprese e le buste paga dei lavoratori. Ma tutto finisce qui, perché invece già ieri si è acceso lo scontro con Susanna Camusso sul fronte della «flessibilità», tema su cui, prevedibilmente, Cgil e Confindustria non la vedono allo stesso modo.
Ma andiamo con ordine, e poi illustreremo i nodi dello scontro. Confindustria lancia nel suo documento un vero e proprio allarme: «La crisi sta lasciando profonde ferite - dice - È emergenza economica e sociale. Servono scelte immediate, forti e coraggiose, altrimenti nei prossimi anni non cresceremo più dello 0,5% l'anno: l'alternativa è il declino». «In Italia - continua il documento - è alto il rischio di una distruzione della nostra base industriale. Serve una terapia d'urto». La ricetta è contenuta in una «tabella di marcia da qui al 2018», ovvero il quinquennio della prossima legislatura. Il progetto di Confindustria «è in grado di mobilitare 316 miliardi di euro in cinque anni», assicura il presidente.
«Abbiamo bisogno di un'Italia veramente liberale», dice Squinzi, e per farlo si deve: 1) riformare il Titolo V della Costituzione e riportare allo Stato le competenze di interesse nazionale; 2) ridurre i livelli di governo, e organizzare la pubblica amministrazione; 3) tutelare i cittadini e le imprese dagli abusi compiuti dagli organi pubblici; 4) ridurre le regole e rimuovere tutti gli ostacoli al fare impresa; 5) rendere flessibile il mercato del lavoro e ridurre il peso del fisco sulle imprese, migliorando i rapporti tra contribuenti ed erario». Attraverso queste misure si otterranno, è la stima, effetti come: «Il tasso di crescita si innalzerà al 3%; il Pil aumenterà in 5 anni di 156 miliardi di euro, +2.617 euro per abitante; l'occupazione si espanderà di 1,8 milioni di unità, il tasso di occupazione salirà al 60,6% nel 2018 dal 56,4% del 2013 (+4%) e il tasso di disoccupazione scenderà all'8,4% dal 12,3% atteso per il 2014». E ancora: «Il peso dell'industria tornerà al 20% del valore aggiunto dell'intera economia, il reddito medio delle famiglie che vivono di lavoro dipendente nel 2018 sarà più alto di 3.980 euro reali, l'inflazione rimarrà attorno all'1,5% mentre la produttività aumenterà di quasi l'1% medio all'anno». Infine «il deficit diventerà un consistente surplus, il debito cadrà al 103,7% del Pil, la pressione fiscale scenderà dal 45,1% al 42,1%».
Confindustria propone poi di tagliare dell'8% il costo del lavoro nel manifatturiero e cancellare per tutti i settori l'Irap sull'occupazione. Inoltre, chiede di «lavorare 40 ore in più l'anno, pagate il doppio perché detassate e decontribuite». Altra proposta: «Armonizzare le aliquote ridotte Iva in vista di rimodulazioni in ottica Ue, per reperire risorse per ridurre l'Irpef sui redditi più bassi». Infine, saldare 48 miliardi di debiti che Stato e enti locali hanno con le imprese.
«Se le intenzioni sono quelle di ottenere un'ulteriore flessibilità in entrata temo che il consenso sarà difficile - commenta la segretaria Cgil Susanna Camusso - Per noi la legge Fornero non è intervenuta a sufficienza». E aggiunge: «Ho letto solo i titoli di agenzia sulle proposte di Confindustria, ma alcune di queste mi fanno orrore».

Il Manifesto - 24.01.13

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