di Annalisa Cuzzocrea :: Intervista ad Antonio Ingroia

«Dos minutos. Eh, scusi, volevo dire due minuti». Antonio Ingroia è ancora in Guatemala, ma sarà a Roma probabilmente già lunedì. «Al posto di comando », dice con un sorriso. L’ex procuratore aggiunto di Palermo, ora leader di Rivoluzione civile, spera ancora in un’intesa con il Pd o con Grillo. «Siamo laici e pragmatici», dice più volte. Ma assicura: «Nessuna paura dello sbarramento. Vedo molto entusiasmo attorno a me».

 Vendola l’ha difesa dalle parole di Berlusconi che la definisce «cancro della democrazia» e le ha fatto un’apertura di credito.

«Tra noi c’è un’antica e reciproca stima da quando lui stava in commissione antimafia e io facevo il pm.

In uno spirito di dialogo e confronto ho scritto la lettera aperta a Bersani, e quel che ho scritto rimane, anche se riteniamo imprescindibili i 10 punti di Io ci sto. Il nostro profilo è di intransigenza riguardo alle facce con le quali ci si presenta, tanto più in posti come la Sicilia ».

 Parla di alcuni eletti alle primarie Pd?

«Al principio delle primarie, giustissimo, vanno aggiunti alcuni paletti. Di fronte a certe candidature serve qualcuno che leblocchi».

 Temete lo sbarramento, del 4 per cento alla Camera e dell’8 al Senato se non in coalizione?

«I sondaggi ci danno al 5 per cento, ed esistiamo da una settimana. La gente ancora neppure sa che io ho sciolto la riserva. Poi certo, qualsiasi formazione nuova, che parte come noi così tardi, non parte col bottino sicuro».

 Allearsi aiuterebbe. Ha fatto avances sia a Grillo che al Pd: formazioni molto diverse.

«I nostri punti fermi sono l’alternativa al berlusconismo e al montismo. Non demonizziamo Grillo come antipolitica, e non demonizziamo Bersani come partitocrazia. Vogliamo confrontarci sui contenuti. Da parte del Pd, poi, mi sorprenderebbe che chi ieri stava con Monti e oggi lo critica domani rifà l’accordo elettorale con lui. Gli elettori non capirebbero».

Aveva chiesto ai leader dei partiti che la sostengono di fare un passo indietro. Si candidano tutti: Di Pietro, Diliberto, Ferrero.

«Non intendevo dire levatevi di torno, ma solo: lasciate libero il posto in prima fila. E l’hanno fatto. Così come hanno abbandonato i loro simboli. Per questo non siamo la sinistra arcobaleno».

Il suo nome è bello grosso sulsimbolo. Fa come Berlusconi?

«Io tenevo al nome, Rivoluzione civile, ma gli esperti di immagine ci hanno spiegato che c’è troppo poco tempo, serviva qualcosa di immediatamente riconoscibile. Non ho nessuna intenzione di fare un partito personalistico. I partiti personali sono morti».

da la Repubblica

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