di Luca Fazio

Sta diventando proprio un postaccio la Fiat per la Fiom Cgil, anche solo per organizzarci un democratico presidio. Fuori dalla fabbrica, naturalmente. Anche nella placida Modena, dove ha sede lo stabilimento della Maserati, gran bella automobile icona di un passato glorioso che appartiene al gruppo che oggi sta languendo nel dopo Cristo di Sergio Marchionne. L'altra notte, intorno alle 2, quando nei dintorni non c'era nessuno - del resto la fabbrica è chiusa per ferie - «ignoti» hanno dato fuoco a un container della Fiom, base del sindacato espulso dal dottor Marchionne in spregio alle più elementari norme di democrazia, non solo sindacale.

Gli ignoti, a voler essere pignoli, nei giorni precedenti avevano lasciato anche la firma, imbrattando la struttura che la Fiom utilizza per i presidi con delle croci celtiche. La digos sta indagando e non dovrebbe essere così complicato, a Modena, stanare qualche fascistello che sta annusando la brutta aria che tira. Cesare Pizzolla, segretario locale della Fiom Cgil, non esita a parlare di atto gravissimo e di escalation. «Da un lato - spiega - ci si deve interrogare su questo rigurgito di tendenze neofasciste, dall'altro ci sono preoccupazioni per il pericolo delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione post terremoto, contro cui il nostro sindacato è in prima linea». Bruno Papignani, segretario della Fiom Cgil Emilia Romagna, ci tiene a sottolineare il significato di un atto intimidatorio tipicamente fascista in un momento delicato come questo. «Non è ignoto il movente politico che ha la finalità di intimorire il dissenso - aggiunge - è la conferma che in Italia cova una situazione pericolosa per la democrazia e la libertà di sostenere le proprie posizioni. Occorre non solo condannare, ma reagire contro queste logiche fasciste e mobilitarci per sconfiggere disegni pericolosi che da troppo tempo agiscono indisturbati nel nostro paese». Bruno Papignani coglie anche un nesso tra questa aggressione e la politica antisindacale della Fiat che incredibilmente non trova argini nella politica, «il gruppo da tempo nega l'agibilità sindacale alla Fiom perseverando in un clima di arroganza e di scontro, nell'indifferenza parlamentare e istituzionale». Diverso, ieri, l'atteggiamento delle forze politiche locali che parlano di un'aggressione tutt'altro che marginale. Lo afferma il sindaco di Modena, Giorgio Pighi: «E' un atto gravissimo che fa seguito ad altri tentativi di denigrazione ed intimidazione nei confronti di questa organizzazione sindacale. Il container rappresenta la volontà dei lavoratori della Fiom di stare in fabbrica, con le loro idee e le loro posizioni, ovviamente discutibili, ma sempre rispettabili, comunque patrimonio del lavoro modenese». Per Stefano Lugli, segretario del Prc provinciale, «mai a Modena si era registrato un attacco così violento al mondo del lavoro», mentre per il suo omologo di Sel, Giuseppe Morrone, «si tratta di un atto vile e cupo da non sottovalutare». Lontano dall'Emilia, Stefano Fassina, responsabile lavoro del Pd, condanna «l'inaccettabile attacco squadrista» e chiama in causa il Lingotto, «è necessario l'impegno di tutti, a cominciare dalla Fiat, per ripristinare nelle aziende del gruppo le condizioni di agibilità democratica per le organizzazioni come la Fiom». La segreteria della Cgil, oltre a chiedere agli inquirenti di fare presto il loro mestiere, cerca di alzare lo sguardo, e forse vede nero se invita «a tenere alta la guardia contro la violenza che è sempre in agguato, soprattutto nei momenti più delicati della storia del paese».

 

da il manifesto

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