L’unità della classe contro il liberismo per l’alternativa di società

La pandemia
La tragedia della pandemia, col suo portato di morti, contagiati, distruzione di posti di lavoro, aumento delle povertà e delle marginalità sociali e accelerazione della crescita delle disuguaglianze, ha reso evidente in tutto il mondo il fallimento del capitalismo fondato sul primato dell’impresa e del mercato e su un modello sviluppista della crescita che confligge con la finitezza delle risorse e con gli equilibri naturali del pianeta; la stessa pandemia è il prodotto del sistema che per superare le sue crisi ha accentuato il suo carattere predatorio, la spinta a estrarre sempre più valore saccheggiando la società, la natura e il lavoro, mostrando di essere incompatibile con la vita del pianeta e il progresso umano.
E’ un monito per il futuro dell’umanità quando le pandemie rischiano di diventare più frequenti e catastrofi di portata anche più grandi come quella ambientale si trovano già vicine al punto di non ritorno.
Nei paesi ricchi dell’occidente capitalistico dove la sovrabbondanza di beni, risorse e tecnologie avrebbe potuto permettere di affrontare positivamente la pandemia si sono invece verificate gravissime sofferenze sociali a causa della gestione neoliberista dell’economia e della società.
In Italia a fronte di una politica condizionata dalla subalternità all’impresa e ai profitti, conseguenze sanitarie ancor più gravi sono state evitate da quel che di pubblico è rimasto, ma sul piano economico e sociale l’impatto, finora parzialmente limitato dalle scelte di UE e della Bce, rischia di diventare nei prossimi mesi gravissimo a causa delle fragilità sociali ed economiche del Paese prodotte da anni di austerità e di politiche neoliberiste tese a smantellare il pubblico a vantaggio del mercato e del privato giustificate con i vincoli di bilancio e il peso del debito . Da decenni queste politiche producono declino economico e produttivo e attacco ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

I costi sociali delle politiche neoliberiste
Si è pagato a carissimo prezzo il pesante ridimensionamento delle strutture sanitarie e dell’organico del personale medico e infermieristico, la distruzione del sistema di prevenzione e medicina territoriale, o l’avere una scuola che si regge sui precari, con patrimonio edilizio vecchio e insufficiente, dotazioni didattiche inadeguate, classi sovraffollate.
Altrettanto gravi sono state le conseguenze del sottofinanziamento del welfare e della riduzione del sistema di protezioni su pensioni, diritto alla casa, alla salute, ai servizi sociali. Il risultato sono milioni di persone senza una pensione dignitosa, l’enorme diffusione della povertà che colpisce in modo particolare i giovani e le donne doppiamente penalizzate dal carico del lavoro di cura e di un lavoro spesso precario, una diffusa fragilità sociale di fronte alla quale il reddito di cittadinanza ha mostrato le sue insufficienze.
Nel 2019 restano infatti in condizione di povertà assoluta 4,6 milioni di persone e sono ben 8,8 milioni quelle in povertà relativa mentre l’altissima percentuale della popolazione a rischio povertà (25,6%) testimonia l’estensione della piaga sociale dei lavoratori poveri (working poor), in crescita costante dal 2008 in quasi tutti i paesi europei, dove nel 2019 il 9,5% dei lavoratori era a rischio di povertà.
Il mondo del lavoro arriva all’appuntamento con la pandemia in grandissima sofferenza sul piano materiale e sul piano dei diritti. Il dato statistico sul numero di occupati a fine 2019 apparentemente assimilabile a quello del 2007, nasconde il fatto che i posti a tempo pieno sono diminuiti di circa un milione di unità mentre sono aumentati i rapporti di lavoro a orari ridotti (Part time per gran parte involontario, unica forma di lavoro in aumento nel 2019, +4%) e con carattere discontinuo, cresciuti moltissimo nel 2017 e 2019. Il lavoro precario e part time, che per un terzo delle imprese italiane (549 mila) diffuse nel turismo e nei servizi, spesso esternalizzati dal pubblico, è l’unica forma di rapporto di lavoro, colpisce in modo particolare le donne: su 4,3 milioni di persone impegnate i tre quarti sono donne e di queste il 60% sono part time involontari.
L’occupazione ne esce fortemente penalizzata collocando l’Italia agli ultimi posti d’Europa con il tasso di occupazione femminile inferiore di 20 punti rispetto a quello maschile ed un “gender pay gap” (differenza di salario a parità di mansioni ed anni lavorati) di circa il 10,5% (in un anno, le operaie guadagnano in media 2.688 euro in meno degli operai), mentre per tasso di disoccupazione siamo tra i primi: fanno peggio di noi solo Grecia e Spagna. Aumentano gli squilibri territoriali con disoccupazione al sud tripla rispetto al nord e un tasso di occupazione inferiore di circa 20 punti; il tasso di disoccupazione giovanile in diverse regioni del sud supera il 50%.
I salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani a tempo pieno sono tra i più bassi d’Europa a fronte di un maggior numero di ore lavorate. La precarietà estrema, spesso una forma di disoccupazione mascherata, è diventata esistenziale per milioni di persone specie giovani
Questi i frutti avvelenati di un offensiva neoliberista che ha fatto della distruzione della capacità contrattuale del lavoro e dei diritti il perno per ridefinire a vantaggio del capitale i rapporti di forza tra le classi.

Globalizzazione e industria in italia
Siamo da trent’anni sotto un attacco sostenuto dalla narrazione delle magnifiche sorti della globalizzazione che avrebbe reso tutti più liberi dalla schiavitù del lavoro operaio grazie allo sviluppo della tecnologia e dell’automazione, del primato del privato rispetto al pubblico, delle virtù vivificanti della concorrenza e della flessibilità rispetto alla morta gora del posto fisso .
Nella prima fase della globalizzazione le privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche, le delocalizzazioni e la deindustrializzazione di vaste aree, la fuga dei capitali privati verso la finanza e le commodities, la perdita di quasi tutte le grandi filiere produttive nazionali, avevano modificato profondamente l’economia nazionale, frammentato e indebolito il mondo del lavoro.
Ne è risultato un sistema economico e produttivo con prevalenza di piccole e piccolissime imprese strutturato per competere sui prezzi, orientato all’esportazione, basato su bassi salari e bassa qualità del lavoro, scarse tutele, che non investe più sull’innovazione di processo e di prodotto, ricerca e formazione; e proprio per questi motivi, oltre che per il nanismo di imprese a gestione familiare, a bassi tassi di produttività e valore aggiunto rispetto al resto d’Europa.
Dopo il 2008: s’intensifica l’offensiva neoliberista
Dopo la grande crisi del 2008-2009 non viene meno l’orientamento neoliberista di fondo dei governi e delle diverse frazioni del capitale, anzi! Il vincolo sul debito e le politiche di austerità vennero usati, con i governi da Monti a Renzi, seguiti da Regioni e comuni per smantellare massicciamente il pubblico, estendere le privatizzazioni, colpire brutalmente con la Fornero i pensionati, indebolire ancora di più i lavoratori: sul piano dei diritti delle tutele con leggi come il jobs act e l’eliminazione dell’articolo 18 che hanno deregolamentato e frammentato ancor di più il mercato del lavoro per trasformarlo in una merce completamente asservita alle imprese; con un durissimo attacco al salario e alla contrattazione, portata avanti congiuntamente dal pubblico e dal privato. Un attacco che Invece degli aumenti di crescita e occupazione falsamente promessi produrrà, come l’insieme delle politiche di austerità, un ulteriore calo della domanda interna e l’aggravamento della condizione economica del paese.
Tra il 2002 e il 2018 gli investimenti pubblici e privati calano dell’8% mentre nei paesi europei avanzati aumentano del 20% e le spese in ricerca aumentano del doppio rispetto all’Italia che rimane agli ultimi posti in Europa e a fine 2019 il pil nazionale è ancora sotto il livello del 2007. Alla contrazione dell’economia Italiana concorre dopo il 2008 una nuova fase in cui la globalizzazione vacilla e la Germania con la crisi delle esportazioni in Cina sposta parte delle filiere dell’auto e delle catene di fornitura nei paesi dell’est e riduce gli scambi col sud Europa e gli stessi industriali italiani intensificano la delocalizzazione delle produzioni in quei paesi alla ricerca di salari e tasse più bassi. Già nel 2016 secondo la Cgia di Mestre erano 27 mila le aziende italiane nei paesi dell’est con 1,5 milioni di occupati. Nel periodo considerato si riduce di 4 punti la quota di pil dell’Italia in Europa, aumenta il divario produttivo e occupazionale tra il sud e il nord del paese.

Covid 19: una nuova crisi
La gravissima crisi economica prodotta dalla pandemia, è di tipo nuovo perché agisce dal lato dell’offerta, promette effetti molto gravi su tutta l’economia a causa della fermata delle attività economiche, del crollo della domanda di beni e consumi, degli scambi a livello nazionale e internazionale. A fine 2020 in Italia, unico paese europeo a non aver recuperato ancora a fine 2019 i livelli del 2007, si registra il calo del pil più alto dell’eurozona (-8,8%),la produzione industriale cala di 11,4% , tutti gli indicatori macroeconomici precipitano ai livelli del 1990. Viene colpito duramente il mondo del lavoro, specie le sue componenti, diffuse nei servizi e nel turismo, meno tutelate ed esposte alle mille forme di precarietà, sottosalari, stagionalità, sfruttamento; enorme è la perdita di reddito per vasti settori della popolazione compresi i lavoratori coperti da cassa integrazione che perdono quote rilevanti di salario. Stime ufficiali sul 2020 nonostante cassa integrazione e blocco licenziamenti danno tra nuovi disoccupati e aumento del numero di inattivi una perdita di più di un milione di posti di lavoro. La disoccupazione ufficiale sfiora il 10%, quella giovanile il 30% mentre calano di 450 mila unità gli occupati, in grande maggioranza donne.

Un nuovo modello economico e sociale
Tutto ci dice che è giunto il momento di mettere in discussione un modello economico e sociale che per sopravvivere e massimizzare sempre più i profitti mette a rischio la salute e la vita, aumenta lo sfruttamento riducendo il lavoro a merce usa e getta , saccheggia il territorio, l’ambiente e i beni comuni, produce enormi disuguaglianze, precipita masse sempre più grandi di popolazione nella povertà, distrugge forze produttive, diritti e democrazia.
Il cambiamento è reso ancor più necessario di fronte alle grandi trasformazioni imposte dalla crisi della globalizzazione accelerata proprio dalla pandemia, dalla necessaria transizione ecologica e dalla rivoluzione digitale; tre grandi sfide che obbligano anche a un riorientamento dell’economia e a una riorganizzazione del sistema industriale continentale da cui l’Italia può uscire in avanti o proseguire verso un declino di proporzioni storiche.
I problemi creati durante il covid dalle filiere globali su cui transitano i due terzi del commercio mondiale in un sistema di relazioni che coinvolge molti paesi, uniti alle tensioni geopolitiche mettono in crisi i modelli export oriented, stanno determinando un riposizionamento sul mercato interno e una riconfigurazione delle catene del valore su tre aree regionali centrate su Usa, Cina, Europa.
Il cambio di marcia dell’Europa con la sospensione dei vincoli di bilancio, le politiche monetarie espansive della Bce e il next generation, non è dovuto a una conversione sulla via di Damasco dei nostri liberisti, ma dall’obbligo a ripensare l’intero sistema europeo per renderlo resiliente rispetto agli shock esterni e a recuperare grossi ritardi rispetto ai competitori mondiali nelle aree tecnologicamente più avanzate e rispetto alle misure imposte dal cambiamento climatico.
In questo contesto di grandi trasformazioni e ristrutturazioni degli assetti economici e produttivi verso nuove forme di integrazione europea è già in atto la competizione intercapitalistica per l’egemonia nelle aggregazioni industriali legate alle economie di scala necessarie per lo sviluppo dei grandi players europei nelle produzioni esistenti e soprattutto nei campi dell’ICT, dell’elettronica, del cloud, dei nuovi propulsori, delle batterie, dell’intelligenza artificiale.
Nel contesto che va prendendo forma non è più rinviabile l’assunzione di una piattaforma di contrasto alle forme di dumping salariale e sui diritti dei lavoratori, fiscale, ambientale tra i diversi paesi europei su cui unificare le lotte su scala continentale contro l’Europa dei capitali, per un’Europa dei diritti. Il primo obiettivo quello di un salario minimo europeo.
Dai processi in atto deriverà una nuova spinta verso una profonda ristrutturazione del sistema produttivo italiano che potrà prendere due strade:
La prima, quella voluta da Confindustria, di una razionalizzazione modernizzante del sistema in cui l’innovazione, il digitale e la riconversione ambientale siano concepiti come strumenti per accrescere i profitti, intensificare lo sfruttamento, la precarietà e il controllo sul lavoro e la società; la seconda, che noi riteniamo obbligata, quella di porre le basi per avviare il paese verso un modello economico e sociale che metta al centro la piena e buona occupazione, la redistribuzione della ricchezza, salari e redditi dignitosi, la tutela dell’ambiente, l’eguaglianza di genere e la condivisione del lavoro produttivo e riproduttivo, i diritti di tutte e tutti.

Per il rilancio del Pubblico
Ora con i fondi che l’Ue ha messo a disposizione per tentare di non soccombere nello scontro economico Tra Usa e Cina, non ci possono dire che i soldi non ci sono e altri ce ne sarebbero se ci si decidesse di introdurre un po’ di giustizia nel sistema fiscale e redistribuire con tasse ad hoc le enormi ricchezze accumulate in decenni di spostamento del carico fiscale dal lavoro ai profitti.
Potrebbe essere l’occasione per piantare i primi tasselli di un modello economico e sociale alternativo a questo neoliberista e neomercantilista che rimetta al centro i bisogni e i diritti dei cittadini con l’obiettivo prioritario di riportare tutti gli ambiti della riproduzione sociale nell’alveo del pubblico e del comune; che rimetta al centro l’intervento pubblico e una nuova programmazione, con politiche industriali necessarie per garantire contemporaneamente la risoluzione delle fragilità strutturali del sistema economico, l’inversione del declino e l’avvio di quell’ indispensabile riconversione ecologica dell’economia che salvaguardi le produzioni strategiche e l’ambiente , mettendo l’innovazione al servizio della società e del lavoro, non dei profitti.
Partiamo però da una situazione in cui le strutture, le competenze, le relazioni democratiche interne e le funzioni pubbliche uscite dalle lotte degli anni settanta sono state distrutte o profondamente modificate e vanno ricostruite a tutti i livelli per:
-il rilancio della presenza pubblica su tutti gli ambiti della riproduzione sociale;
-l’assunzione di un forte ruolo pubblico nella programmazione e direzione dell’economia
per sottrarla all’arbitrio del mercato.

Sul primo punto abbiamo avanzato le nostre proposte (documento disponibile) ed è in corso la nostra campagna “Più pubblico più diritti” con gli obiettivi di potenziare la sanità, la scuola e i servizi pubblici con investimenti massicci in strutture e personale e porre fine alla stagione delle privatizzazioni e della mercificazione di tutto ciò che è pubblico e comune per ricondurre il soddisfacimento dei bisogni nella sfera dei diritti. La richiesta di assumere 500 mila lavoratrici e lavoratori avvicinando gli organici italiani alla media europea è un pezzo importante del nostro piano per il lavoro.

Il secondo obiettivo, la riconquista di un ruolo centrale del pubblico nell’economia, per non essere velleitario presuppone una serie di scelte:
1)la ricostituzione, con un piano di assunzioni mirate, sia a livello centrale che periferico, di strutture dotate di nuove competenze progettuali, manageriali e gestionali in grado di unire un nuovo senso del bene comune, visione, capacità di programmazione indispensabili per definire politiche industriali su scala nazionale e ricostruire un’economia dei beni comuni (territorio, acqua, energia , rifiuti) centrata sui territori e gestita con nuove forme di democrazia partecipativa. Perciò vanno definiti, sia per i settori industriali che per quelli relativi all’erogazione di beni e servizi pubblici, dei veri Piani di Settore Nazionali per l’energia, la mobilità sostenibile, la casa, la piena e buona occupazione, e piani territoriali per un’economia dei beni comuni
2)Poiché senza impresa pubblica, mancano le condizioni stesse per svolgere una
efficace politica economica è indispensabile il rafforzamento del controllo e della presenza pubblica diretta nelle attività e nelle imprese produttive strategiche che non possono e non debbono essere lasciate al mercato e alla proprietà privata (Esempi?….produzioni del bio medicale, reti della comunicazione e dell’energia, gestione dei dati e del cloud, siderurgia, chimica di base..) e la riconquista della gestione e del controllo democratico pubblici dei beni comuni
3)la costruzione, incrementando significativamente gli investimenti, di un forte sistema nazionale della Ricerca a guida pubblica che connetta ricerca di base, brevettazione, trasferimento tecnologico, industrializzazione dei prodotti, erogazione dei servizi.
4)la costituzione di un forte Polo pubblico del credito indispensabile per politiche di finanziamento alternative a quelle di mercato verso imprese ed enti locali in sintonia con i programmi di cambiamento e sulla base di precisi indirizzi sociali.
5) c’è anche una quinta condizione per un pubblico che sfugga agli elementi di degrado al quale l’hanno condannato in passato le dipendenze incrociate dalle politiche clientelari, dagli interessi economici responsabili della corruzione , dalla burocrazia asfissiante: l’istituzione a tutti i livelli del pubblico di forme di controllo democratico dei lavoratori e dei cittadini in grado di connettere qualità del lavoro e qualità dei servizi.

Da conte a Draghi
I primi passi del governo Conte non sono andati nella direzione giusta; la legge di bilancio e il recovery plan hanno mostrato una netta continuità con le politiche neoliberiste prevedendo grandi risorse alle imprese senza seri vincoli occupazionali, salariali, ambientali, investimenti sul pubblico assolutamente insufficienti e mancanza di un piano per il lavoro in grado di affrontare seriamente il grave problema occupazionale attuale che diventerà drammatico con la fine annunciata del blocco dei licenziamenti
L’ennesima erogazione di risorse pubbliche senza uno straccio di politiche industriali lasciando al mercato piena libertà sull’allocazione delle risorse: esattamente il modello che in 40 anni ha prodotto la deriva economica e sociale e la sempre maggiore divaricazione dalle economie europee che abbiamo davanti oggi.
Con Draghi, uno dei più alti funzionari dell’economia e della finanza internazionale è il capitale che scende in campo per gestire direttamente a proprio vantaggio i soldi che l’Europa mette a disposizione. L’obiettivo, annunciato anche dalla composizione del governo è quello di modernizzare il sistema deregolamentando ulteriormente vincoli sociali e ambientali sugli investimenti, subordinando la scuola e l’università alle imprese, privatizzando i beni comuni, colpendo di nuovo le pensioni, utilizzando le ristrutturazioni per aumentare la flessibilità e la precarietà, ripristinare la libertà di licenziamento, disgregare e indebolire ancor di più i lavoratori, accentuarne, con l’atomizzazione, la subalternità alle logiche del capitale.

Un nuovo movimento di lotta unitario
Per resistere all’offensiva neoliberista e ribaltare la situazione occorre una grande ripresa di protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori in grado di unificare le lotte isolate e mettere in campo un grande movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che riunifichi le figure lavorative e profili contrattuali che l’offensiva neoliberista ha diviso e messo in concorrenza tra di loro: lavoratori/lavoratrici stabili e precari, pubblici e privati, uomini e donne, nativi e migranti, giovani e meno giovani.
Ma occorre operare con le pratiche e le proposte per saldare in un unico fronte unitario anche tutti i settori sociali che oggi soffrono la mancanza di un reddito, un lavoro, un salario e una pensione dignitosi, i tanti e le tante che la mancanza di protezioni sociali relega in condizioni di povertà e di marginalità sociale, tutti coloro i quali la distruzione del welfare ha privato dei diritti fondamentali, alla casa, alla salute, all’istruzione, quelli e quelle che aspirano a un ambiente vivibile.
Oggi però facciamo i conti con un mondo del lavoro indebolito da 40 anni di offensiva neoliberista e di sconfitte che hanno distrutto la soggettività operaia costruita nelle lotte degli anni 70, grazie anche all’adesione da parte dei sindacati e dei partiti di sinistra all’ideologia dei sacrifici prima e alla pratica della concertazione poi , un mondo del lavoro frantumato e diviso in una miriade di figure lavorative e posizioni contrattuali e giuridiche prodotto di tutte l le leggi che hanno deregolamentato il mondo del lavoro fino al jobs act;
Una disarticolazione dentro cui il neoliberismo ha avuto buon gioco a far passare le sue idee: la naturalità e immutabilità del capitalismo, l’individualismo e la concorrenza tra lavoratori/lavoratrici, la guerra tra poveri, l’idea che il conflitto non paghi, la povertà e l’insuccesso vissuti come una colpa. Se aggiungiamo che è riuscito a far passare nel senso comune l’idea che la crisi è dovuta alla scarsità, che non ce n’è per tutti si spiegano la diffusione della passività e del senso d’impotenza che paralizza e rende difficile una ripresa delle lotte.

La nostra piattaforma per l’unità
Occorre agire da subito una piattaforma in grado di rappresentare gli interessi di tutto il proletariato, cosa che Marx poneva come tratto distintivo dei comunisti.
Noi per l’oggi avanziamo le seguenti proposte per la cui realizzazione chiediamo anche che vengano vincolati tutte le erogazioni di risorse alle imprese:
-estensione del blocco dei licenziamenti e della cassaintegrazione per tutto il 2021: nessun posto di lavoro vada perduto!
-garanzia del reddito per tutte e tutti: nessuno resti senza reddito, nessuna attività economica vada perduta!
-Istituzione di un salario minimo per contrastare la piaga nazionale dei bassi salari
-blocco degli sfratti per tutto il 2021 e sostegno all’affitto per le persone in difficoltà, piano per l’edilizia sociale per 500.000 abitazioni
-un grande piano nazionale del lavoro partendo dall’assunzione di 500 mila nuovi dipendenti pubblici e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
-regolarizzazione delle e dei migranti che lavorano in Italia.
-ripristino dell’articolo 18, l’abrogazione del jobs act e di tutte le leggi che hanno ridotto diritti, tutele e precarizzato il lavoro
-riordino del fisco in direzione progressiva riducendo le aliquote più basse e istituendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze
-abolizione della legge Fornero e garanzia della pensione con 60 anni di età o 40 di contributi

Assumiamo come grande questione nazionale il divario tra nord e sud in crescita continua negli ultimi 20 anni. Proponiamo un grande piano di investimenti a guida pubblica in grado di avviare la risoluzione dei gravissimi problemi relativi a elevatissimi tassi di disoccupazione, degrado del pubblico, carenze di infrastrutture materiali e immateriali, desertificazione industriale.

l’inchiesta
Pensiamo queste proposte come un punto di partenza per rafforzare nel sostegno alle lotte la nostra internità al mondo del lavoro e avviare un capillare lavoro d’inchiesta e coinchiesta al fine di ricostruire condizioni di lavoro, coscienza di sé e aspettative di chi lavora e tutta la complessità e le articolazioni del il mondo del lavoro comunque configurato in termini contrattuali e/o giuridici; senza tralasciare le diverse figure miste tra lavoro dipendente, autonomo , a progetto che proliferano nel variegato mondo degli appalti, delle finte cooperative, del lavoro stagionale. Avendo come paradigma sovraordinatore la critica della divisione sessuale nel lavoro produttivo e riproduttivo che nasconde sia la funzione insostituibile della riproduzione sociale che la sua totale svalorizzazione con:
-il lavoro di cura non retribuito che permette le più gravi forme di precarietà, di sfruttamento e di discriminazione che colpiscono in modo particolare le donne;
-la femminilizzazione dei lavori pubblici e delle professioni della cura che accompagnano lo smantellamento del welfare universalistico…Va fatta in particolare l’inchiesta su come l’applicazione delle tecnologie digitali e della connettività alle produzioni e alla gestione delle filiere sta cambiando il lavoro col rischio già verificato di un uso capitalistico della tecnologia per aumentare il comando, il controllo e lo sfruttamento. Cose già visibili nelle fabbriche dove il digitale fa da supporto a una lean production sempre più spinta con intensificazione dello sfruttamento, nel modo in cui viene usato lo smart working che aumenta la produttività, riduce i costi per le aziende aggravando il doppio lavoro delle donne, nelle piattaforme digitali dove il lavoro è ridotto a mera prestazione anonima e milioni di lavoratori disponibili 24 h24 sono resi invisibili.
l’inchiesta è un passaggio decisivo per l’individuazione delle contraddizioni su cui costruire il disvelamento dei rapporti di sfruttamento e le lotte entro le quali avviare una ricomposizione del mondo del lavoro, riaffermando tra le lavoratrici e i lavoratori un punto di vista di classe premessa indispensabile per la ricostruzione del più ampio blocco sociale del cambiamento.
Questi sono oggi i compiti delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti: ricostruire relazioni e internità nel mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni, sostenere i conflitti e tutte le forme di mutualismo e solidarietà, fare l’inchiesta, ricostruire nelle lotte l’unità su un punto di vista autonomo di classe.
Così sarà possibile restituire al lavoro la centralità politica e sociale sancita dalla costituzione e oggi assunta dal capitale; dentro un processo di lotte per la liberazione del lavoro produttivo e riproduttivo dallo sfruttamento e dall’alienazione.
La riduzione dell’orario di lavoro
In questa prospettiva è centrale la ripresa del cammino storico del movimento operaio per la riduzione dell’orario di lavoro e la piena occupazione, per la conquista di tempo per l’arricchimento individuale, per l’esercizio delle proprie vocazioni, per la cura delle persone, degli affetti e delle relazioni, il lavoro sociale gratuito, la partecipazione democratica per lo sviluppo di uno spazio pubblico, mai come oggi impoverito dalla riduzione della democrazia a delega passivizzante.
Una necessità nel momento in cui il progresso tecnico determina un aumento della produttività che confligge con la riproduzione del lavoro salariato. L’alternativa e quella realizzata dal capitale: la riduzione dell’orario di lavoro non come redistribuzione condivisa dell’accresciuta produttività, ma nella forma barbarica della disoccupazione, della precarietà e della sottoccupazione per una quota della popolazione, mentre a chi è occupato si chiede di lavorare di più, sia attraverso il prolungamento dell’orario su base settimanale che aumentandolo nell’arco della vita, con l’innalzamento dell’accesso all’età pensionabile
Le forme gli strumenti per compiere questa impresa dipenderanno dalle situazioni concrete e dalle contraddizioni prevalenti luogo per luogo e dai soggetti coinvolti ma sempre finalizzati a costruire nuova soggettività e autorganizzazione democratica e conflittuale affinché nelle lotte contro l’oppressione e lo sfruttamento si rafforzino spirito di unione e coscienza anticapitalista.
L’intervento sindacale
L’intervento nei sindacati rappresenta uno degli aspetti centrali del lavoro dei comunisti, ma il panorama sindacale italiano è deludente. Non sottovalutiamo le difficoltà reali determinate dall’offensiva neoliberista e dalle leggi che l’hanno accompagnata e dalla perdita di potere contrattuale dovuta alla globalizzazione; al contempo non dimentichiamo le scelte delle organizzazioni sindacali maggioritarie che hanno determinato una modifica del ruolo del sindacato e del loro funzionamento anche sul piano democratico, le responsabilità dei vertici delle organizzazioni sindacali dall’Eur alla linea della concertazione e della riduzione al minimo dei conflitti, fino alla tragica subalternità mostrata in occasione della riforma Fornero.
Esistono poi una miriade di sigle sindacali, talvolta veri e propri settori di classe organizzati, i cui limiti principali sono la scarsa rappresentativa accentuata da una inveterata tendenza alla scissione e alla frammentazione in tanti piccoli sindacati spesso in conflitto tra loro.
In questo panorama partiamo da due assunti: un sindacato non si costruisce dall’alto e dall’esterno né tanto meno può nascere come cinghia di trasmissione di qualsivoglia forza politica; in secondo luogo un partito comunista non seleziona i suoi iscritti sulla base del sindacato di provenienza.
Si parte dalla realtà che c’è e, come diceva Lenin, i comunisti devono “lavorare assolutamente dove sono le masse” per far crescere, con la tenacia e la pazienza necessari, l’autonomia e l’unità della classe; e quindi i comunisti operano nei sindacati che, anche in base alla situazione di lavoro, permettono un positivo rapporto con le lavoratrici e i lavoratori.
Nei grandi sindacati e nella Cgil in particolare si opererà per la riaffermazione di un sindacato classista, democratico conflittuale contro la logica concertativa e le tendenze alla moderazione salariale e alla cessione di salario e diritti in nome di un illusorio rapporto tra produttività, crescita, profitti delle imprese e occupazione…
Ai tanti compagni che militano positivamente nei sindacati di base indichiamo come prioritaria l’iniziativa per l’unità contro la frammentazione delle sigle indispensabile anche per contrastare con qualche efficacia le regole escludenti sulla rappresentanza e la crescente tendenza, specie nei settori pubblici a limitare il diritto di sciopero.
Riteniamo di grande importanza l’iniziativa sindacale, in settori collocati nella frontiera più avanzata dell’innovazione come quelli delle piattaforme, tra cui la logistica ad alta presenza di lavoratori migranti, per l’importanza strategica che rivestono nei processi di ristrutturazione capitalistica e per comprendere e contrastare le forme più moderne di sfruttamento e controllo.
Costruire il soggetto della trasformazione dentro i conflitti
Per i comunisti la ricostruzione dell’unità della classe e accresce la sua importanza in funzione di una ricomposizione politica e sociale piu larga. E’ una parte di un più ampio processo di liberazione che deve coinvolgere tutte le soggettività che via via entrano in conflitto con le contraddizioni prodotte dalla tendenza del capitalismo ad allargare la sua riproduzione su scala tendenzialmente infinita. Pensiamo alle donne che con le loro mobilitazioni hanno imposto nel dibattito pubblico il tema del lavoro di cura non pagato, ai nuovi grandi movimenti mondiali sul tema ambientale come Fridays for future, ai conflitti diffusi in difesa del territorio, alle lotte antifasciste e antirazziste.
I comunisti operano dentro i conflitti per promuoverli ed unirli, assumendo un’ottica intersezionale, cioè facendosi guidare costantemente dall’obiettivo di mettere i soggetti in relazione tra loro affinando le analisi delle contraddizioni e i linguaggi per metterli in comunicazione, trovare proposte e percorsi di lotta comuni.
Proprio per questo non dobbiamo limitarci all’azione sindacale, ma promuoviamo, dove ne esistono le condizioni, tutte le forme di autorganizzazione che promuovano il protagonismo, il mutualismo e le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori: comitati unitari, di scopo, sportelli sociali, gruppi di acquisto solidale.
l’obiettivo di fondo è la ricostruzione del soggetto della trasformazione che non è dato, ma richiede un lavoro complesso, una costruzione appunto, di natura sociale, politica e culturale che può crescere solo nei conflitti che mentre modificano la società cambiano i soggetti che ne sono protagonisti.
Per questo occorre un partito comunista che non sottovaluti nessuna delle dimensioni della politica, ma sia centrato sul sociale, che ricostruisca circoli e commissioni che organizzano l’intervento nei luoghi e sui temi del lavoro, che rafforzi la formazione per produrre quadri “rossi ed esperti” in grado di stare nei conflitti portando un utile contributo di analisi e proposta e usando l’inchiesta per far avanzare insieme la qualità dell’elaborazione, il livello di coscienza dei soggetti coinvolti e l’autorganizzazione.

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