di Tonia Guerra* -

Il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie va avanti a velocità spericolata con il suo progetto di spacchettamento del Paese, fiore all’occhiello della Lega e parte dell’accordo di governo, un cocktail di regionalismo e presidenzialismo (o premierato, ancora non lo sanno) shakerati in salsa ideologica: accentramento dei poteri e insofferenza verso il Parlamento e i luoghi della partecipazione e della rappresentanza democratica. Basta che ci sia un “capo”.

Il DDL Calderoli “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” è approdato in Parlamento e in questi giorni è oggetto di audizioni da parte della 1a Commissione Affari Costituzionali.

Si vuole portare a compimento un disegno che dividerà l’Italia in tanti staterelli, ognuno dei quali contratterebbe con il Governo l’acquisizione di piena autonomia legislativa, regolativa e amministrativa, praticamente su tutti gli ambiti che riguardano la vita sociale e i diritti di cittadinanza. 23 materie, 500 funzioni e risorse economiche sottratti alla potestà statale e quindi all’interesse generale. Ogni regione potrebbe sceglierne una o tutte quante, come ha già fatto il Veneto nel 2018, quando, insieme a Lombardia ed Emilia Romagna, si è voluto portare avanti col lavoro opzionandole in una pre-intesa con l’allora Governo Gentiloni in scadenza. Si tratta di una sorta di supermercato regionale nel quale ognuno si accaparra il pezzo che vuole, dalla sanità all’istruzione, dall’energia ai trasporti, dai beni culturali alla sicurezza sul lavoro, dalla pensione complementare alle infrastrutture, fino ai rapporti con l’UE e con gli altri stati, e così via… Il tutto in capo al Ministero per gli Affari regionali e le Autonomia, con il Parlamento ridotto a ratificatore finale.

Viene fuori il quadro di una “nazione” (per usare il lessico della retorica meloniana) patchwork, a pezzi in tutti i sensi, nella quale le varie toppe sono una diversa dall’altra secondo le convenienze e gli orientamenti degli apparati economici e politici locali, a discapito degli altri territori. Un regionalismo “appropriativo” come definito dal prof. Azzariti.

Per tacitare e prevenire le critiche da parte di coloro che reclamavano l’attuazione dei LEP, “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117 Costituzione), la Legge di Bilancio 2023 ne prevede la mera “determinazione”, senza copertura finanziaria e quindi senza alcuna “garanzia”, praticamente inattuabili e inesigibili. In contrasto con il dettato costituzionale, che li affida alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, i Lep in versione Calderoli saranno licenziati con una serie di DPCM, cioè con atti meramente amministrativi, tagliando fuori il Parlamento. La definizione dei diritti che spettano a ciascuno/a di noi affidata ad una “cabina di regia” e ad una “commissione tecnica” di nomina ministeriale.

Siamo di fronte allo stravolgimento dei principi alla base della convivenza civile, cinicamente e pervicacemente portato avanti senza pudore proprio nel momento in cui le disuguaglianze territoriali e sociali sono scandalosamente sotto i nostri occhi.

I dati ISTAT, i rapporti SVIMEZ, gli studi di SAVE THE CHILDREN, i resoconti della FONDAZIONE GIMBE e tutti gli indicatori sociali e le ricerche sulle disuguaglianze e sulle povertà ci ricordano che oggi, in Italia, un bambino o una bambina che nasce al Sud e nelle zone più disagiate ha meno scuola, meno opportunità, meno aspettativa di vita del suo/a coetaneo/a che ha la fortuna di nascere nella parte più ricca.

Coloro che si riempiono la bocca della retorica patriottica dovrebbero zittirsi di fronte a quei bambini.

Al Sud la disoccupazione è al 15% (3 volte la Lombardia), il reddito pro capite è di 18mila euro (contro i 33mila della parte più ricca); in Sicilia la dispersione scolastica è al 21%, in Lombardia al 9%; la speranza di vita in Campania è di 80 anni, nel Trentino di 84.

L’indice Youth friendly Regioni Italia a cura di Confartigianato ci segnala che la Lombardia ha l’habitat più favorevole; Foggia e Taranto sono tra le province peggiori. Per le giovani e i giovani meridionali “la “cura è andar via”, come sostiene con amarezza il sociologo pugliese Franco Chiarello.

In Italia vi sono 5,6 milioni di poveri assoluti e 15 milioni di poveri relativi: sono “impoveriti”, non “poveri”.

La spesa storica ci dice che al Sud vengono assegnati circa 13.000 euro annui pro capite, 3700 euro in meno che al Nord, per recuperare i quali occorrerebbero oltre 70 miliardi.

È per riequilibrare le diseguaglianze, ritenute evidentemente insopportabili per la tenuta stessa dell’UE, che l’Italia riceve un prestito molto sostanzioso, il PNRR.

L’impiego di queste risorse è a dir poco discutibile, per l’iniquità della distribuzione (secondo i criteri stabiliti, al Mezzogiorno dovrebbe spettarne circa il 65%, ben più del 40% enfatizzato e peraltro neppure rispettato); per le modalità di assegnazione e per la destinazione dei fondi. Un prestito che pagherà anche la parte più povera, oltre il danno la beffa!

A conferma di ciò, sono arrivate le “raccomandazioni” della Commissione Europea, non proprio tenere su flat tax, autonomia differenziata, PNRR, a proposito di “…sfide non affrontate … emergenze per l’Italia … squilibri macroeconomici eccessivi … ritardi …”.

In questo contesto, un governo degno del suo Ministro agli Affari regionali, autore di leggi da egli stesso definite “una porcata”, va avanti con un progetto quasi irreversibile che graverà sulle spalle dei ceti popolari e avvantaggerà gli appetiti dei micropoteri economici e politici locali.

È il punto di caduta di un percorso che viene da lontano e andrebbe ricostruito oltre il semplice commento, l’indignazione e lo sbalordimento dell’oggi, per evitare di ripetere gli stessi errori che ci hanno portato qui: la mancanza di una visione alternativa, la logica della riduzione del danno, che porta con sé il danno.

Fu l’approccio che portò alla riforma costituzionale del 2001, concepita dai suoi sostenitori del centrosinistra per limare le mire secessioniste della Lega, che ha aperto la porta a questo regionalismo predatorio, come evidenziato già allora dai pochi contrari, fra i quali Giovanni Russo Spena, che nelle sue dichiarazioni di voto in aula la definiva : “… una riforma sbagliata che peserà come un macigno, perché attiene alla struttura stessa dello Stato, alla dislocazione dei poteri costituzionali e perché nello stesso tempo incide sul lavoro, sulla fruizione dei servizi, sulla vita quotidiana delle cittadine e dei cittadini… Questo è un federalismo antisolidale, il federalismo dei territori ricchi e privilegiati, dell’egoismo delle borghesie mercantili delle zone ricche… frutto velenoso della globalizzazione liberista…”.

Da allora, ancor prima della legge attuativa abbiamo avuto un’autonomia strisciante che, per esempio nella sanità, ha dato vita a sistemi sanitari regionalizzati, ghiotta occasione per interessi privati e gruppi di pressione di ogni tipo.

È stato il ventennio dell’egemonia culturale liberista, con l’armamentario ideologico del primato del mercato, divenuto senso comune e pensiero unico: la parola “autonomia”, degenerata in individualismo, competizione, egoismo sociale.

Chi doveva coltivare la resistenza ha guardato altrove pascolando nel campo avverso: il meno peggio.

Nel 2018 i tempi erano maturi per passare ai pre-accordi sottoscritti dai “governatori” delle 3 regioni prime della classe bipartisan con un governo di centrosinistra incautamente intestatosi questo pericoloso precedente.

Tutti i governi successivi, Conte1, Conte 2, Draghi ed ora Meloni hanno posto l’autonomia differenziata nel proprio programma.

Ora quelle intese sono brandite come una clava dal Ministro Calderoli e assurte a testi ispiratori della sua legge.

Un disegno talmente incongruente da indurre l’Ufficio Bilancio del Senato a pubblicare una relazione che asfalta il cuore del progetto, l’aumento delle disuguaglianze, che chiede “…come si riuscirà a garantire la compatibilità fra un eventuale aumento del gettito fiscale delle regioni differenziate … con la necessità di conservare i livelli essenziali concernenti i diritti sociali e civili delle altre regioni”.

Ora è il momento delle audizioni in Senato da parte della 1a Commissione Affari Costituzionali e sono stati già auditi numerosi soggetti istituzionali e sociali.

A favore del DDL spicca l’intervento di Zaia, presidente della Regione Veneto, il quale si intesta l’interpretazione autentica “assolutamente federalista” delle intenzioni dei padri costituenti e nega di avere obiettivi secessionisti. Peccato che un quesito da lui presentato nel referendum regionale Veneto recitasse “Vuoi che il Veneto diventi una repubblica sovrana?” e che l’altro, sempre bocciato dalla Corte Costituzionale, chiedesse il trattenimento del 90% del residuo fiscale.

Perché il nòcciolo della questione è appunto quello delle risorse fiscali. Dovrebbe essere chiaro che le tasse statali che un cittadino/a produce servano a rispondere ai bisogni della collettività su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal luogo di residenza: uno studente di Economia sarebbe sonoramente bocciato se sostenesse il contrario. “La pretesa di trattenere il gettito fiscale generato sul proprio territorio è un’argomentazione inaccettabile, del tutto infondata, inconsistente e pericolosa” afferma il prof. Giannola, Presidente SVIMEZ.

Presso la Commissione hanno avuto parola numerose voci dissenzienti, che in questi anni hanno dato vita ad una lotta strenua e spesso ignorata.

Tra di loro Marina Boscaino, portavoce dei “Comitati contro ogni autonomia differenziata, per la rimozione delle diseguaglianze e l’uguaglianza dei diritti”. Boscaino, criticando la riforma del 2001 e ravvisando la necessità imprescindibile di abrogare il comma 3 dell’art. 116, ha parlato del passaggio da un “regionalismo senza modello” ad un “regionalismo impazzito” dove la differenziazione non è solo fra le regioni che accedono all’autonomia e le altre, ma all’interno delle stesse regioni autonomizzate, prive di un’autorità nazionale di raccordo che le rappresenti tutte. Il richiamo è all’autonomia come delineata nell’art. 5 della Carta che allude a un’autonomia cooperativa e solidale.

Il panorama delle opposizioni alla Calderoli è plurale e diversificato al proprio interno. Vi sono posizioni che assumono come immutabile l’orizzonte delineato nel 2001, al quale si ritiene non possano che essere apportati miglioramenti legislativi per arginarne gli aspetti più devastanti. È legittimo e coerente con la storia di coloro che lo propongono. Ma non necessariamente condivisibile, anzi: la logica della riduzione del danno.

In questi giorni sono decisamente aumentate le voci contrarie, a partire dal segretario della CGIL, Maurizio Landini: “Non solo non siamo d’accordo con l’autonomia differenziata ma non abbiamo nessuna disponibilità ad aprire alcuna trattativa sul tema”.

Siamo ad uno spartiacque decisivo su più fronti: l’irreparabilità di quanto si profila sul piano della democrazia e del “potere” richiede il massimo della radicalità e dell’unità.

La lotta contro l’autonomia differenziata non è la lotta del Sud contro il Nord, banalizzata in salsa demagogica, campanilista o addirittura neoborbonica, ma la conquista di un altro orizzonte nel quale riscrivere le forme della partecipazione, l’equilibrio dei poteri, la dignità e il riscatto di tutte e tutti.

* Responsabile Mezzogiorno e Campagna contro ogni tipo di autonomia differenziata, Partito della Rifondazione Comunista Sinistra Europea, da “Lavoro e Salute”

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