di Gerladina Colotti

Oltre 500.000 mapuche - il più numeroso fra i popoli del Cile - hanno manifestato ieri a Santiago per protestare contro le brutalità dei carabineros nella regione dell’Araucania (nel sud del pa- ese). Una manifestazione pacifica che, però, ancora una volta la polizia ha caricato con violenza e che è stata dispersa tra scontri e feriti.
Lunedì scorso, oltre 200 carabinieri in tenuta antisommossa hanno sparato contro i mapuche (un’ottantina) che avevano occupato delle terre in Araucania. Tra i feriti, anche quattro ragazzini.

Le loro immagini hanno fatto il giro del mondo provocando le proteste dell’Unicef, che ha condannato gli atti di violenza contro i minori. L’agenzia delle Nazioni unite per l’infanzia ha anche contestato le affermazioni delle autorità cilene le quali, per difendere i carabineros, hanno sostenuto che le famiglie mapuche usano i bambini come scudo umano durante le operazioni di polizia. Un’affermazione rifiutata con sdegno dalle donne native che hanno organizzato un presidio davanti alla sede dell’Unicef a Santiago proprio per denunciare gli abusi compiuti sui minori dai carabineros.
Nelle ultime settimane, gli episodi violenza nelle zone mapuche sono aumentati. I nativi, che vivono in situazione di povertà estrema, chiedono di tornare sulle loro terre ancestrali. Ricordano che, nel 1641, l’Araucania venne riconosciuta ufficialmente dalla Spagna come un territorio autonomo mapuche, a seguito della valorosa resistenza dei nativi, decisi a salvaguardare la propria indipendenza. Il 95% di quel territorio autonomo di 10 milioni di ettari verrà colonizzato dalla giovane nazione cilena tra il 1818 e il 1883: per mezzo delle armi e di una politica di assimilazione che rendeva obbligatoria la nazionalità cilena e autorizzava l’occupazione delle terre mapuche. Durante la dittatura militare (1973- 1990) i mapuche vennero falcidiati dalla repressione. Intere comunità contadine furono torturate e assassinate. Il regime militare abolì tutte le organizzazioni che consentivano ai nativi di partecipare alle decisioni sul loro futuro. La Confederación Nacional de Mapuche fu proibita subito dopo il golpe, i leader arrestati o costretti all’esilio. Nei primi mesi della dittatura, l'80% dei detenuti nella prigione di Temuco, il principale centro cittadino della regione dei mapuche, era costituito da questa popolazione. Con il governo di Salvador Allende, spazzato via da Pinochet, molti mapuche avevano usufruito della riforma agraria recuperando, fino al ’72, circa 700.000 ettari di terre. Un risultato conquistato con l’occupazione di terre appartenenti ai latifondisti da parte delle comunità. Nel settembre ’72, una legge del governo Allende garantì ai mapuche alcuni diritti fondamentali sanciti dalla costituzione, fra cui la restituzione dei diritti sulla proprietà della terra perduta e l’insegnamento nella lingua madre Mapudungun (comunque con un ruolo asimmetrico rispetto allo spagnolo). Ma quella legge è stata spazzata via insieme alla costituzione, sostituita da quella imposta da Pinochet negli anni ’80 - ancora in vigore - che dà mano libera alle grandi imprese private sui beni comuni del paese. Dalla metà degli anni ’90, i mapuche hanno intensificato la lotta contro latifondisti, imprese agricole e forestali, subendo arresti e condanne smi- surate comminate in base alle leggi antiterrorismo, rimaste le stesse dai tempi della dittatura.
Oggi, contro i mapuche, il presidente-miliardario Sebastian Piñera (di destra) usa le pallottole e il carcere, ma anche la retorica: «Con loro abbiamo un debito, dobbiamo dargli più lavoro, educazione, salute», ha detto al termine di una riunione sulla sicurezza convocata dopo il ferimento dei ragazzini. Ma non a quella piccola minoranza «che non rispetta niente», ha aggiunto.


il manifesto 29 luglio 2012

 

 

 

 

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