di Vladimiro Giacchè

1) Cosa significa il pareggio di bilancio in costituzione?

Significa diverse cose. In primo luogo, che da oggi il nostro ordinamento costituzionale si ispira ad una precisa concezione economica, quella neoliberista in salsa tedesca, secondo cui la ricetta per la crescita consiste di 3 elementi: libertà dei mercati, politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia. Di fatto, viene illegalizzato il keynesismo. Non solo.

Questa modifica alla Costituzione rende tra l’altro inattivabili i diritti previsti da altri articoli della Costituzione, qualora per dare attuazione ad essi lo Stato debba chiudere in deficit il proprio bilancio. Questo può riguardare, ad esempio, la tutela della salute quale fondamentale diritto dell’individuo, e le garanzie di cure gratuite agli indigenti, previste dall’art. 32 della Costituzione. Oppure il diritto alla gratuità dell’istruzione per gli otto anni della scuola dell’obbligo, o il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (art. 34). O ancora quanto previsto dall’art. 38: “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. In tutti questi casi i tagli necessari al bilancio dello Stato per raggiungere il pareggio possono pregiudicare, ancora di più di quanto già accada oggi, l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti.

Infine, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio impedirà allo Stato di effettuare gli investimenti necessari a migliorare le condizioni generali di produzione (si pensi alle infrastrutture fisiche, a quelle immateriali che consistono nella promozione della ricerca e della conoscenza, e a quelle giuridiche, ossia a un sistema giudiziario ben funzionante), la produttività e la crescita economica. Questo è molto grave, perché introduce un ulteriore vincolo in un periodo delicatissimo della vita economica di questo Paese.

La verità è che nessun Paese  ha mai sostenuto una crisi come l’attuale in presenza di vincoli del genere. La stessa Germania ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio con una modifica alla propria Costituzione appena nel 2009, ossia svariati decenni dopo il periodo della ricostruzione del Paese (per la quale risultò essenziale fra l’altro la decisione statunitense di non esigere il pagamento dei debiti di guerra della Germania, ossia di annullare il debito tedesco), e a distanza di poco meno di venti anni dalle spese sostenute dopo la riunificazione della Germania. Del resto, ancora verso la metà del decennio scorso si poteva assistere a cospicui deficit del bilancio pubblico tedesco (non per caso il debito pubblico di quel Paese nel decennio trascorso è cresciuto di 750 miliardi di euro).

Tornando a noi, devo dire che trovo davvero impressionante il silenzio dei media su una modifica del nostro ordinamento così gravida di conseguenze negative. È un altro colpo alla democrazia e alla libertà e affidabilità dell’informazione nel nostro paese. Non ne sentivamo il bisogno.

2) Cosa cambia con la nazionalizzazione del petrolio argentino? Potrebbe creare un precedente importante?

La nazionalizzazione del petrolio argentino afferma una concezione non subalterna dei rapporti tra i poteri pubblici e le grandi multinazionali. Si afferma il diritto di uno Stato di espropriare un’impresa privata di proprietà di una multinazionale (ne caso specifico spagnola) qualora essa non adempia a determinati criteri in fatto di investimento nel Paese stesso.

Questa misura è una conferma di analoghi provvedimenti assunti in altri paesi dell’America Latina (a partire dal Venezuela) e può costituire un ulteriore precedente per analoghe misure da parte di altri Stati. Non a caso il nervosismo sul tema è palpabile. Del resto, non è un mistero per nessuno che il golpe di Pinochet in Cile avvenne anche a seguito di misure quali la nazionalizzazione delle miniere di rame già possedute da multinazionali.

3) Se i dati continuassero a essere questi servirebbe all’Italia una nuova manovra?

Sì. Ma c’è di peggio, perché in realtà le previsioni più realistiche per il 2012 non sono il –1,2% di prodotto interno lordo di cui parla il governo, ma un -2/2,5%. Addirittura, un centro di ricerche tedesco, l’IMK, parla di -2,6% nel 2012 e -2,9% nel 2013. E’ evidente che questo renderebbe necessaria un’ulteriore manovra correttiva già quest’anno, dell’ordine di almeno 20 miliardi. Tutto questo conferma quanto in molti avevano previsto all’atto dell’approvazione delle manovre di austerity varate nel 2011 da Berlusconi-Tremonti e da Monti: che esse avrebbero fatto scendere il prodotto interno lordo più di quanto avrebbero inciso sul debito, con il risultato di peggiorare – anziché migliorare – il rapporto debito/pil. E che quindi sarebbero state necessarie altre manovre, come già successo in Grecia e in altri paesi colpiti dalla crisi prima del nostro. Sta succedendo precisamente questo.

 

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