Relazione di Apertura del Congresso  PRC regionale del 24 Giugno 2012 di Rocco Tassone
L’Italia e la crisi economica mondiale

Crisi attuale e “questione meridionale”

La Calabria: emblema dell’attualità della questione meridionale

Il modello di non sviluppo

Questione meridionale e dinamiche di classe

Una piattaforma di lotta per un modello di sviluppo alternativo

I soggetti della riscossa

Sul Partito

Care compagne e cari compagni, graditi ospiti;
innanzitutto consentitemi di dedicare i lavori di questo nostro congresso a due compagni recentemente scomparsi: il compagno Mario Alcaro filosofo e meridionalista insigne ed il compagno Agostino Mercuri educatore e dirigente rigoroso del nostro partito calabrese.

L’Italia e la crisi economica mondiale
Celebriamo questo congresso in un momento drammatico della storia dell’umanità: su tutto il pianeta le classi popolari stanno subendo un arretramento sul terreno delle conquiste e dei diritti che sembravano definitivamente acquisiti.  Lo spettro della crisi mondiale dell’economia si proietta in ogni dove distruggendo certezze materiali e prospettive di vita, destando sentimenti di cupa depressione nell’intimo dei singoli individui e di intere masse. Il mondo sembra essere caduto nella trappola infernale dell’ineluttabilità dei processi, dell’inevitabilità della crisi e delle sue conseguenze, quasi che  tutto quanto accade non sia il prodotto delle attività umane bensì di fattori alieni verso i quali non si abbia altra scelta che soccombere. Sta passando l’idea che sia assolutamente normale che a determinare i nostri destini siano i mercati finanziari e le loro dinamiche e nella piena adesione a questa logica i governi adottano provvedimenti che ne assecondano la voracità anche a costo di sacrifici disumani a danno dei più deboli.

La crisi attuale non è una crisi qualsiasi. Non è una delle classiche crisi congiunturali il cui riproporsi periodico è intrinseco al modo di produzione capitalistico. E’ una crisi  di sistema: il  capitalismo della produzione è soppiantato dal capitalismo della speculazione finanziaria con conseguenze devastanti sulle economie di tutti gli stati.

La risposta a questa situazione da parte del capitalismo produttivo di casa nostra è spiccia, sbrigativa. Il nostro capitalismo nazionale non ha mai brillato per efficienza produttiva e capacità di innovazione: questo nostro anomalo capitalismo italiano è vissuto di aiuti diretti ed indiretti da parte dello stato, oggi impossibili a causa dell’assalto della speculazione finanziaria. Così i capitalisti italiani per mantenere ampi i margini del profitto si sono prefissati un solo obiettivo: abbattere i costi della produzione con la contrazione dei salari e la compressione dei diritti dei lavoratori; in molti casi con la delocalizzazione della produzione in luoghi vicinissimi a noi ma dove i salari sono infimi di per se ed i diritti inesistenti. Ultima spiaggia: la Serbia.

Crisi attuale e “questione meridionale”
In questo contesto la già debole economia del mezzogiorno, in particolare della Calabria, rimane annientata ed il divario tra il nord ed il sud del paese tende a crescere sempre di più. Il Sud, dopo aver subìto la rapina ed il saccheggio nell’immediatezza della guerra di occupazione sabauda, è stato considerato negli ultimi 150 anni (per dirla con una frase attualissima di Antonio Gramsci) “…come area arretrata verso la quale può dirigersi, ma con perdita di produttività, il superfluo di accumulazione della sezione economicamente più avanzata del paese…”. Questa frase racchiude la vera essenza della ancora attualissima questione meridionale, perché questa concezione ha comportato che nei confini dello stesso stato  si instaurasse un rapporto di tipo imperialistico tra aree geografiche distinte con il nord che ha imposto al sud il modello (imperialista, appunto)  che ci ha ridotti a  terzo mondo: mercato di sbocco delle proprie merci (magari non competitive sui mercati internazionali), luogo in cui localizzare le produzioni obsolete, in cui depositare le scorie del nord, dove localizzare la produzione dell’energia che serve a loro per continuare a macinare profitti. E quando, come oggi avviene, l’economia della produzione è messa in discussione dall’assalto del capitalismo finanziario, il già debole tessuto produttivo meridionale viene smantellato. Con buona pace dei lavoratori della Cementir di Vibo Marina che pur di mantenere il posto di lavoro sono disponibili a bruciare qualunque cosa per alimentare i forni.

Il Sud e la Calabria, quindi, pagano il prezzo più alto della crisi; in termini di sofferenza attuale ma soprattutto in termini di chiusura di ogni prospettiva: la crisi  uccide la speranza, la crisi spegne la fiducia nel futuro proprio  e dei propri figli.

La Calabria: emblema dell’attualità della questione meridionale
E’ stato pubblicato di recente l’ultimo rapporto SVIMEZ sul Mezzoggiorno. In questo documento il freddo dato numerico conferma ciò che noi calabresi viviamo quotidianamente sulla nostra pelle: disoccupazione alle stelle con particolare riguardo a quella femminile e giovanile; ripresa dell’emigrazione delle giovani generazioni verso il nord d’Italia e verso  il nord Europa. Le famiglie calabresi sono ridotte alla disperazione. Cinquanta anni di intervento straordinario, prima dello stato e poi anche dell’Unione Europea, hanno prodotto solo ruberie. Niente industrie, niente infrastrutture, niente posti di lavoro. Abbiamo, invece, abbondanza di devastanti parchi eolici e centrali termoelettriche a turbogas da 800 MGW. Non abbiamo una rete elettrica di distribuzione con standard civili, ma abbiamo il mega-elettrodotto di trasmissione (380KVA) Laino-Rizziconi (e ormai anche oltre). Non abbiamo le strade dei nostri paesini e delle nostre città ripulite dai rifiuti, ma abbiamo un megainceneritore nella Piana di Gioia Tauro.

Grazie al governo Monti avremo il rigassificatore a Gioia Tauro e la centrale a carbone a Saline Ioniche. Sta tornando alla carica l’ENEL per  la riconversione a carbone della centrale di Rossano. Ci manca solo che il governo rispolveri  l’idea di  fare un bell’impianto di interramento dei rifiuti radioattivi nei siti salini della provincia di Crotone.

Hanno annunciato in pompa magna il decreto “sviluppo” per essere puntualmente smentiti il giorno dopo: non ci sono  soldi per completare l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria; per la SS106 neppure quelli per cominciare. Però abbiamo i treni tagliati e gli aeroporti declassati.

Si sta smantellando la sanità pubblica e la rete ospedaliera esistente, in nome di una improbabile razionalizzazione cui dovrebbe seguire la costruzione dei nuovi ospedali, di cui però non si vede l’ombra.
Il trasporto pubblico locale è ridotto ai minimi termini. I lavoratori delle Ferrovie della Calabria non percepiscono lo stipendio ormai da mesi. A loro va tutta la nostra solidarietà.

Il popolo calabrese è sfinito, il tessuto sociale è sfilacciato, le volontà individuali fiaccate, la speranza nel futuro annientata.

La logica di tutto ciò è lampante: ad un popolo tenuto in ostaggio nella propria sofferenza, nella propria miseria, nel proprio isolamento, si può far accettare di tutto, si può imporre un “modello di non sviluppo”  che lo relega al ruolo di cane al guinzaglio a guardia della pattumiera nazionale, del luogo in cui depositare le scorie del benessere altrui, dove localizzare la produzione dell’energia che serve altrove  per continuare a macinare profitti.

Il modello di non sviluppo
Quello che è successo dall’ultimo dopoguerra fino all’implementazione dei primi piani europei è ormai storia. Potremo discuterne per piacere accademico in altra sede. E’ invece fondamentale capire cosa è successo in Calabria negli ultimi anni. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati investiti oltre 5 miliardi di € di capitali privati nel settore energetico (oltre 10 mila miliardi di lire!!!) per la realizzazione di varie centrali termoelettriche a turbogas, parchi eolici, elettrodotti, centrali a biomasse. Impatto occupazionale: ZERO! Impatto sul PIL regionale: doppio ZERO.
Nel corso degli ultimi 20 anni siamo stati destinatari di 4 programmi europei: 1991/93; 1994/99; 2000/06; 2007/13. In questo caso la somma dei miliardi di € a base di ciascun programma supera con ogni probabilità i 20.
Impatto infrastrutturale: ZERO! Impatto occupazionale: ZERO! Impatto sul PIL regionale: doppio ZERO.
Insomma, possiamo solo concludere che  i modelli sottesi a quegli interventi sono modelli di non sviluppo  che hanno prodotto solo la colonizzazione della regione da parte del grande capitale energetico, la devastazione del territorio, la privatizzazione dei beni comuni, in particolare l’acqua e le coste; un assetto infrastrutturale imperniato su poche grandi inutili opere come il ponte sullo Stretto a fronte della totale desertificazione; infine, hanno prodotto il saccheggio delle risorse pubbliche che avrebbero dovuto migliorare la qualità dei nostri servizi sociali, a cominciare dalla sanità,  incentivare lo sviluppo economico, risolvere le emergenze ambientali, come smaltimento dei rifiuti e gli impianti di depurazione. Insomma, si è trattato di modelli che non solo non hanno contribuito a risolvere la questione meridionale, ma hanno contribuito ad aggravarla ed a renderla oggi più attuale che mai.

Questione meridionale e dinamiche di classe
Tutto quanto è avvenuto non è stato a causa del destino cinico e baro. E’ il risultato del patto di ferro tra le classi dominanti del nord e del sud finalizzato al mantenimento del sistema di interessi reciproci. Ieri il blocco storico tra gli industriali del nord e gli agrari del sud costituiva l’alleanza politica tra le classi dominanti che dovevano difendere gli interessi del capitale finanziario e industriale del nord e della rendita fondiaria del sud, instaurando  nei confini dello stesso stato  un rapporto di tipo imperialistico tra aree geografiche distinte. Oggi siamo di fronte ad una nuova alleanza tra il blocco reazionario del nord - nel quale è confluito il grande capitale finanziario, industriale, energetico,  agricolo – ed il blocco reazionario meridionale che vede coinvolte le classi sociali emergenti, forze economiche, pezzi di ceto politico trasversale e le organizzazioni criminali. Questo nuovo blocco storico sta fagocitando da decenni le risorse esogene ed endogene della Calabria e del Mezzogiorno ed ha imposto il modello di non sviluppo appena illustrato.
Una puntualizzazione si rende necessaria. La ‘ndrangheta, che oggi si configura come soggetto sociale autonomo in grado di interloquire direttamente e non per tramite nelle dinamiche economiche,  è uno dei soggetti responsabili del blocco di potere di cui abbiamo appena detto. Essa gestisce un intricato groviglio di interessi economici, legali ed illegali, che fanno da cemento per l’unità del blocco in questione. La lotta ai poteri criminali, quindi, si configura per i comunisti calabresi, come momento fondamentale della lotta di classe. Chi sostiene che di ndrangheta non bisogna parlare perché altri sono i problemi dei territori è evidentemente egli stesso un criminale!!!

Una piattaforma di lotta per un modello di sviluppo alternativo
Uscire dalla crisi si può. Dalla crisi possono venire fuori i popoli e le nazioni se sono capaci di invertire la logica dell’ineluttabilità, se sono capaci cambiare le regole del gioco, di imporre nuove idee e di conseguenza nuovi paradigmi e nuove norme, per farla pagare a chi può, per rendere impossibile la speculazione a danno dei poveracci.
Dalla crisi può venire fuori il Mezzogiorno e la Calabria.  La Calabria deve riappropriarsi della propria vita e del proprio destino e cominciare a progettare un nuovo modello di sviluppo, imperniato prima di tutto sulle risorse di cui disponiamo: la risorsa territorio e le risorse umane.
Il nostro territorio ci consente di praticare soprattutto due attività economiche: il turismo nelle forme più diversificate e l’agricoltura, sia intensiva che di nicchia. Tuttavia queste attività non possono essere lasciate allo spontaneismo o alla buona volontà. Sono necessarie politiche e piani regionali adeguati; esattamente il contrario di ciò che è avvenuto fino ad ora. Conosciamo tutti lo scandalo del mercimonio che si è sviluppato attorno ai Piani di Sviluppo Rurale o attorno ai Piani per il Turismo, col ripetuto e successivo rimaneggiamento delle graduatorie dei bandi per la concessione degli aiuti nel primo caso e con la sospensione dei bandi stessi nel secondo caso.
E poi le risorse umane. L’intelligenza e la capacità dei nostri giovani non devono più essere saccheggiate per produrre ricchezza altrove. Anche in Calabria può essere lanciata e vinta la sfida dell’innovazione, puntando sulla creazione di un tessuto industriale capace di mettere sul mercato prodotti di avanguardia ad alto contenuto tecnologico in grado di reggere la sfida della globalizzazione. Ma anche qui sono necessarie politiche e piani adeguati.
Non possiamo ripetere gli errori commessi con la programmazione degli aiuti dell’Unione Europea degli ultimi 20 anni. In particolare non si è mai capito se si è trattato di risorse orientate ad incentivare la localizzazione degli investimenti o di contribuzione alla formazione del capitale di partenza, con la conseguenza che non hanno svolto nessuna delle due funzioni finendo solo per alimentare le speculazioni e le ruberie.
Quindi, nel ragionare a medio termine attorno alla definizione di un nuovo modello di sviluppo per la Calabria, il primo passo da compiere è in direzione della revisione del quadro normativo, statale ed europeo, che regolamenta gli strumenti di aiuto allo sviluppo. Senza tuttavia perdere di vista gli obiettivi a breve termine per uscire dallo stato di prostrazione in cui siamo stati ridotti dai governi centrale e regionale. In questo senso è necessario uno sforzo collettivo per la costruzione di una piattaforma rivendicativa e di lotta verso i governi centrale e regionale attorno alla quale radunare tutti i calabresi che non intendono arrendersi. Alcuni punti:

a.    Ripristino dei treni a lunga percorrenza soppressi
b.    Finanziamento del completamento dell’ammodernamento della A3 e della SS 106
c.    Potenziamento ed ammodernamento delle linee ferroviarie ionica e tirrenica
d.    Ripristino dei fondi FAS sottratti nel corso degli ultimi anni alla Calabria
e.    Piano straordinario per il lavoro che veda l’ente regione direttamente coinvolto insieme agli enti locali in un piano di investimenti per la difesa del suolo e la difesa e la bonifica ambientale, partendo dalla riconversione produttiva della forestazione.
f.    Salario sociale per i disoccupati come misura di ammortizzatore sociale per chi rimane tagliato fuori da ogni forma di coinvolgimento in attività di lavoro
g.    Piano sanitario  a misura delle esigenze dei  cittadini che ponga termine alla macelleria sociale messa in atto dalla giunta di destra col presunto piano di rientro che sta rientrando da nessuna parte; sta solo portando alla tomba i cittadini calabresi sena chiudere la partita del deficit
h.    Revisione del Piano Energetico Regionale per svincolarci dalla condizione di colonia, per sancire il no al carbone ed al rigassificatore e per sancire l’opzione delle energie alternative diffuse
i.    Fine del commissariamento dell’emergenza “Rifiuti” e passaggio all’opzione “Rifiuti Zero” con l’approvazione di una norma quadro per la raccolta differenziata ed il riciclaggio
j.    Ripubblicizzazzione delle risorse idriche con l’esclusione dei privati dalla gestione e l’eliminazione delle componenti privatistiche della tariffa

Questa piattaforma deve essere il programma di azione dei comunisti in Calabria. Su questa piattaforma non siamo all’anno zero. Le proposte di legge regionale di iniziativa regionale che abbiamo elaborato e che abbiamo ormai da mesi messo a disposizione di movimenti, associazioni, partiti, senza la pretesa di alcun primato, rappresentano un momento importante del nostro lavoro politico. A breve ci sarà un concreto contributo migliorativo da parte dei compagni del PdCI e poi insieme, come Federazione della Sinistra compiremo l’ultimo passo di socializzazione con tutti i soggetti che intenderanno condividere le proposte.

I soggetti della riscossa
La Calabria deve scuotersi e noi non possiamo pensare di essere gli unici soggetti della riscossa. Scriveva Antonio Gramsci nel saggio “Alcuni temi della Questione meridionale”:  “…il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classi che gli permettano di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione…”.  Seppur in chiave attuale, il compito dei comunisti rimane lo stesso: lavorare per creare un ampio fronte di progresso capace di cambiare lo stato di cose esistenti.
In Calabria questo compito non è facile. In questa regione la politica è stata ridotta a puro meretricio e non c’è partito che ne sia stato immune, neppure  noi.  Inciuci, trasversalismi, transumanze sono all’ordine del giorno ed il  loro filo conduttore non è solo  la spregiudicatezza tattica dei protagonisti, ma soprattutto gli interessi inconfessabili dei gruppi di potere reale che stanno dietro tali protagonisti.
Occorre rifondare la politica in questa regione e per farlo occorre spezzarne i legami trasversali con i potentati economici e malavitosi che l’hanno asservita. Si può cominciare a farlo partendo da sinistra, non con alchimie politiciste bensì partendo dagli interessi concreti dei gruppi sociali di riferimento della sinistra stessa, sapendo che non possono essere gli stessi di chi sponsorizza modelli di sviluppo basati su parchi eolici, centrali termoelettriche, inceneritori.
Se vogliamo costruire un fronte di progresso che si batta contro il governo Scopelliti e si proponga come alternativa credibile alle prossime elezioni regionali, dobbiamo mantenere aperto il dialogo con tutte le forze del centrosinistra, ma senza arretrare sul terreno della proposte politica. In particolare agli amici del PD dobbiamo rammentare che  la tattica per sconfiggere Scopelliti non può essere  ricondotta alla geometria degli schieramenti, per cui invece di prospettare una battaglia di penetrazione nell’opinione pubblica calabrese con proposte più credibili di quelle di Scopelliti si propugna l’apertura all’UDC. Non si rende un servizio ai calabresi facendo proposte che generano solo disorientamento e confusione.
 Agli amici del mondo dell’associazionismo e dei movimenti locali dobbiamo chiedere di essere più disponibili a collaborare: solo con la sinergia possiamo centrare gli obiettivi.
Insieme ai compagni del PdCI dobbiamo avere più coraggio nel processo di costruzione della Federazione della Sinistra. Mentre chiediamo ad altri soggetti di fare sinergia dobbiamo maggiormente sinergizzare tra noi. Ultimamente abbiamo compiuto dei passi importanti, che possono rivelarsi decisivi. Il modo migliore per costruire la FdS consiste nel lavorare insieme, senza aspettare che si compiano ai piani superiori i miracoli della fusione a freddo.
Del sindacato abbiamo grande rispetto. Talvolta non condividiamo alcune scelte, ma sappiamo che in Calabria spesso ha supplito alle assenze della politica su battaglie cruciali, come quella  sulla sanità. Sappiamo pure che è compito loro convocare gli scioperi generali, così come avvenuto il 19 giugno del 2007 stante alla regione Calabria la giunta di centro-sinistra. Ai compagni del sindacato ci sentiamo di dire che quando decideranno di convocare lo sciopero generale dei calabresi contro la giunta calabrese di destra e contro il governo centrale che ci emargina ed esclude, magari decidendo di portare la protesta a Roma come il 31 ottobre del 1978, Rifondazione Comunista sarà in prima linea.

Sul Partito
Infine, su noi stessi.
Non siamo perfetti. Abbiamo commesso tanti errori nel passato. Spesso ci siamo fatti trascinare nelle dinamiche interne senza che ce ne fosse ragione. Sappiamo bene che l’origine di quelle dinamiche non stava nei territori, bensì nei contrasti interni ai vertici nazionali. Tuttavia ci siamo tuffati dentro a capofitto pagandone poi prezzi amarissimi. Ciò è stato distruttivo, sia perché abbiamo distratto energie che dovevano essere rivolte alla battaglia esterna per dedicarle alle diatribe tra noi, sia perché il modello di partito che ne è venuto fuori non è certo il migliore. Un partito in cui le ragioni della politica sono state spesso piegate alle  ragioni delle dinamiche interne, per cui (per es.) le bombe italiane sulla Serbia non andavano bene mentre quelle sull’Afganistan sì. Un partito in cui la selezione dei gruppi dirigenti non avveniva sulla base delle capacità personali e del lavoro svolto ma sulla base dell’appartenenza correntizia. A tutto questo dobbiamo porre fine. Io per primo mi sottopongo a valutazione e questo congresso sovrano dovrà valutare liberamente il lavoro politico che ho svolto in quanto segretario regionale.
Tuttavia, cari compagni, non dobbiamo neppure autofustigarci. Migliaia di iscritti continuano a garantire nei territori una presenza antagonista, sono protagonisti umili e discreti di grandi e piccole battaglie, dalla vertenza locale alla battaglia per l’acqua pubblica. Di questo lavoro minuzioso e paziente dobbiamo andare orgogliosi e non dobbiamo consentire a nessuno di salire in cattedra e darci lezioni, così come noi non lo facciamo con gli altri. Abbiamo rispetto, ma esigiamo rispetto.

Siamo un piccolo partito comunista, ma non per questo ci deprimiamo, convinti come siamo che alle ragioni della forza possiamo opporre la forza della ragione, sapendo che la nostra aspirazione è quella di diventare un grande partito di massa con l’obiettivo di abbattere il sistema capitalistico, fonte di ingiustizie e sofferenze per tutta l’umanità.
Avanti popolo alla riscossa.
Viva il Socialismo!!!

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