di Aldo Giannuli

Due anni e mezzo fa i grandi geni dell’economia (quelli che la crisi non l’avevano prevista nemmeno il giorno prima del fallimento della Lehman Brothers e che ridicolizzavano i pochi che ne segnalavano l’arrivo) decretarono che la crisi era ormai risolta o in via di soluzione e che alla fine del 2010, al più tardi nel 2011, l’economia avrebbe recuperato il terreno perso e sarebbe tornata a galoppare. Infatti….

La nuova fiammata iniziata esattamente un anno fa avrebbe dovuto rendere tutti un po’ più accorti e far venire qualche sospetto. Invece, la crisi continua ad essere trattata come un incidente di percorso, certo un po’ più noioso del previsto, ma, insomma, destinato a risolversi in breve (al massimo un paio d’anni).

Nel frattempo, tutto quello che si richiede è di innaffiare i mercati bancari con ripetuti getti di liquidità e, per il resto, aspettiamo che il temporale passi per i fatti suoi. Eppure, riflettiamoci: dal 1929 in poi non c’è stata nessuna crisi così diffusa e duratura. Mai, prima, si era registrata una crisi di tale ampiezza planetaria: è vero che abbiamo avuto numerose recessioni dal 1945 in poi, ma mai così contemporaneamente in tutto il Mondo. E, se ancora non si è registrata una caduta della domanda aggregata mondiale, è anche vero che questo non è accaduto essenzialmente per la tenuta delle economie cinese, brasiliana ed indiana; oggi una regressione della domanda aggregata mondiale appare un rischio tutt’altro che lontano o improbabile.

Anche dal punto di vista temporale le cose non stanno meglio: questa crisi è iniziata nel 2008 (ma sarebbe più corretto antedatarla almeno di un anno) e nessuno sostiene che siamo alla vigilia della sua fine. I più ottimisti parlano ancora di 1-2 anni di recessione. Quindi, si tratterebbe di una crisi sostanzialmente ininterrotta da 5-6 anni. Chi scrive queste righe è convinto che ci vorranno ben più di due anni per venirne fuori, ma, anche considerando che questo lasso di tempo sia sufficiente, si tratterebbe pur sempre della crisi più prolungata dopo quella del 1929. Ma, per di più, non si capisce sulla base di quali presupposti possiamo ipotizzare una uscita in tempi anche medio brevi e senza un lungo strascico. Per cui la prospettiva di una recessione prolungata che sbocchi in una depressione paragonabile (quantomeno per i tempi) a quella degli anni trenta è tutt’altro che irrealistica.

Ma quello che più rileva è che ampiezza, diffusione e durata della crisi non sono quelle di una delle tanti crisi ricorrenti, ma fanno chiaramente intendere che si tratta di una crisi sistemica: in altri termini, non si tratta di scelte sbagliate ed errori occasionali, ma di una disfunzione del sistema in quanto tale. Non si tratta di gomme lisce o di una manovra sbagliata che ci ha messo fuori strada, è il motore che non va più.

Ma questo è un tabù che non bisogna toccare: istituti di vigilanza, banche centrali, governi, organizzazioni finanziarie ed “economisti” ammettono che ci sia al massimo bisogno di qualche aggiustamento, di “limitare gli eccessi”, rafforzare gli asset, imporre un po’ più di trasparenza e, per il resto, inondare di liquidità tutto il globo terrestre. Come dire che il motore si è fuso, ma il meccanico pensa a cambiare la coppa dell’olio o rettificare un po’ l’albero di trasmissione che, in effetti, era un po’ sbilanciato e, per il resto mettere tanta acqua nel radiatore. Voi dite che l’auto riparte?

Il punto è che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, per cui i finanzieri non hanno alcuna intenzione di rimettere in discussione la loro centralità nel sistema economico e tantomeno di prendere in considerazione massicci salassi all’incredibile massa di profitti realizzati in questi anni, le banche centrali, sostenute dagli “economisti” non prendono lontanamente in considerazione l’idea di ripensare il Talmud neo liberista con le sue verità rivelate, i governi non pensano neppure che possa esserci un diverso ordine sociale ed economico e, più che di uscire dalla crisi, si preoccupano di fare in modo che tutto resti come è. E per il resto la ricetta è quella di sempre: liquidità a cascata per le banche e tagli ai servizi sociali e tasse sui consumi. Che a pagare la crisi siano lavoratori e ceti medi: nuova questa idea!

Solo che ci sono momenti in cui non serve neppure la solita spremitura dei ceti subalterni. Continuate pure a tagliare i servizi sociali e a decurtare i salari, a licenziare e ad aumentare le tasse sui consumi: i consumi caleranno sempre più, le aziende falliranno a catena, i disoccupati diventeranno legione, il Pil precipiterà e con esso il gettito fiscale, ci sarà un impoverimento generale su cui “galleggeranno” i vostri patrimoni ultra miliardari, ma tutto quello che otterrete sarà di approfondire la recessione ed andare verso la catastrofe.

A distanza di quattro (cinque) anni dall’inizio della crisi, questa dinamica dovrebbe ormai essere abbastanza chiara e, invece, siamo al punto di prima: quelli che “non vedevano” venire la crisi e bacchettavano i “profeti di sventura” sino al giorno in cui gli è caduta in testa la Lehman Brothers, oggi continuano a non vedere che la crisi non solo c’è, non solo continua, ma si è anche avvitata su sé stessa precludendo ogni via di uscita.

Da cosa dipende questa straordinaria cecità? I maggiori responsabili sono gli “economisti”, cioè quanti occupano cattedre universitarie, centri studi di grandi banche, ecc che, (salvo qualche mosca bianca”) sono tutti di dichiarata e granitica fede neo liberista e sono totalmente incapaci di un minimo di laicità che gli consenta il benché minimo dubbio sui propri dogmi. Ma, in fondo, non è colpa loro: povera gente che conosce solo le quattro formule neo classiche che ripetono alla noia, si trovano in quei posti perché ce li ha collocati il vento dell’anti rivoluzione liberista che si illudono di aver suscitato. Negli anni settanta-ottanta negli Usa, in Inghilterra e poi, man mano, negli altri paesi occidentali iniziò un processo di espulsione di qualsiasi corrente culturale alternativa a quella neo liberista, lo strumento fu quello della “peer review” per cui prevalevano quelli che scrivevano sulle riviste più autorevoli o partecipavano ai convegni internazionali più fastosi, solo che le riviste più accorsate erano tali perché finanziate con valanghe di dollari dalle maggiori banche che provvedevano anche a finanziare i convegni internazionali. Ed ovviamente, i finanziamenti arrivavano solo agli istituti ed alle riviste orientati “bene”. Mass media e consulenze fecero il resto ed una responsabilità gravissima la ebbe il Premio Nobel che promosse fior di cialtroni e truffatori, purché dichiaratamente liberisti.

L’operazione “pensiero unico” ebbe successo: l’economia fu costantemente sinonimo di pensiero liberista. Economisti furono riconosciuti solo quelli che suonavano solo lo spartito che il padrone voleva sentire. D’altro canto, le consulenze bisogna pur meritarsele e non è educato sputare nel piatto in cui si mangia.

A questo proposito, nei prossimi giorni, pubblicherò un saggio di Alberto Martinelli su alcuni aspetti nascosti della crisi globale, in cui si sofferma anche sulle responsabilità degli economisti e sulla loro venalità, Martinelli non è affatto un marxista e tantomeno un estremista bolscevico, anzi ama molto la tradizione liberal degli Usa, ma è una persona molto intelligente ed onesta intellettualmente. Il testo è in inglese (forse con un po’ di tempo proveremo a tradurlo) ma consiglio di leggerlo ugualmente.

Tornando a noi, l’operazione è riuscita, ma i promotori di questo pogrom intellettuale non hanno a gioirne: oggi, al posto di valenti consiglieri si trovano solo un coro di cortigiani prezzolati. Non c’è malafede nelle diagnosi che questi “economisti” spacciano impudentemente, semplicemente è quello che sanno fare. D’altra parte, l’assenza di confronto intellettuale non ha mai fatto crescere nessuno. E, dunque, molto più che gli “economisti” le responsabilità vanno attribuite a chi se li è inventati come tali: i finanzieri ed in parte i politici. E siamo all’altra categoria che porta tutto il peso di questo disastro: i politici. Anche qui siamo di fronte agli effetti del “pensiero unico” per cui da trenta anni abbiamo stabilito che legittimo è solo il pensiero liberale-liberista, tutto il resto era conservazione (in particolare qualsiasi difesa dello Stato sociale o dell’eguaglianza), utopia, errore, quando non proprio insania (come quella di chi continua a dirsi comunista). In questo senso, la catastrofe è stata il passaggio dei partiti socialisti europei in campo liberale. Gravissime sono le colpe di personaggi come Schroeder, Blair, Occhetto, D’alema, ecc. personaggi molto più spregevoli dei loro dirimpettai (Berlusconi incluso) per la loro inconsistenza politica ed intellettuale e per il ruolo di becchini della tradizione socialista.

Il risultato di questa uniformazione generale al verbo neo liberista (e guardate come l’attacco alle ideologie si è trasformato nella dittatura di una ideologia e della più fondamentalista, spacciata come scienza) ha avuto come unico risultato un ceto politico occidentale di sconfortante mediocrità: fra Obama, Monti, Sarkozy, Hollande, Bush, Blair, Cameron, Merkel, Berlusconi, Schroeder, Zapatero, Rajoy, ecc ecc. riuscite a trovare uno (solo uno) capace di reggere il confronto (non dico con Churchill, Roosevelt, Tito, De Gaulle, Togliatti, ed azzardo persino Stalin e Franco) con Mitterrand, Brandt, Moro, Kennedy, Mc Millan, Johnson, Khol ecc.? Di fronte a questa compagnia di guitti diventa un personaggio di statura storica. De Gasperi diceva che la differenza fra un politicante ed uno statista sta nel fatto che il primo pensa alle prossime elezioni ed il secondo alla prossima generazione. Qui abbiamo personaggi che pensano al massimo al prossimo sondaggio d’opinione e le cui gesta più memorabili sono qualche confronto televisivo. Deprimente.

Ma c’è anche altro che riguarda la percezione della crisi nei comuni cittadini che, pure, non vivono la cosa con particolare drammaticità, convinti che si tratti dell’ennesima perturbazione passeggera. Ma di questo parleremo nel prossimo pezzo.

 

da Agora vox

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