di ArticoloTre

Le elezioni in Grecia hanno portato ad uno stallo, con necessità di ripeterle al più presto. Sembra scontato il fatto che ancora una volta prevarranno i partiti anti-rigore, sia a destra che a sinistra. Che effetto avrebbe un ritorno alla Dracma sul paese?

Su questo tema si sono esercitati molti analisti, da ultimo l’Ufficio Analisi

e Ricerche Economiche della SACE, la banca

italiana (fortunatamente ancora pubblica: una rarità…) che assicura il credito all’esportazione, che proprio ieri ha pubblicato una nota al riguardo. Queste le principali conclusioni della SACE. In caso di uscita dall’euro, nel breve periodo “si avrebbe, in primo luogo, un recupero di competitività che gioverebbe al paese (dato il minor costo di beni e servizi denominati in dracme piuttosto che in euro). I benefici si avrebbero in particolare tramite il canale del turismo, che rappresenta il 15% del PIL e dell’occupazione”. Molto minori sarebbero invece gli effetti sulle esportazioni, “dato il ruolo ridotto del settore manifatturiero greco – concentrato nei settori tessile e abbigliamento, food processing e assemblaggio elettronico – in confronto ad altri paesi europei”. Nel medio-lungo periodo però ci sarebbero conseguenze negative: “un aumento dell’inflazione (con stime comprese tra il 30% e il 50%), con rischio di iperinflazione, e l’aumento del valore nominale del debito pubblico. Non riuscendo ad accedere ai mercati internazionali il paese, per aumentare il proprio saldo primario a copertura del debito, sarebbe costretto a manovre di austerità fiscale della stessa intensità – o peggiori – di quelle imposte dalla Troika”. Queste ultime argomentazioni sono condivisibili solo in parte, perché sembrano dare per scontato che il monte del debito resterebbe invariato, mentre evidentemente un’uscita dall’euro si accompagnerebbe a un default sul debito. A quel punto è vero che la Grecia per un certo periodo sarebbe tagliata fuori dai mercati internazionali dei capitali, ma al tempo stesso il suo principale problema sarebbe la necessità di avere un avanzo primario per non accumulare nuovo debito e non per pagare quello pregresso. Ma qui c’è un altro punto fondamentale da sottolineare: proprio la distinzione tra benefici nel breve periodo e problemi di lungo periodo può far preferire ai Greci questa soluzione agli intollerabili ulteriori sacrifici imposti oggi alla Grecia dalla troika. Il che dimostra la miopia non del popolo greco, ma quella dell’establishment europeo che continua a cercare di imporre soluzioni insostenibili. Del resto, lo stesso report della SACE invita in conclusione a “ridefinire il piano di austerità fiscale in termini meno rigidi”, in modo da avere “impatti meno drastici sulla popolazione” e da lasciare respiro alla domanda interna e alla crescita. Non è proprio un applauso alle politiche di austerity made in Europe…

Nel caso di un meltdown greco, ormai quasi certo, con conseguente uscita dall’eurozona, in che modo reagirebbe la nostra moneta unica? Lei crede che questo sarebbe l’inizio di una pesante svalutazione dell’Euro?
Questo è senz’altro possibile. Del resto va detto che una svalutazione è già in corso. La cosa in sé non ha nulla di drammatico (tra l’altro favorisce le esportazioni, il che è di grande aiuto per un paese come il nostro), ma ovviamente riduce le chance dell’euro di rivaleggiare col dollaro quale valuta internazionale di riserva.

Dato per scontato, o quasi, che la Grecia torni -prima o poi- alla Dracma, quale sarebbe l’effetto sistemico sui debiti pubblici a livello europeo?

L’effetto sarebbe pesante, perché i mercati comincerebbero subito a prezzare sul rendimento dei relativi titoli di stato il rischio di un’uscita dei paesi più in difficoltà dall’euro, eventualità sino a poco tempo fa assolutamente impensabile. Se uno riflette sul fatto che si sarebbe potuto evitare in radice tutto questo trasferendo alla Grecia cifre ridicole rispetto a quelle spese per salvare le banche europee (una cinquantina di miliardi di euro nel novembre 2009 e 160 nel maggio 2010, quando la crisi era già peggiorata a causa delle incertezze nella gestione del problema da parte delle autorità europee: per avere un’idea delle dimensioni basterà ricordare che il solo salvataggio della compagnia assicurativa AIG è costato al Tesoro americano 202 miliardi di euro…), la conclusione è desolante: questa crisi non è una fatalità, ma il prodotto di grossolani errori basati su un malinteso egoismo nazionale di alcuni paesi europei, oltretutto in ultima analisi masochistico.

Anche adesso la discrepanza di finanziamento tra i Bund ed i titoli di stato dei “PIGS” è notevole. Si registrano le prime fughe di denaro dalle banche italiane. Saremmo in grado di resistere al riprezzamento del nostro tasso di interesse sul debito?
Il rischio di avvitamento è ancora molto forte per il nostro paese, anche se va detto che oggi i riflettori sono puntati soprattutto sulla Spagna e sui problemi del suo sistema bancario. Probabilmente sarà quello il vero banco di prova della tenuta dell’euro. Per fortuna le esportazioni (soprattutto extraeuropee) vanno bene, cosa molto importante per la solvibilità complessiva di un paese. Purtroppo, invece, il calo assai accentuato della domanda interna, che è precisa responsabilità delle manovre di bilancio messe in atto nel 2011 prima dal governo Berlusconi-Tremonti, e poi da quello di Monti, sta riducendo l’attività economica e quindi peggiorando la solvibilità del sistema (perché nel rapporto debito/pil, se il pil si riduce, la montagna del debito continua ad aumentare in termini relativi rispetto al pil).

Insomma, l’Europa può sopravvivere all’uscita dall’Euro della piccola Grecia?
Forse sì, ma anche questo non è detto. Infatti la possibilità di reazioni a catena che facciano infine saltare la moneta unica non è affatto da escludere. Comunque le conseguenze sarebbero pesanti – cosa questa piuttosto ovvia – per chi è (ancora) esposto sulla Grecia, ma anche in termini indiretti: ad esempio sotto forma di aumento dei rendimenti dei paesi già in difficoltà, ossia degli interessi da pagare ai creditori per poter collocare i loro titoli di Stato. Non va dimenticato che uno dei maggiori rally dello spread tra btp e bund tedeschi si verificò nell’estate dello scorso anno, a seguito di nuovi problemi emersi in Grecia.

 

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