di Giuseppe Carroccia

Dovranno lavorare anche undici ore al giorno i ferrovieri dopo la firma del rinnovo contrattuale firmato il 20 luglio da cgil cisl uil ugl e fast col presidente del gruppo Fs l’ex sindacalista Mauro Moretti.

L’orario di lavoro passa dalle 36 ore attuali ore a 38, portabili a 46 nei periodi di massima produzione che con le ore di dormita fuori residenza per il personale di macchina e viaggiante, di fatto arrivano anche a 52 ore settimanali a disposizione dell’impresa.

Siamo persino oltre ai limiti previsti dalla normativa europea che era comunque concepita per mansioni poco gravose e qui viene invece applicata per lavori usuranti, su h 24 e su turni non cadenzati.

Diminuiscono le ore di riposo persino rispetto al contratto di riferimento, l’impresa cioè si avvale della facoltà di derogare dal contratto come gli consente l’articolo 8 dell’ultima finanziaria di Berlusconi.

I sindacati firmatari che in tutti questi anni non hanno mai avanzato una piattaforma contrattuale, ne discusso coi lavoratori i vari passaggi della trattativa, hanno sottoposto a referendum l’esito finale e sostengono di aver raggiunto la maggioranza di adesioni.

In realtà con questa firma sono passati dal sindacalismo complice caro a Bonanni al sindacato notarile che firma tutto quello che vuole il padrone.

Molti ferrovieri non hanno però partecipato al referendum per protesta o indignazione e nelle categorie maggiormente colpite i no hanno prevalso. Nel referendum promosso dall’Orsa tra i macchinisti i no hanno raggiunto il 95%.

Ma solo a settembre con l’entrata in vigore del contratto si vedrà come reagiranno i ferrovieri a questo ennesimo peggioramento, quando misureranno sulla propria pelle le conseguenze devastanti della nuova normativa sull’orario di lavoro. Già ad aprile lo sciopero promosso da orsa e usb aveva avuto una forte adesione. Diverse assemblee autoconvocate a Roma e a Bologna hanno lanciato per l’autunno la mobilitazione.

I dirigenti sindacali firmatari hanno nascosto in questi mesi i peggioramenti normativi, informando solo sugli aumenti salariali peraltro molto contenuti e finanziati dall’aumento dell’orario di lavoro; hanno valorizzato l’ingresso delle assicurazioni sanitarie private e alcuni aspetti effettivamente positivi per i lavoratori degli appalti rischiando però così di creare una ulteriore divisione tra lavoratori.

Nessuna spiegazione viene data sull’inevitabile formazione di esuberi, migliaia tra macchinisti e capotreno, oltretutto in presenza di una probabile contrazione della produzione determinata dai tagli della Spending review al trasporto regionale e dopo la controriforma del lavoro senza più la possibilità di utilizzare gli ammortizzatori sociali.

Se aggiungiamo il disumano aumento dell’età pensionabile tra lavoratori che col blocco del turn over hanno una età media molto alta, le ferrovie italiane rischiano di diventare una grande fabbrica di inidonei e di esodati: le uniche fabbriche che rischiano di rimanere nell’Italia della Fornero.

Questo primo contratto di lavoro dell’era Monti, che ha potuto contare sull’accordo apripista fatto dalla Ntv di Montezemolo, Della valle Bombassei e soprattutto sncf(ferrovie francesi), a cui i governi hanno concesso tutto con una vergognosa operazione di socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti, rischia di diventare un modello da imitare per il padronato come fu con quello imposto da Marchionne a Pomigliano.

D’altronde sia Moretti che Marchionne manifestano lo stesso evidente disprezzo nei confronti dei lavoratori e l’uso politico e discriminatorio che fanno dei licenziamenti è una spia da non sottovalutare soprattutto dopo l’eliminazione dell’articolo 18.

Se i ferrovieri non riusciranno a reagire e subiranno il ricatto occupazionale e salariale, sarà un duro colpo anche per quei milioni di lavoratori pendolari che saranno costretti a viaggiare su treni sempre meno frequenti e sicuri.

Una politica alternativa ai disastri del governo Monti dovrà partire anche dalla capacità di riunificare un fronte sociale, spiegando bene a tutti quali sono i reali interessi in gioco.

Difesa della qualità del lavoro e della vita dei ferrovieri e una politica della mobilità pubblica e sicura devono andare insieme. A questo dovrebbe servire un sindacato realmente confederale.

Ma anche le forze della sinistra di alternativa sono chiamate in causa, e devono dare il proprio contributo, capendo dove sta il nemico per realizzare, partendo dai contenuti, una politica efficacemente unitaria capace, cioè di cambiare i rapporti di forza.

Oggi che gli autunni caldi li minacciano i ministri ultraliberisti come la scatenata Fornero sarà bene farci trovare preparati.

Per chi ha ancora la possibilità di andarci questi sono i nostri compiti per le vacanze. Quest’anno siamo stati tutti rimandati a settembre.

Giuseppe Carroccia

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