Copertina_CD_Giallanza

di Daniele Cesaratto
Al principio fu il Caos. Shulùq, lo scirocco, si apre in un'atmosfera quasi elettronica, nella prima parte di Skiathos. Lo scirocco però cambia, si trasforma, si sposta, e l'atmosfera della prima traccia varia da una dolce brezza marina di flauti ed arpe ad un più cupo suono di percussioni, con melodie che ci ricordano la Grecia, con le sue asperità ed i suoi mari idilliaci, che tanti anni prima della crisi ispiravano i poeti ed i filosofi che hanno posto le basi culturali della civiltà occidentale.


Ma il vento non sta fermo, e la seconda traccia: Isis ah è un canto malinconico di un vento che assiste alla calma dopo la tempesta, dove le onde si infrangono delicatamente sulla terra ferma; è un inno ad un Mediterraneo che “nonostante tantissime volte si sia bagnato di sangue, riesce comunque a parlare di pace”, che commuove e fa riflettere.
Il brano successivo è più simile ad un interludio, in cui flauto ed arpa dialogano, discutono e collaborano alternandosi e sovrapponendosi, ed a volte dialogano e discutono anche con se stessi, come a rappresentare metaforicamente le varie anime del Mediterraneo, che da sempre producono con la loro difficile convivenza idee brillanti, pensieri profondissimi, artisti geniali e sanguinosi conflitti. La “Danza della Giumenta”, preludio ed improvvisazione, ha un suono quasi minimale, ricco di pause e che a volte sembra essere un'unica variazione su tema, dove l'arrivo delle percussioni aggiunge un suono simile per certi versi a quello che troviamo all'inizio di Skiathos. Una specie di danza tribale che aggiunge un gusto selvaggio al disco, quel selvaggio che permea la cultura occidentale che tanto cerca di occultarlo ed eliminarlo quanto ne è irresistibilmente attratta.
E così arriviamo a “Vent sur l'archipel”, francese come il suo titolo ed il suo autore: è un vento delicato e sensibile, romantico ma non smielato, che ci accompagna, ci rasserena e ci fa sorridere, ma anche un vento che ci sa raccontare, con un velo di nostalgia, ciò che era e ciò che non è più, ciò che potrebbe essere e ciò che mai sarà; ed alla fine, come da copione, ci deve dire addio.
Ed è forse lo stesso vento che sentiamo a Tindari, quel siroc che si fa sciroccu, che con lente cadenze siciliane sposta pigramente le sabbie e le polveri, ed agita l'aria vibrante di calura, di tanto in tanto spirando più forte, a tratti con violenza, per poi calmarsi immediatamente e ritornare al calmo sospirare di sempre, ed infine si perde nel delicato scroscìo di un onda.
A chiudere troviamo la “Suite Greca” di Luca Mereu, divisa in quattro tempi, la cui regolarità e ritmicità fa oscillare a tempo, perdendosi in pensieri non troppo definiti, a tratti seguendo il suono, a tratti seguendo se stessi; al contempo la Suite ricorda però una specie di ballata dove il flauto è strumento e voce narrante, e guida attraverso i ricordi del Mare Nostrum che è protagonista di tutto il disco, e dello scirocco, che dal Sahara scorre da sempre su di lui. Ma potrebbe anche essere la musica sulla quale ballare al centro di un villaggio di uno dei tanti paesi che si affacciano sul Mediterraneo, durante una qualunque delle tante feste dimenticate. E così si conclude Shulùq, un vento che porta con sé le armonie, i suoni e le sensibilità che “accomunano tutte le genti che vivono sulle coste”, una finestra su questo mare e le sue terre, dai colori caldi, vari, multiformi, “pieno di echi culturali remoti e recenti, di storie intrecciate, di fatica e dolore, di gioie e passioni, di partenze ed esodi, di speranze e nostalgie, sonante in polifonia di lingue diverse”. In un momento come questo, in cui ci vogliono far credere che l'unica forma di unione tra popoli sia un opprimente (e dannoso)  Fiscal Compact, ci vogliono far credere che la nostra vita altro non sia che quella di macchine per produrre (ammesso che si abbia un lavoro), e che vivere da umani sia un bene di lusso “al di sopra delle nostre possibilità”, ci dicono che bisogna morire prima e che non si può continuare a pagare le pensioni a inutili vecchi che non lavorano, creano guerre tra poveri interne ed internazionali affinché ci si odi tra paese e paese, tra lavoratori e lavoratori, tra precari e precari, fanno a gara di “Spread” e danno di qua e di là colpe per una crisi che è sistemica, questo disco può essere un inno ad una solidarietà che non è la carità o l'essere felici tutti assieme con quello che si ha, ma è una solidarietà che ha veramente come fine l'unione per il cambiamento, che non si raggiunge solo raccogliendo e curando i feriti, ma facendo cessare la guerra.

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