di Stefano Galieni

Intervista a Manlio Milani. Alle 18 di pomeriggio, dopo una giornata intera, Piazza Della Loggia a Brescia è ancora gremita di persone. Sono in migliaia venute a ricordare una strage fascista i cui colpevoli e i cui mandanti sono andati ancora una volta impuniti. Manlio Milani, Presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage è però tutt’altro che scoraggiato.

«Si l’amarezza per le sentenze e per la mancanza di una verità giudiziaria è forte. Mi ha lasciato un senso di vuoto anche rispetto alle ragioni per cui noi 38 anni fa eravamo in piazza. Però non posso non accorgermi che negli anni abbiamo fatto molta strada.

 Alcune verità sono state affermate, sono emersi gli elementi che hanno portato all’impunità, si conoscono le ragioni delle stragi compiute dalla destra eversiva. Si considera appurato che ad impedire ai giudici di condannare gli autori sono stati alcuni apparati dello Stato che non hanno voluto o addirittura hanno impedito volutamente che si arrivasse alla verità. C’è una nuova consapevolezza pubblica da cui ripartire ed è stato importante che il presidente della repubblica, tanto il 9 maggio, quanto oggi con un telegramma, abbia voluto ribadire questi punti fermi, chiedendo che si vada ad affrontarli e trovando strumenti per giungere a riempire questi buchi neri della nostra storia».

 

Una speranza insomma?

«Si perché la piazza di oggi invece di esaltare la morte ha esaltato la vita, ha dato voce a chi voleva ricordare. I tanti ragazzi che erano in piazza hanno colto perfettamente la lezione, hanno capito, anche riflettendo su quanto accaduto, di quanto sia importante difendere, alimentare, far crescere e vivere la democrazia assumendosene la responsabilità. C’è stato un intenso dialogo fra gli studenti e il ministro dell’Interno e mi ha colpito la normalità con cui un rappresentante delle istituzioni si è messo nelle condizioni di ascoltare e di rispondere alle tante domande. Un fatto importante anche nel metodo, un momento di ricchezza alimentato anche da coloro che dissentivano dalle risposte che venivano offerte. Si è trattato di una grande lezione di educazione civica e mi ha colpito il ponte che si è costruito fra gli insegnanti morti nella strage e Melissa, uccisa a Brindisi da mani ancora ignote. C’era anche una sua compagna di classe in piazza».

 

Ci sono stati però momenti di tensione con alcuni gruppi

«Si erano stabilite delle norme e si erano concordate le modalità di ingresso in piazza nel rispetto di ognuno. C’è stato chi non voleva mantenere i patti ma è stato giusto che tutti potessero entrare, la piazza di oggi doveva essere aperta. Il dialogo però non può divenire prevaricazione di idee superiori ad altre, doveva essere ed è stato un momento di confronto».

 

Certo che ancora oggi si considera eccezionale un dialogo con le istituzioni che dovrebbe invece costituire la norma

«Le istituzioni possono essere giustamente contestate, ci può essere con queste un conflitto ma ne va riconosciuto il valore centrale. Io almeno penso questo».

 

Rispetto ai giorni della strage avverti una maggiore consapevolezza? Una maggiore capacità di difendersi?

«Si e per molte ragioni. Intanto per tutta la giornata si sono alternate persone di ogni generazione. Anche bambini delle elementari e ragazzi delle medie che hanno lasciato messaggi che ti colpiscono per la loro intensità, per la grande vitalità che esprimono. C’è una memoria attiva e vigile capace di guardare al passato per trarne gli insegnamenti necessari, capace di negare la violenza e dare il giusto valore alla vita e alla democrazia. Una presenza che guarda al futuro con gli occhi aperti insomma e con meno paura. Mi ha colpito l’intervento del rappresentante della consulta studentesca che ha letto un appello agli adulti in cui si chiede di ascoltare anche i silenzi dei ragazzi, in cui si chiede spazio e riconoscibilità. Noi, o meglio una gran parte della classe politica, non riesce ancora a riconoscere le esigenze di una generazione».

 

Dopo la vicenda ancora oscura di Brindisi si torna a parlare di “strategia della tensione”.

«È vero ma ci sono maggiori strumenti per difendersi. C’è la possibilità di avere maggiore informazione. Ai nostri tempi c’erano organizzazioni di massa che mobilitavano, oggi esiste la possibilità di bloccare sul nascere qualsiasi progetto eversivo più o meno dichiarato anche grazie al fatto che a moltissime persone è dato di sapere e di informarsi. Forse è per questo che si è voluto colpire una scuola, è perché si vorrebbe che ogni persona, sin da giovane, resti al suo posto e non provi a farsi avanti per cambiare le cose che non vanno. Ma non ci riusciranno. In fondo è vero che noi abbiamo vinto».

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