di Giuseppe Grosso

Il piano di tagli del Partido Popular non conosce tregua e il bisturi di Mariano Rajoy luccica minaccioso anche sotto il solleone dell'agosto spagnolo. Con il salvataggio del paese già dato per certo (il ministro dell'economia De Guindos prevede l'avvio del procedimento per metà settembre), il governo conservatore di Rajoy annuncia un nuovo pacchetto di provvedimenti, con il quale cercherà di assecondare le richieste dell'Unione europea, tanto più ineludibili quanto più si va avvicinando l'orizzonte del salvataggio.

Tra tutte, la questione del debito pubblico: bisogna chiudere l'anno con un deficit massimo del 6,3% e Rajoy è disposto a sforbiciare ovunque pur di raggiungere l'obiettivo, ben sapendo che su questo punto si gioca la credibilità sua e della Spagna.
«Il premier», fanno sapere dalla Moncloa, «è determinato a conseguire l'obiettivo del debito, a prescindere dal salvataggio: vuole dimostrare all'Europa di saper mantenere le promesse fatte». In realtà l'obiettivo del debito non è affatto indipendente dal salvataggio, ma uno dei paletti fissati da Bruxelles per la concessione del piano di aiuti; ovvero il famigerato rescate di cui Rajoy ha, fino ad un mese fa, negato la necessità e da cui, oggi, sembrerebbero dipendere le sorti economiche della Spagna.
Un atteggiamento disinvoltamente contraddittorio che è diventato la cifra stilistica del governo del Pp. C'è contraddizione anche tra le valutazioni del ministro dell'economia, che a inizio agosto definiva le misure anticrisi adottate dal Pp «sufficienti ed adeguate», e le dichiarazioni rilasciate l'altro ieri dall'esecutivo, secondo cui «è probabile che si adottino misure molto più drastiche di quelle varate fino ad ora». Anche per la flessione delle entrate statali (-3,5%), i costi derivanti dai default delle regioni autonome e l'enorme spesa generata dal sistema della previdenza sociale, collassato sotto l'insostenibile numero di disoccupati.
L'annuncio di un nuovo «pacchetto» ha fatto comunque tremare gli spagnoli, già stremati dal costante stillicidio degli ultimi mesi e dall'aumento del costo della (+2,6% rispetto all'anno scorso). Il governo non è entrato in dettagli ed è difficile anche formulare ipotesi, dato che il Pp ha già chirurgicamente operato in tutti i settori dello Stato. Esiste un certo margine di manovra sul piano fiscale (ripristino di tasse soppresse o creazione di nuove imposte). L'opposizione vorrebbe tassare i grandi redditi, ma Rajoy è ben conscio del costo politico che avrebbe per il Pp questa eventualità e quindi esclude anche un ulteriore incremento dell'Iva (già passata dal 18 al 21%), come suggerito dal Fondo monetario internazionale.
In ogni caso non è qui che il governo può battere davvero cassa. La vera partita si gioca su un altro tavolo, più delicato e più ricco: quello delle pensioni. «L'unica spesa che resta da toccare» come hanno ammesso dall'esecutivo. La voce «pensioni» ammonta a 115 miliardi ed è esplosiva sul piano sociale. Il governo sa che il suo corso dipenderà in buona parte da come gestirà il tema, cercando di arginare la forte pressione della troika. Rajoy ha già annunciato a Bruxelles che lavorerà per ridurre il divario tra età effettiva di pensionamento ed età legale, fissata a 67 anni dal governo Zapatero tra le critiche del Pp. A rischio anche l'adeguamento dell'assegno pensionistico all'inflazione, che potrebbe restare congelato per tutto il 2013.
A questa misura si oppone fermamente Javier Doz, segretario del sindacato Comisiones Obreras: «gli accordi sottoscritti da sindacati, imprese e governo non possono essere cambiati da una nuova ondata di tagli». Doz fa riferimento al precedente pacchetto di riforme che - abbassando del 2% la quota contributiva dovuta dalle imprese alla seguridad social - ha ridotto le entrate della previdenza sociale di 6 miliardi. «Misure come questa», ha detto Doz, «hanno contribuito alla riduzione delle entrate, per cui sarebbe incoerente far pagare ai pensionati le conseguenze di una decisione sbagliata del governo». Bisognerà aspettare settembre, mese che si annuncia ben più caldo di quest'afoso agosto. Per il 15 è già stata convocata una manifestazione a Madrid dai sindacati. Lo slogan sarà «vogliono rovinare il Paese».

 

da il manifesto

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