povertadi Luca Sappino
Ci hanno insegnato ad osservare lo Spread, a tenerlo sottocchio, preoccupandoci delle flessioni anche minime, temendo, più d’ogni altra cosa, le sue verticali impennate. Poi arrivano i dati sulla povertà e sulla produzione, e tutto riprende la giusta importanza. Perché, ci racconta la fotografia del rapporto dell’Istat su reddito e condizioni di vita, oltre un quarto degli italiani è a rischio povertà o esclusione sociale: per la precisione il 28,4 per cento, che è drammaticamente vicino a un terzo.
Che vuol dire? Il dato è calcolato secondo la definizione adottata nell ’ambito della strategia “Euro - pa 2020”, ed è un indicatore derivato dalla combinazione di tre diverse categorie: quella del “rischio di povertà” (calcolato sui redditi 2010), della “severa deprivazione materiale ”, e della “bassa intensità di lavoro”.

Il risultato è insomma la quota di popolazione che sperimenta almeno una delle suddette condizioni. Ma è proprio il titolo, “Euro - pa 2020”, a rendere drammatico il dato. Perché, se l’obiettivo è quello di fotografare la popolazione europea affinché i valori si assomiglino sempre di più, il dato italiano è ben più elevato rispetto a quello medio, che si ferma al 24,2%, per le persone a rischio di povertà, e dice quanto sia ancora lunga la strada e quanto, presumibilmente, la si stia percorrendo nella direzione sbagliata.
L’indicatore, infatti, rispetto al 2010 ha fatto registrare una crescita di 2,6 punti percentuali rispetto al 2010. E la crescita e assicurata prevalentemente dall’aumento delle persone a rischio povertà (passate dal 18,2% al 19,6%) e dall ’aumento, ancora più drammatico, delle persone che già soffrono di severa deprivazione (che ora non sono più il 6,9% della popolazione, ma l’11,1%).
28,4% Per l’Istat sono le persone in Italia a rischio povertà o esclusione sociale
11,1% È la popolazione che soffre di “severa deprivazione”.
Nel 2010 era il 6,9%. 19,4% dei residenti nel Mezzogiorno è “gravemente deprivato”. Più del doppio rispetto al Centro (7,5%) e il triplo del Nord (6,4%) Andando poi a guardare il dettaglio di questo ultimo dato, la fotografia si arricchisce di un particolare: le Italie, cioè, sono due. Il 19,4% delle persone residenti nel Mezzogiorno è infatti gravemente deprivato, e il valore è più che doppio rispetto a quello registrato nelle regioni del Centro (7,5%) e triplo rispetto a quello delle regioni del Nord (6,4%). E anche la crescita di questo dato, non è omogenea: se nel Sud l’8,5% delle persone che nel 2010 non avvertivano alcun sintomo di deprivazione, diventa gravemente deprivato nel 2011, al Centro un crollo così radicale della qualità della vita coinvolge sono il 3% della popolazione e al Nord appena l’1,7%.
La differenza Nord-Sud, prosegue anche nella distribuzione del reddito. E se una famiglia su due residente in Italia nel 2010 ha percepito un reddito netto inferiore a 24.444 euro l’anno (che equivalgono a 2.037 al mese), nel Sud e nelle Isole, metà delle famiglie percepisce meno di 19.982 euro (cioè circa 1.665 euro mensili). Accorpando i dati, il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Mezzogiorno è pari al 73% di quello delle famiglie residenti al Nord, registrando anche qui un calo rispetto al valore registrato nel 2009, quando il rapporto era del 76%.
Il dato si può quindi tradurre così: una famiglia nel meridione guadagna mediamente il 27% in meno della media nazionale.
Anche il confronto tra Nord e Centro, però, desta preoccupazione. In questo caso il reddito mediano si attesta al 94%, scendendo comunque di due punti, rispetto al 2009. Tornando al dato complessivo, dice inoltre l’Istat, nel 2010 il reddito netto familiare mediano è sceso dello 0,4%, ma in termini puramente nominali. Se infatti si dovesse valutare anche il peso
dell ’inflazione (+1,5% nel 2010), la diminuzione in termini reali sarebbe ancora più forte.
Un altro dettaglio è la disuguaglianza: la quota di reddito totale del 20% più ricco delle famiglie residenti in Italia è pari al 37,4%, mentre al 20% più povero spetta da dividersi soltanto l’8% del reddito complessivo.
E se questi sono i dati sui redditi delle famiglie, conseguenti sono i dati sul Pil e sulla produttività. Nel terzo trimestre del 2012, dice infatti sempre l’Istat, il prodotto interno lordo, pur corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato (il terzo trimestre del 2012 ha avuto due giornate lavorative in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno rispetto al 2011), è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% nei confronti dello stesso trimestre, il terzo, del 2011. Viene così confermata la stima diffusa preventivamente a novembre, che non lascia alcun credito a più rosee e altrui previsioni. Sempre in linea sono, evidentemente, i dati sulla produzione che, nella media dei primi dieci mesi dell ’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è diminuita del 6,5%, con punte in alcuni settori, però, ancora più alte (arrivando a -8,0% per i beni intermedi). Il vero tonfo lo registra però la produzione di autoveicoli, segnando il quattordicesimo calo consecutivo, con un meno 26,8%, capace di far rimpiangere tragicamente il meno 20,1% dei primi dieci mesi del 2012.
Anche la presentazione dei dati, la conferenza stampa convocata per il rapporto e bloccata dalle proteste, ci parla di crisi: sono infatti 400 i lavoratori precari dell’istituto. Sono ricercatori impegnati nel censimento e chiedono di essere stabilizzati.
Ora tornate a guardare lo Spread.

Pubblico - 11.12.12

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