di Grazia Naletto

Come può la società civile italiana contribuire a mutare la rotta delle politiche europee per costruire un'Europa altra da quella che è asservita agli interessi dei grandi poteri economici e finanziari? Se ne è discusso ieri a Roma nel corso del Forum organizzato da Sbilanciamoci! in collaborazione con la Green European Foundation "Uscire dalla crisi per un'altra Europa": un'intera giornata di riflessione plurale e molto partecipata nella quale movimenti, associazioni, sindacati ma anche esponenti politici hanno discusso a partire dalle proposte lanciate sempre da Sbilanciamoci! a Bruxelles in un forum internazionale il 28 giugno scorso.

Far diventare la Bce un prestatore di ultima istanza, ridimensionare la finanza, limitare le speculazioni finanziarie anche grazie all'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, introdurre una "tassa sulla ricchezza" e gli Eurobond, mettere il bilancio comunitario a garanzia dei debiti dei paesi più esposti, finanziare un piano di investimenti pubblici per sostenere la domanda e difendere il lavoro; restituire democrazia all'Europa: queste le ipotesi in campo.

Aprendo il forum, Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! ha posto in agenda il tema di un mutamento di paradigma dell'Europa: un paradigma che necessariamente deve fondarsi sulla lotta alle disuguaglianze (economiche, sociali, di genere, fondate sulla nazionalità) che la globalizzazione neoliberista ha fatto crescere in questi anni; sul rilancio degli investimenti pubblici a sostegno del welfare e della ripresa della domanda interna, sulla ricostruzione della democrazia europea, (scippata dalla troika), grazie al rafforzamento del Parlamento Europeo, anche attraverso la presentazione di liste transnazionali (Frassoni, Musacchio), ma soprattutto costruendo corpi intermedi europei che oggi mancano (Castellina).
Inevitabili i continui riferimenti alle scelte politiche del governo Monti: non condivisibili, perché con i tagli agli enti locali, alla sanità, all'istruzione e alla spesa sociale (ma non alle spese militari) spingono ulteriormente verso la recessione. D'accordo anche Stefano Fassina (Pd), secondo il quale «non è utile il continuismo di Monti: senza strategie alternative è a rischio la democrazia».
I primi ad essere colpiti dalle politiche di austerity europee sono innanzitutto i ceti popolari, le donne, i migranti (31,4 milioni i cittadini provenienti da paesi terzi presenti in Europa nel 2010), le minoranze. Il rischio che la crisi alimenti, se non governata, la competizione tra cittadini migranti e autoctoni nel mercato del lavoro come nell'accesso al welfare è già realtà, soprattutto se su questa competizione costruiscono i loro successi elettorali i partiti nazionalisti e xenofobi: Olanda, Norvegia, Gran Bretagna, Francia insegnano. Da qui l'esigenza di rivedere il modello di cittadinanza europea e il sistema di governo delle politiche migratorie e di rafforzare le politiche sociali per tutti.
La costruzione di reti comuni per superare l'attuale frammentazione dei movimenti e delle forze sociali ha attraversato il dibattito dell'intera giornata. La centralità di un agenda sociale, articolata su proposte specifiche ma nel contesto della definizione di una nuova Europa dei popoli (Salinari), fondata su giustizia sociale e sostenibilità ambientale (De Marzo), sulla centralità delle persone e dei loro diritti, anziché degli interessi economici e finanziari, è stata suggerita da più di un intervento.
In questo orizzonte, una delle criticità maggiori è costituita dal rapporto tra movimenti, sindacati e il mondo della politica: come affrontare l'emergenza democratica nella quale ci troviamo? Come riavvicinare concretamente l'Europa ai cittadini? Come possono i movimenti contaminare le scelte politiche e istituzionali, senza mediazioni al ribasso e mantenendo la propria autonomia? Qualcuno rilancia l'ipotesi di una assemblea costituente europea dei cittadini (Dastoli); altri insistono sulla necessità di una più approfondita definizione del modello di democrazia europea (Frassoni); altri pongono l'attenzione sulla necessità di uscire dall'autoreferenzialità (sia dei movimenti che delle forze politiche) per attivare nuove forme di mobilitazione transnazionali e per costruire uno spazio pubblico europeo (Beni). È certo che senza l'ampliamento dei processi di partecipazione e di democrazia dal basso (Mecozzi) è difficile che l'altra Europa arrivi davvero. Il cantiere proseguirà i suoi lavori: a Capodarco con la Controcernobbio (7-9 settembre) e a Firenze (decennale del Forum Sociale Europeo) a novembre.

 

da il manifesto

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