di Lidia Ravera

Sei italiani su dieci non sono andati in vacanza. Ai quattro che ci sono andati è successo di tutto: dalle compagnie aeree che falliscono mangiandosi il tuo biglietto al gasolio annacquato che, se ti dice bene, ti hanno soltanto derubato, se ti dice male, resti per strada. Quando poi, dopo aver comprato quattro volte il biglietto, dopo aver pagato il pieno della Micra come fosse una Porsche e inghiottito psicofarmaci per reggere lo stress, sono riusciti a raggiungere la agognata meta, è scattata un’altra punizione: il sovrapprezzo.

Siccome, in vacanza, sono soltanto quattro, chi vive delle vacanze degli altri, deve fare, con quattro, il guadagno di otto, così perde due e non sei. I prezzi dei beni superflui, perciò, risultano maggiorati: dal gelato alla pizza, dal pareo alla paperella. Gli esercenti si difendono: una volta stavano al mare un mese, adesso stanno tre giorni, possiamo mica andar falliti. Lo sfruttamento intensivo del turismo residuale sconfina nel furto, ma non importa. I quattro coraggiosi che hanno affrontato il “vuoto” (etimologia della vacanza) nonostante le fosche previsioni per la collezione di disgrazie autunno/inverno, affrontano, con sprezzo del pericolo, l’operazione rientro.

Se non fallisce anche l’Alitalia (in fondo è già quasi successo), se il gasolio non raggiunge il prezzo dello champagne millesimato, sarà un bel sollievo, essere di nuovo a casa. Finché ce l’hai.

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