di Domenico Moro

Il debito pubblico sarà al centro del dibattito per tutta la durata della campagna elettorale. Le soluzioni, quasi sempre, si riducono al taglio della spesa pubblica. Per l’agenda Monti questa è l’unica strada per ridurre i tassi d’interesse sul debito e le tasse. Recentemente su La7, Oscar Giannino, uno dei nuovi politici “saliti” in campo, ha riaffermato la solita vulgata che si spende troppo e che la colpa è della “casta” dei politici.
Peccato che la spesa pubblica italiana, al netto dei tassi d’interesse e compresi gli sprechi e le mazzette della casta, è sempre risultata più bassa di quella media dell ’eurozona e di molti paesi che hanno beneficiato di bassi tassi

d’interesse. Nel 2011, ad esempio, allorché l’Italia vide l’impennata dei tassi d’interesse e dello spread, la spesa pubblica corrispondeva al 45,1% del Pil, mentre quella dell ’eurozona, con l’esclusione dell ’Italia, era del 46,7%. Quella della Finlandia, uno dei Paesi più accaniti contro i Pigs, raggiungeva il 53,4% uguale a quella della Francia, un altro Paese con tassi d’interesse molto più bassi dei nostri.
A chi dice che il problema sta nella massa del debito accumulato negli anni 80, durante i quali il debito passò dal 57,7% al 98%, si può rispondere che anche in questo periodo la spesa era inferiore.
Tra 1983 e 1990 la spesa media italiana fu del 43% mentre in quella che è l’eurozona di oggi fu del 45,8%. Ancora maggiore fu la differenza negli anni ’90. Negli anni 2000 il divario si ridusse, ma la spesa italiana rimase comunque sempre inferiore. La crescita del debito non deriva dalla spesa per la sanità, la scuola, le pensioni, ma da altri fattori. In parte più piccola deriva dall’inadeguatezza del nostro sistema fiscale, che attraverso la perdita di progressività delle imposte dirette ed evasione ed elusione, favorì imprese e più ricchi.
La pressione fiscale tra 1983 e 1990 si mantenne in Italia al di sotto del 40%, mentre nell’eurozona fu sempre superiore al 42%. Ma la principale ragione della crescita del debito complessivo sta nell ’aumento progressivo della spesa per interessi, a fermare la quale non sono valsi né l’aumento successivo della pressione fiscale al di sopra dei livelli medi europei né le politiche di taglio della spesa pubblica. Infatti, la spesa italiana in interessi sul debito passa dal 5,1% sul Pil nel 1980, al 7,4% nell ’83, per arrivare al 9,5% nel 1990 e al 12,1% nel 1993. L’area euro, invece, nel 1980 pagava il 2,1%, nel 1983 il 3,3%, nel 1990 il 3,6%, e nel 1993 il 4,2%, cioè poco meno di un terzo dell’Italia.
La ragione sta nel cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981, a causa del quale la Banca d’Italia non fu più tenuta ad acquistare titoli di stato italiani per tenere sotto controllo i tassi d’i nteresse.
Tale decisione, presa dal ministro Andreatta d’accordo con Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, fu giustificata con l’intenzione di ridurre l’alto tasso d’inflazione, che, secondo loro, dipendeva dalla liquidità immessa nel sistema economico con gli acquisti di titoli. L’importanza del ruolo delle banche centrali sul livello dei tassi d’interesse è confermato oggi dal fatto che la riduzione dei tassi d’interesse odierni va imputata ad un maggiore attivismo della Bce invece che alle politiche restrittive di Monti. I tassi, che dopo il decreto Salva Italia erano risaliti, sono calati solo ad agosto solo l’intervento di Draghi. Tuttavia, l’Italia continua a pagare tassi sui titoli a 10 anni del 4,4%, mentre altri paesi europei, che hanno fondamentali peggiori, come la Francia, pagano appena il 2%. Gli Usa pagano appena l’1,83% e il Giappone addirittura lo 0,76%, meno della stessa Germania che paga l’1,43%.
Eppure gli Usa hanno un debito oltre il 100%, un deficit al 7% e una bilancia dei conti correnti negli ultimi dodici mesi in rosso per 478 miliardi, una enormità, mentre il Giappone ha un debito al 220%, da far impallidire quello italiano. Come è possibile? La ragione è duplice. Primo, in questi paesi la quota del debito detenuta all ’estero è del 38% del Pil negli Usa e del 18% in Giappone., mentre nell’eurozona si va dal 96% della Grecia, al 58% della Francia, al 51% della Germania, al 46% dell ’Italia. Secondo, in questi paesi la Banca centrale interviene con l’acquisto di titoli di stato per tenere bassi gli interessi. Tra 2007 e 2011 la Fed ha raddoppiato i titoli in suo possesso, mentre la BoJ tra 2009 e 2012 è passata dal 7,4% al 10,2% del debito statale. Questo non ha provocato spinte inflattive, anzi in Giappone nel 2012 i prezzi sono calati dello 0,1% e negli Usa sono aumentati del 2,2%, a fronte di un aumento nell’area euro del 2,5%. Con l’ulteriore differenza che in Europa il tasso di disoccupazione è schizzato all ’11,7%, mentre negli Usa è al 7% e in Giappone al 4,2%. La soluzione al debito non passa per le politiche di taglio alla spesa pubblica, ma per la reinternalizzazione del debito e soprattutto per l’abolizione del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Solo la riduzione della dipendenza dai mercati finanziari internazionali e la possibilità della Banca centrale europea e italiana di acquistare debito statale può controllare mercati che per loro natura cambiano repentinamente e violentemente.
Del resto, la Bundesbank, a differenza della Banca d’Italia e in contrasto con quanto predica, interviene più o meno regolarmente nelle aste debito tedesco, comprando i titoli invenduti e contribuendo a mantenerne bassi i tassi d’interesse.

da Pubblico giornale

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