Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che stiamo assistendo a una vera crisi di regime con i partiti tradizionali che hanno ricevuto dalle urne una clamorosa bocciatura in favore del M5S di Beppe Grillo, segno di una caduta verticale di credibilità e consenso che investe tutte le istituzioni della Repubblica. I grillini sono, oggi come oggi, i demolitori del sistema, ma non saranno loro a goderne, ma soggetti individuali e/politici che oggi non è ancora possibile individuare, ma che sposteranno notevolmente adestra l’asse del sistema politico. Non pochi osservatori affermano che l’Italia, in Europa, è quella che più si è americanizzata. Ma delle differenze ci sono, e notevoli: gli USA sono molto più ricchi del nostro paese e non hanno un mezzogiorno preda del dominio di una borghesia mafiosa, piuttosto hanno sacche di povertà a macchia di leopardo; il paese di Obama ha una solida tradizione liberale, l’Italia no; ha, come credo dominante, il protestantesimo, nelle sue varie sfaccettature e non ha il Vaticano; gli USA sono uno stato forte di cui i cittadini hanno paura, come dice una cittadina nordamericanaresidente a Parigi, nel film di Michael Moore, “Sicko”. Quindi la forma di democrazia autoritaria che eventualmente potrà imporsi nel nostro paese sarà molto più pericolosa e intrisa di elementi di fascismo di quanto  sia il sistema politico nordamericano.

 

E’ difficile oggi fare previsioni sul Governo che verrà e sulla durata della legislatura che da qui a pochissimi giorni si inaugurerà. Ci sono molti e legittimi dubbi che il tentativo di Bersani, se verrà investito dal Presidente Napolitano dell’incarico di formare il governo, andrà in porto. Non si può escludere, anche se non mi pare per niente facile, che il Pd voterebbe la fiducia, sempre per il solito senso di responsabilità, a un governo del M5S che intende chiedere che le venga conferito l’incarico investendo su una personalità ancora da scegliere.

I gruppi parlamentari di Grillo sono formati da normali persone tratte dalla società civile la stragrande maggioranza delle quali ha pochissime esperienze politiche. Si dice che questo costituisca la sua forza, ma mi permetto di aggiungere che costituisce anche la sua debolezza. Un governo da loro guidato potrebbe destabilizzare il paese in quanto le loro parole d’ordine sono un mucchio disordinato di idee che vanno dalla destra alla sinistra e dovrebbero fare lo sforzo significativo di ordinarli in un programma di governo che non può limitarsi ad abolire i privilegi della casta. Inoltre gran parte del lavoro si svolge nelle commissioni e se non hai, oltre le competenze, un minimo di intelligenza e intuizione politica, i lupi, cioè i politici di professione, ti sbranano. Mi viene quindi da affermare che più dura la legislatura, maggiori pericoli corre il M5S di coesione e di incappare in difficoltà che le potrebbero fare calare i consensi.

Andiamo a Rifondazione comunista. Non torno ad analizzare le ragioni della sconfitta su cui ampiamente si sono soffermati altri autorevoli compagni tra cui il Segretario Paolo Ferrero. Sono in granparte condivisibili. Vorrei riprendere due questioni che spiegano, a mio parere, le ragioni della nostra irrilevanza per l’elettorato. I nostri errori passati e mi riferisco al nostro appoggio ai governi Prodi, a quello che abbiamo votato, a quello che non abbiamo ostacolato, a quello che abbiamo o non abbiamo ottenuto; a come siamo stati dentro la maggioranza. Si è rovesciato su di noi un grande discredito generatore di una intensa sfiducia nei nostri confronti. A parte i danni che abbiamo combinato: abbiamo votato il pacchetto Treu che ha istituito il lavoro precario nel nostro paese e non abbiamo in alcun modo ostacolato la privatizzazione dell’IRI. Abbiamo, cioè, col nostro consenso, contribuito a modificare strategicamente in peggio l’Italia.

Altra questione: abbiamo una serie di giuste, anzi giustissime, parole d’ordine: no al fiscal compact, no all’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione, no alla manomissione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, no all’art. 8 del decreto legge di Berlusconi dell’agosto 2011, no alla riforma della previdenza della Fornero, no alla Tav Lione-Torino, no al Ponte di Messina, no al Mous, etc. Parole d’ordine giustapposte che non formano un programma organico di governo convincente che possa fare uscire il nostro paese dalla crisi e farle fare passi in avanti. Il nostro, nella migliore dei casi, appare il programma di una forza che decide di stare all’opposizione e di rompere le scatole su temi giustissimi. Ma oggi non basta, la crisi è profonda e ampia: desertificazione industriale, 11,7% della forza lavoro senza occupazione, mille piccole imprese che chiudono ogni giorno, salari, stipendi e pensioni fermi che non ti consentono di arrivare a fine mese, il 38% delle giovani generazioni senza lavoro e futuro, crisi delle banche che nonelargiscono se non col contagocce, prestiti e mutui, un debito pubblico di duemila miliardi al 120% del Pil che intanto si abbassa sempre più. Occorre un programma complessivo che non solo punti a salvare il paese, ma a imprimergli una svolta senza la quale la condanna al declino è inevitabile. E di questo gli elettori, in modo più o meno chiaro, più o meno confuso, sono consapevoli.

Il deficit di programma, che è un problema che ci portiamo dietro da anni, non è casuale o un deficit intellettuale; o per lo meno non è soltanto questo. Deriva dalla mancanza del Progetto. Cioè dell’idea che abbiamo dell’Italia e dell’Europa e di come vorremmo trasformarle. Non può essere un discorso astratto come Ferrando usa fare, con tutto il rispetto. Deve essere elaborato a partire dalle concrete condizioni del proprio paese, dalle sue contraddizioni, dalle sue sofferenze e dalle sue storture e va indicata la strada per superarle.

La mancanza di un Progetto all’interno della sinistra e dei comunisti in particolare viene da tempi lontani. L’ultimo, mi pare, sia stato quello elaborato dal Pci guidato da Palmiro Togliatti.

E’ la denuncia drammatica del fallimento della <rifondazione comunista> che non poteva limitarsi a incollare la parola <comunista> a un simbolo, magari alla falce e martello. La parola <comunista> è ormai un significante privo di significato da quando nel drammatico 1989-1991 il socialismo reale crollò miseramente con conseguenze drammatiche per tutto il pianeta. La rifondazione doveva porsi il problema della rivoluzione in occidente, della transizione dal capitalismo al socialismo, questioni centrali per una teoria politica che andava affrontata non in modo astratto ma rovesciato immediatamente nella praxis della battaglia politica.

Che fare oggi? Intanto un congresso serio e ponderato. E la politica? Non possiamo né dobbiamo fermarci anche perché, come sopra scritto, non è prevedibile se e quando saremo di nuovo chiamati al voto per il Parlamento nazionale. Proviamo allora a dettare una agenda che abbia un minimo di organicità.

Io penso che Emiliano Brancaccio abbia ragione quando definisce l’euro un <morto che cammina>. Questa moneta europea è stato uno strumento formidabile di redistribuzione della ricchezza tra paesi forti e deboli, a favore dei primi e, all’interno dei singoli paesi tra classi possidenti e classi lavoratrici, a favore sempre dei primi ovviamente. Il sottoscritto è andato in pensione con uno stipendio di circa € 1.950 checorrisponde a circa £ 3.950.000. Ora ciascuno di voi si potrà ricordare il tenore di vita di chi aveva un introito di poco meno quattro milioni mensili e di chi, oggi, percepisce l’equivalente in euro. E infatti l’euro non è granché amato. Ma c’è il pericolo concreto che la moneta unica salti in aria a causa delle politiche ultra restrittive imposte dalla Germania e da altri paesi forti. Allora prepariamoci a questa eventualità con un programma che preveda il ritorno della Banca d’Italia sotto lo stretto controllo del Ministero del Tesoro, l’istituzione di una scala mobile per adeguare salari, stipendi e pensioni al costo della vita, la messa sotto controllo dei prezzi di alcunemerci, il parziale blocco della libera circolazione di merci e capitali, lanazionalizzazione di tutte le imprese ex IRI, anche quelle privatizzate prima del primo governo Prodi, Alfa Romeo e Cirio, con i rispettivi stabilimenti e dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, costruito con soldi pubblici. Di conseguenza anche molte banche tornerebbero pubbliche. Niente consigli di amministrazione per il governo di queste imprese con amministratori delegati e presidenti, etc. Saranno poste sotto il controllo di un apposito ministero –chiamiamolo Ministero dell’Industria pubblica- che nominerà dei direttori che saranno responsabili di fronte al Governo che realizzerà una programmazione produttiva sotto, ovviamente il controllo del Parlamento. Alcune di queste imprese sono state chiuse o nettamente ridimensionate nonostante avessero un prestigio internazionale. Dovranno risorgere. Una cosa deve essere chiara: senza produzione il debito pubblico non si abbasserà mai a meno di manovrefinanziarie di lacrime, sangue e mutilazioni. Il ritorno alla produzione per contrastare il declino è assolutamente necessario. Sottolineo che rinascerebbe l’indotto per queste imprese e sarebbe per gran parte privato. Per fare questo, però, dobbiamo battere moneta, quella necessaria per raggiungere gli obiettivi produttivi. Tra la scomparsa dell’euro e quanto sopra si registrerà, quasi sicuramente, un certo tasso di inflazione che da un lato potrebbe colpire salari e stipendi se supera una certa entità, ma dall’altro pesa positivamente sul debito pubblico. Ecco la ragione della scala mobile e del controllo di alcuni prezzi tra cui, sicuramente, la benzina, le tariffe elettriche, dell’acqua, del gas, del telefono.

Si potrebbe elaborare un piano traffico nazionale. E’ inutile e dispendioso che Alitalia (tornata pubblica) eTrenitallia si facciano concorrenza sulla tratta Milano-Roma. Piuttosto va realizzata una sinergia. Vanno modernizzate tutte le tratte ferroviarie secondarie, quelle maggiormente utilizzate dai pendolari e incrementate le vie tranviarie, i metrò, pulmann e bus. In alcune zone d’Italia dove tra cittadine e paesi non vi è quasi soluzione di continuità si potrebbero realizzare metrò extraurbani di superficie per contrastare il trasporto privato su gomma fonte di inquinamento. Va favorito lo spostamento delle merci via rotaia e via mare. In tal modo le industrie pubbliche di materiale rotabile lavorerebbero a mille e anche le acciaierie come i cantieri navali.

Sul piano istituzionale si potrebbe prevedere l’abolizione di Senato e province. L’abolizione del Senato ci consegnerebbe una drastica riduzione del numero dei parlamentari unito a procedimenti legislativi più snelli e rapidi.

All’interno di questo programma resterebbero, illuminate da nuova luce, tutte le nostre parole d’ordine che troverebbero una più logica sistemazione. Mi fermo qui. Risulta chiaro che elaborare un programma economico e politico di rilancio dello sviluppo produttivo nel nostro paese richiede la partecipazione di competenze che oggi ci mancano. Dovremmo realizzare una serie di iniziative pubbliche di riflessione chiamando economisti, ingegneri, fiscalisti, geologi, fisici, etc. In tal modo potremmo conquistarli alla nostra causa, chiamandoli a scrivere e dettare parte della nostra agenda e aiutandoci a elaborare soluzioni e proposte che siano tecnicamente inoppugnabili.

Concludo facendo notare che quanto proposto, se realizzato, sarebbe già di per sé transizione a una società Altra, socialista.

Un socialismo che sarebbe ancora tutto da definire, ma questo e non altro dovrebbe essere il nostro compito teorico epratico. Altrimenti non saremmo comunisti.

Frank Ferlisi
Palermo, 11 marzo 2013

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