121005scioperodi Loris Campetti
Hanno svalorizzato il lavoro, grazie all'impegno sistematico di più governi che si sono passati il testimone. Hanno svalutato i salari e le pensioni, mentre era in atto una riduzione drastica del welfare. Il futuro di ormai ben più di una generazione di giovani è stato sequestrato. Così la crisi e chi la pilota, oggi, «ha la meglio» persino sui bisogni primari delle persone. Automaticamente le conseguenze del disastro vengono scaricate sui poveracci che non hanno né stock option né suv pagati dalla collettività per sopportare le valanghe di neve della Città Eterna. E sembra a troppi persino normale che in queste condizioni si pretenda da chi ancora un lavoro ce l'ha, magari cassintegrato o precario, di rinunciare ai suoi diritti perché oggi come oggi non ce li possiamo permettere. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, persino di De Benedetti che scopre che le promesse di Marchionne erano favole.

Anzi, lui l'ha sempre saputo, ci ha fatto sapere quando l'amministratore delegato Fiat ha tolto la maschera che aveva solo per chi non voleva guardarlo in faccia: peccato che il suo impero editoriale non abbia brillato nello smascheramento della favole e nel sostegno degli operai di Pomigliano e Mirafiori.
Senza investimenti, senza un progetto di politica economica e sociale all'altezza della crisi, il lavoro scompare e l'incertezza domina la vita di decine di milioni di persone. Fiat, Alcoa, Ilva sono solo i titoli del disastro sociale, ambientale e democratico. Dall'isola dei cassintegrati al campanile di San Marco c'è chi tenta di resistere pretendendo un cambiamento delle politiche del governo, non possiamo lasciare soli questi lavoratori.
La manifestazione indetta dalla Cgil e dalla Fiom per il 20 ottobre a Roma dei dipendenti di tutte le aziende in crisi, con la partecipazione di chi non riesce più a vivere con una pensione sterilizzata, è un passo positivo e importante per non lasciare soli i target del montismo, che siano in tuta o in camice, e possiamo aggiungere per non lasciare sola la Fiom che troppo a lungo sola si è trovata, in una lotta durissima contro la filosofia di Marchionne e il marchionnismo dilagante persino tra i candidati alle primarie del Pd e tra troppi sindaci democratici. Piazza San Giovanni è una buona piazza, una piazza che può dare fiducia e rappresentare il primo di una serie di appuntamenti per restituire voce e protagonismo ai lavoratori, ai pensionati, ai precari, ai disoccupati.
L'appuntamento successivo dovrebbe essere lo sciopero generale nazionale, inopportunamente cancellato dall'agenda della Cgil: non si tratta di fare ginnastica, di autoconfermarsi, di agitare bandiere sbiadite ma di togliere il tappo a un paese tramortito e troppo a lungo zittito, ma non ancora piegato alle leggi del dio mercato. Una grande manifestazione in piazza San Giovanni e poi uno sciopero generale per dire che c'è un'altra Italia oltre a quella liberista che ci comanda per interposto governo e oltre a quella dei suv, delle vacanze ai Caraibi, insomma un'altra Italia da quella dei ladroni e dei padroni.
È importante che la Cgil, e non solo la Fiom, abbia deciso di dare un segnale nell'unico paese europeo in cui gli altri sindacati non aderiscono agli scioperi contro il modello economico che uccide lavoro, salari, pensioni e diritti. La Fiom, accerchiata dall'esterno e che qualcuno anche dall'interno vorrebbe far traballare, ha superato due prove importanti nell'arco di sole 48 ore: mercoledì ha eletto una nuova segreteria confermando la fiducia del gruppo dirigente nazionale a Maurizio Landini e alle scelte difficili e radicali di questa stagione e ieri ha raccolto l'ascolto e il consenso degli operai che più di tutti sono sotto l'occhio del ciclone: gli operai dell'Ilva di Taranto, dove pure la Fiom non aveva la maggioranza dei consensi, oggi ascoltano e applaudono Landini che ha «il coraggio» di non scioperare e manifestare insieme al padrone contro la magistratura e ricorda a tutti, in tuta o in veste ministeriale, che chi minaccia il lavoro e attacca la salute è il padrone. Bisogna sapere chi è l'avversario principale e dove si annida. E bisogna riconoscere anche gli altri avversari: il governo Monti e la sua politica economica classista, lo stesso governo assente e ostile chiamato in causa dai lavoratori dell'Alcoa, della Fiat, della Vinyls e di tutte le aziende in crisi. In crisi di lavoro, ma anche di democrazia.
San Giovanni è una prima risposta importante. Aspettando la prossima.

Il Manifesto - 05.10.12

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