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Redazionale

Ecco lo studio dell'Eurostat che ci pone in fondo alla classifica Ue

Basso tasso di occupazione, bassi salari, bassa produttività. È il modello Italia secondo i dati di Eurostat, che è possibile scaricare, in inglese, da qui (link). La povertà delle buste paga italiane è una malattia cronica. La discesa è iniziata negli anni '92-'93, quando la crisi economica...

produsse durissimi blocchi contrattuali nel pubblico impiego come nel settore privato. È continuata negli anni, col modello contrattuale promosso dall'allora governo Ciampi, che costringeva i sindacati a un'impossibile rincorsa dell'inflazione reale, sempre superiore a quella programmata (che faceva da base ai rinnovi contrattuali, vedi la ricerca dell'Ires Cgil http://www.ires.it/node/1382 ). Si è infine ampliata con questa nuova crisi, che ha costretto l'Italia - e con essa, in maniera ancora più decisa, gli altri Paesi della sponda Sud dell'Ue - a manovre durissime sul pubblico impiego e a controriforme del mercato del lavoro. La tesi è ormai nota: recuperare produttività ed esportazioni tagliando il costo del lavoro. La stessa secondo cui indebolire i sindacati, cancellando l'articolo 18, porterebbe un aumento della crescita economica. Peccato che negli ultimi 10 anni, come dimostrano i dati Istat (vedi qui i dati sulla produttività del lavoro in Europa http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=94), le imprese si siano cullate sugli allori del basso costo del lavoro, rinunciando a investire sulla qualità. Accade così che tra il 1998 e il 2008, mentre in Germania la produttività aumentava del 22 per cento, in Italia cresceva solo del tre. La conseguenza? Negli stessi dieci anni in Germania, tra i Paesi europei coi salari più alti, il costo del lavoro per unità di prodotto è sceso, mentre in Italia saliva. Ossia, in Italia i salari crescevano pochissimo, ma più di una produttività stagnate. In Germania le retribuzioni crescevano di più, ma meno della produttività, molto alta. Con salari ben più alti, il Paese guida dell'Europa, è più competitivo dell'Italia delle magre buste paga. Così, con la politica di attacco al lavoro, a impoverirsi non sono stati solo i lavoratori, ma tutto il Paese. Senza "modello Pomigliano" e senza chiudere stabilimenti in Germania, la Volkswagen sta per diventare il primo produttore mondiale di autovetture, ed è stabilmente il primo in Europa. La Fiat che chiude le fabbriche e attacca i diritti, continua a perdere quote di mercato.

Il resto l'ha fatto il sistema fiscale, basato in gran parte sui prelievi automatici sul lavoro dipendente, a copertura di una grave e diffusa evasione fiscale. Ma, secondo i dati Eurostat, il cosiddetto cuneo fiscale italiano non è il più alto d'Europa, ed è sotto il livello di Francia e Germania. Una riduzione delle tasse sul lavoro - come chiedono a gran voce i sindacati - potrebbe ridar fiato alle retribuzioni italiane. Ma potrebbe non bastare a recuperare il terreno perduto nel campo della produttività. La quale non dipende da lavoratori fannulloni o iperprotetti, ma da un mondo dell'impresa che rinuncia agli investimenti e preferisce andare in cerca di rendite sicure.

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