di Luca Tancredi Barone

Il governo di Mariano Rajoy è rimasto solo. Ieri le Cortes spagnole hanno votato il piano di tagli più imponente di tutta la democrazia spagnola: 65 miliardi di euro che il governo del Pp ha dovuto approvare appoggiandosi esclusivamente sulla sua maggioranza. Per la prima volta da quando la destra ha assunto il potere in Spagna lo scorso dicembre, nessun gruppo parlamentare si è prestato a dare copertura politica al governo, neppure i catalani di Convergencia i Unió, al governo regionale con l'appoggio esterno del Partito popolare, che finora avevano quasi sempre appoggiato anche le misure più controverse del governo. Izquierda Unida ha abbandonato l'emiciclo durante il voto per protesta.


Si tratta della seconda manovra finanziaria approvata dal governo in poche settimane, che si aggiunge al taglio di 27miliardi approvato a fine dicembre.
Durante il dibattito di questi giorni, il capo del governo ha ammesso che non piacciono nemmeno a lui le draconiane misure varate dal suo esecutivo, ma si è giustificando dicendo che l'alternativa era fra «un male e un male peggiore». Nella giornata di ieri, che ha visto lo spread spagnolo sfiorare i 590 punti (acquistare un buono del tesoro spagnolo a dieci anni ormai frutta il 7% di interesse), il presidente non ha voluto nemmeno essere presente in parlamento, e a difendere il decretazo è rimasto solo il ministro delle Finanze, Cristobal Montoro, che è arrivato a minacciare la bancarotta dello stato. «Non ci sono più soldi per pagare gli stipendi, dobbiamo decidere di cosa possiamo far a meno», ha ripetuto più volte, con lo spettro Grecia che incombe sempre più minacciosamente. Al leader socialista Alfredo Pérez Rubalcaba che lo attaccava, ha risposto con la solita solfa dell'«eredità ricevuta» dal governo socialista. Da giorni il parlamento è circondato da reti metalliche e da polizia per «proteggere» i sempre più impopolari parlamentari del regno.
Fra le misure più dure, un aumento dell'Iva dal 18 al 21%, con il passaggio di quasi tutti i beni a Iva ridotta al 4% direttamente alla fascia 21% e non a quella semiridotta, al 10% (era all'8%). Non più di un anno fa, Rajoy aveva duramente attaccato il governo socialista che aveva portato l'Iva massima dal 16 al 18%. Ai funzionari pubblici, che comprendono fra gli altri medici, insegnanti, vigili del fuoco, poliziotti, professori universitari e molti dipendenti pubblici, viene tagliato il 7% del salario che corrisponde alla 14esima. Nonostante quanto dichiarato dal governo, la Spagna è uno dei paesi d'Europa, assieme all'Italia, con meno dipendenti pubblici: 1 ogni 15,1 abitanti, contro i 13,7 tedeschi, i 9.8 inglesi e i 9,6 francesi, secondo dati del 2010. Inoltre, fra le misure più criticate, un taglio importante alla cosiddetta «legge di dipendenza», una legge voluta dal precedente governo e che finanzia tutti gli aiuti sociali per le persone e le famiglie in difficoltà per malattia o disabilità, e una diminuzione di 10% della prestazione di disoccupazione a partire dal sesto mese senza lavoro. La misura più populista è il taglio del 30% dei consiglieri comunali, con il risultato di rendere ancora più difficile l'accesso alla rappresentanza politica per i partiti più piccoli. Abolita anche la deduzione per l'acquisto della casa, reintrodotta dal Pp appena sei mesi fa.
«Queste misure equivalgono a gettare benzina sulle piazze», aveva minacciato il segretario di Izquierda Unida Cayo Lara alla presentazione del nuovo pacchetto del governo. E l'incendio sociale, oltre a quelli dovuti ai tagli nelle misure di prevenzione che stanno colpendo i boschi di molte regioni spagnole, rischia di divampare presto.
Dopo i minatori, i vigili del fuoco, i dipendenti pubblici, per ieri sera i sindacati hanno convocato proteste in 80 città spagnole e per l'autunno prevedono un nuovo sciopero generale. Persino fra le forze dell'ordine serpeggia il malcontento perché i tagli non li risparmiano. Iniziano anche a segnalarsi episodi di boicottaggio interno, come il danneggiamento dei pneumatici di 97 vetture della polizia a Madrid.
Se l'appoggio al governo delle forze della polizia inizia a vacillare, la destra con un'abile manovra facilitata dalla sua ampia maggioranza parlamentare, si è impossessata della radio e televisione pubblica. Ha iniziato un'opera di epurazione in pieno stile italico di tutte le voci più critiche, mettendo alla guida dei finora rispettati notiziari pubblici una personalità di provato pedigree pepero. Ma forse non basterà a frenare il malcontento sociale.

 

da il manifesto

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