di Domenico Moro

Fatta la legge trovato l’inganno. Sembrerebbe che neanche il sobrio governo Monti sia riuscito a sottrarsi a questa sorta di regola non scritta. L’opera di risanamento del bilancio statale e di riduzione della spesa da parte del governo prevedeva anche la riduzione dei maxi emolumenti e i doppi incarichi che sono diffusi nella pubblica amministrazione. Con l’articolo 3 del Dpcm del 23 marzo 2012 il governo ha individuato un tetto massimo di 293.658 euro annui per gli emolumenti nella Pa, cifra pari alla retribuzione 2011 del Primo Presidente della Corte di Cassazione. Tuttavia, il governo, in primo luogo, ha permesso che si mantenessero doppi incarichi e doppie retribuzioni, sebbene la retribuzione percepita dall’amministrazione di provenienza venga limitata al 25% dell’importo.

Ma quello che più lascia perplessi è che per il governo: “possono essere previste deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni”.

Si tratta di deroghe importanti visto che il limite di 294mila euro viene sforato di parecchio da non pochi dirigenti statali “apicali”. Inoltre, molti sono quelli che sommano una pluralità di incarichi, spesso all’interno dell’amministrazione o delle partecipate statali. Ad esempio, Attilio Befera, accentra l’incarico di Direttore generale dell’Agenzia delle entrate e di Presidente di Equitalia. Mastropasqua, che nel 2009 ha dichiarato 1,2 milioni di euro, oltre ad essere presidente dell’Inps, siede in una ventina di consigli d’amministrazione di enti e società. Fuori del tetto massimo sono risultati recentemente, tra gli altri, Manganelli, capo della polizia, con un reddito di 621mila euro, Mario Canzio, che dirige la Ragioneria centrale dello Stato, con 562mila euro, Franco Ionta, il capo dell’amministrazione penitenziaria, con 543mila euro, Vincenzo Fortunato, il capo di gabinetto dell’Economia, con 537mila euro, Giovanni Pitruzzella, presidente antitrust, e Borboni, dell’autorità per il gas e l’energia, con 475mila euro, il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, con 387mila euro, Gabrielli, capo delle protezione civile, con 364mila euro. Per capire il peso di tali superstipendi, consideriamo che Pitruzzella da solo vale il 3% dei 16,1 milioni con cui lo Stato finanzia la sua authority.  Tra chi occupa doppi incarichi ci sono circa 300 magistrati. Spesso di tratta di magistrati che hanno incarichi presso il Tar, la Corte dei Conti, o il Consiglio di Stato, e che vengono impiegati temporaneamente presso una commissione parlamentare, un ministero, un’autorithy, o un organismo internazionale. Questi non solo conservano il vecchio stipendio, ma possono anche continuare a fare carriera nell’amministrazione dove non sono più presenti operativamente. Un esempio è Antonio Catricalà, che è da lungo tempo fuori ruolo dal Consiglio di Stato, ed è stato capo gabinetto di vari ministri di governi di opposto orientamento, poi all’Agcom, alla segreteria di Berlusconi fino al 2005, e infine nominato presidente dell’antitrust. Ora, con Monti, è sottosegretario, incarico per il quale percepisce 200mila euro, mentre nel 2010 ha dichiarato complessivamente 740mila euro. Un caso eclatante di doppia carriera è stato Franco Frattini, nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato il 7 ottobre del 2009, proprio mentre era ministro della Repubblica. Anche nel governo Monti, accanto a ministri, come Clini e Profumo, che si sono messi in aspettativa senza retribuzione, ci sono casi di doppio impiego e retribuzione, come quello di Paolo Peluffo, che riceve 53.639 euro come sottosegretario più 130mila euro dalla Corte dei Conti. E casi in cui si riceve un lauto stipendio, continuando a percepire una pensione d’oro. Ad esempio, Antonio Malaschini, sottosegretario per i rapporti col Parlamento che, tra retribuzione odierna e pensione da segretario generale del senato, arriva a 708mila euro e Giampaolo Di Paola, che somma 199mila euro come ministro della Difesa a 314mila euro di pensione provvisoria da Capo di stato maggiore della Difesa. Il vero punto, però, è non solo che l’implementazione del limite di emolumento è minato da deroghe e che si permetta comunque il mantenimento di un doppio ruolo e di un doppio reddito, sebbene uno sia ridotto. Di fatto, l’amministrazione sta facendo quantomeno “melina” sull’applicazione della legge. Fino a pochi giorni fa solo 37 amministrazioni su 80 avevano comunicato a Patroni Griffi i dati richiesti, e comunque è risultato che almeno 18 dirigenti abbiano sforato il limite. Inoltre, la legge presenta alcune ambiguità e anche contraddizioni con la legislazione concorrente, esponendosi ai ricorsi al Tar. Fra l’altro, non è ben chiaro a quali parti della Pa siano estese le limitazioni agli emolumenti. Non sembrerebbero estese ai dirigenti delle società partecipate dallo stato, come la Rai. Il governo è stato molto veloce e drastico sulle pensioni dei lavoratori, sull’aumento dell’Iva, e sulla controriforma del mercato del lavoro e, da ultimo, nel decidere il licenziamento del 10% dei lavoratori pubblici, viceversa sembra mostrare molte più cautele verso l’alta burocrazia. Non a caso il governo, come al solito, si è deciso ad intervenire nell’implementazione della legge solo alla fine di legislatura, con la concreta possibilità che slitti definitivamente. A differenza dei politici, esposti da anni ad una continua pressione mass mediatica, le responsabilità della burocrazia ed il suo ruolo risultano ancora troppo evanescenti agli occhi dell’opinione pubblica. Si tratta di circoli ristretti di uomini che, pur cambiando ruolo, rimangono sempre nelle posizioni che contano. Come ricordava Max Weber, è la burocrazia che, non eletta, inamovibile, depositaria di un sapere tecnico e apparentemente neutrale, controlla la macchina statale. E, aggiungiamo noi, controlla anche i meccanismi della spesa pubblica. Non è un caso che il governo Monti, tecnico e composto di non pochi tecnici dell’alta burocrazia statale, su questo terreno appaia molto più esitante.

 

da Marx 21

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