Torino-header-231421 210x210di Ezio Locatelli* -

A guardare le molte e variegate iniziative messe in campo contro il G7 di Torino potremmo, per certi versi, richiamarci al vecchio detto di Mao “lascia che mille fiori sboccino”. In effetti sono tante le iniziative messe in campo, contro il summit dei potenti della Terra di fine mese, in tema di industria e di lavoro: assemblee, flash mob, volantinaggi, cortei e manifestazioni varie. Di tutto un po’. Segno di una certa vivacità politica e di movimento nella città che fu per decenni riferimento di lotte e conquiste operaie contro il grande padronato, Fiat in testa. Non era per niente scontato il moto di risposta e di resistenza.
Torino è la città italiana che nell’ultimo decennio ha più duramente subito gli effetti dello smantellamento industriale, delle delocalizzazioni, dell’attacco ai diritti e alle condizioni del lavoro. Sono state portate avanti scelte brutali che hanno creato decine di migliaia di nuovi disoccupati, precari e lavoratori in nero, che hanno creato centinaia di migliaia di nuovi poveri costretti a combattere ogni giorno per la propria sopravvivenza, con le difficoltà di fare spesa, di pagare le bollette, l’affitto e quant’altro. Tutto ciò che è stato sottratto alle lavoratrici e ai lavoratori è andato ai profitti e alle rendite.

È la modernità che avanza “nell’epoca dopo Cristo”, metafora cui fece ricorso tempo fa Sergio Marchionne. Per l’amministratore delegato della Fiat, nell’epoca della globalizzazione, i padroni devono avere mani libere di fare ciò che vogliono, di buttare al macero diritti e garanzie sociali vigenti “all’epoca prima di Cristo”.
Una modernità che, oltre a ingenerare una situazione straordinariamente degradata, ha prodotto una caduta di forza e uno sfaldamento del mondo del lavoro. Una caduta che si riflette nella frammentazione delle risposte sociali e politiche. C’è chi pensa, a sinistra, che la risposta al G7, del 99% contro l’1%, si faccia in separata sede con interlocuzioni a senso unico, tutte rivolte a ricostruire il centrosinistra di governo. Paradossale. Così come è sbagliato il pensare che la contestazione al G7 possa dare i suoi frutti con una parodia dello scontro fine a se stesso del tutto inutile e controproducente.
In definitiva, la molteplicità dei movimenti e delle proteste contro il G7 esprime una forza potenzialmente grande ma questa stessa pluralità e dispersione testimonia al tempo stesso di una debolezza, la difficoltà di costruire un blocco egemonico alternativo, di costruire la convergenza nella diversità. Una convergenza tanto più necessaria nel momento in cui i potenti della Terra si ritrovano uniti per dare corso alle loro politiche di distruzione dei diritti e del potere contrattuale del lavoro. Scriveva Luciano Gallino in “la lotta di classe dopo la lotta di classe”: “il problema è che per elevare in misura apprezzabile il pensiero e l’azione politica occorre qualche tipo di dialettica tra le parti contrapposte; contrapposte perché hanno interessi, visioni del mondo, progetti per il futuro fondamentalmente differenti …”. Ecco la sfida che ci sta davanti a partire dalle giornate di mobilitazione contro il G7, in particolare quelle che vedranno la partecipazione di lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, migranti, studenti. A queste giornate Rifondazione Comunista parteciperà a pieno titolo. Abbiamo bisogno di ricostruire senso comune e giustizia sociale. Si deve ricominciare a farlo costruendo un “contro movimento” dal basso che abbia come bersaglio la disoccupazione, la precarietà, lo strapotere della finanza facendo leva sulle lotte, la partecipazione e la solidarietà a partire dai luoghi di lavoro. A Torino può ripartire un cammino di lotta e di speranza. Facciamo in modo che l’occasione non vada perduta.

*segretario provinciale di Torino e membro della segreteria nazionale Prc-Se

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