Siamo a venti anni esatti dall’inizio della restaurazione proprietaria iniziata nel 1993. Allora furono avviati due profondi processi. Da un lato si iniziò la cancellazione delle regole urbanistiche sostenendo che il futuro della città sarebbe stato garantito dagli interventi privati. Dall’altro lato furono cancellate definitivamente le politiche di finanziamento e realizzazione degli alloggi pubblici.  Centodieci anni di ininterrotte politiche finalizzate alla realizzazione del sogno di fornire un’abitazione per le famiglie più povere furono cancellati in un sol colpo sulla base dell’ideologia liberista. Era stato il pensiero conservatore liberale sulla spinta del  nascente movimento operaio di inizio secolo a far approvare nel 1903 dal regio Parlamento la legge di istituzione degli Istituti per le case popolari. Luigi Luzzatti, l’ideatore del corpus legislativo, era un esponente della destra storica, ma aveva la straordinaria sensibilità –era stato anche fondatore e presidente di banca- per comprendere una cosa semplicissima: una parte delle famiglie dei salariati non poteva in base al reddito percepito accedere in alcun modo al bene casa: ero lo Stato, la collettività che se ne doveva fare carico.

Oggi lo Stato non c’è più, né esiste più un senso comune di appartenenza: è solo il mercato economico e finanziario che domina la società. A distanza di centodieci anni siamo tornati culturalmente indietro. Il potere dominante ha  imposto che fossero i privati a risolvere il problema della casa.  Sparisce l’istituzione delle case popolari e nasce il grande imbroglio dell’hausing sociale e di tutte le forme di urbanistica contrattata. Sono passati  venti anni da quella sciagurata china e abbiamo il dovere di  compiere  un bilancio.
L’offensiva neoliberista aveva trionfato sul facile slogan che sarebbero stati i privati a risolvere i problemi urbani. Basta con il pubblico come molti altri settori della vita pubblica. Il periodo della crescita dei valori immobiliari è durato oltre dieci anni, fino al 2005: sembrava davvero che tutti i proprietari di una casa fossero diventati più ricchi. Da sei anni i prezzi degli alloggi periferici sono in forte contrazione: le nostre famiglie stanno diventando più povere e insicure. Si assiste poi ad un altro inedito fenomeno, e cioè la crisi del welfare urbano che ha fin qui rappresentato un solido strumento di riequilibrio sociale.
L’attacco sistematico alle funzioni dello Stato, la riduzione drastica dei bilanci pubblici all’istruzione, alla sanità, alla ricerca e alla cultura sono stati i dogmi della cultura neoliberista che si è affermata a livello mondiale. Sono venti anni che assistiamo alla riduzione del numero e della qualità dei servizi urbani che prima formavano la rete virtuale che sosteneva la parte più debole della popolazione ed era lo strumento più efficace di integrazione sociale.  La sanità è stato il primo settore su cui si è abbattuta la scure dei tagli. Sono stati ridotti posti letto negli ospedali, i presidi di prima assistenza ambulatoriale e l’assistenza domiciliare. I servizi sociali destinati al mondo del disagio sociale sono stati pressoché azzerati.  Il mondo dell’istruzione versa infine in uno stato di profonda crisi. Doposcuola che scompaiono, servizi aggiuntivi che cessano di funzionare, ausili didattici sempre più rari, edifici in stato di manutenzione disastrosa.

Le città sono state il luogo dove storicamente si sono affermati i diritti collettivi e dove sono stati creati i luoghi di esercizio di quei diritti: oggi stiamo assistendo ad una restaurazione che cancella storiche conquiste.  Nel mese di dicembre 2012 i malati di Sla insieme alle loro famiglie sono stati costretti a praticare lo sciopero della fame davanti al Parlamento dopo che il governo Monti aveva tagliato 400 milioni di euro indispensabili per continuare ad avere i servizi di assistenza domiciliare.  Un ultimo esempio della china rovinosa che stiamo percorrendo: Il 30 gennaio 2013 il comune di Napoli avverte la popolazione che per mancanza di risorse non era stato possibile acquistare il carburante e che dunque  gli autobus del trasporto pubblico sarebbero rimasti all’interno dei depositi. La città si blocca: anche il diritto a spostarsi, viene messo oggi in discussione. E ancora, sembra che per risollevare il debito italiano non ci sia altra via di uscita se non quella di mettere in svendita il grande patrimonio immobiliare accumulato nei periodi in cui ancora esisteva la nozione di governo pubblico.  Il neoliberismo sta mettendo a repentaglio la cultura urbana che si era affermata in tanti secoli.

Il bilancio del ventennio neoliberista è dunque chiaro. La proprietà fondiaria e immobiliare ha vissuto una fase di notevole aumento dei valori economici, inedito per intensità e durata. L’altro soggetto delle trasformazioni urbane, quello pubblico, mostra invece il volto vero dell’urbanistica contrattata: tutte le amministrazioni pubbliche italiane versano infatti in uno stato di indebitamento insostenibile, dimostrando che a fronte di una dinamica di accumulazione privata si è messo in moto un processo di impoverimento pubblico.

Roma ha oggi 15 miliardi di debito consolidato in cui sono ricompresi anche i debiti della municipalizzate (Atac e Ama) e quello dovuto alla sottoscrizione dei fondi derivati. Ogni romano ha un debito di circa 6.000 euro ciascuno.  Alessandria, ad esempio, è stata portata al fallimento dal governo monti per un debito di 200 milioni, 2 mila euro per ogni abitante. Si può affermare senza dubbio che  la capitale è alla bancarotta e non viene dichiarata fallita per gli evidenti contraccolpi che ciò comporterebbe. L’urbanistica senza regole ha portato alla bancarotta Torino per la avventura delle Olimpiadi invernali 2006 (3 miliardi) e Parma, culla dell’urbanistica privatistica che oggi ha un debito di 1 miliardo.

E’ dunque indispensabile ripensare la cultura che ha fin qui governato la città. Pur generando disuguaglianze, quel modello era infatti sostenuto da un vasto consenso: posti di lavoro nell’edilizia, nell’indotto e nelle attività commerciali che seguivano la città nella sua crescita. Quel modello distorto era tenuto in piedi da una spesa pubblica robusta. Oggi il meccanismo è rotto per sempre per la crisi epocale che attraversiamo. Non possiamo più contare su risorse infinite per portare i servizi nel territorio delle periferie e, ciò che in prospettiva è più importante, non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la loro qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la  capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati- proprio in virtù dell'alto livello di funzionalità. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità come la periferia romana non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizi delle altre città del mondo.

Per rientrare dal debito e per ristabilire prospettive di futuro c’è dunque una sola via: bloccare qualsiasi ulteriore espansione urbana e razionalizzare la città esistente perché le mutate condizioni generali impongono un cambio di rotta. La prospettiva del blocco di ogni ulteriore espansione urbana diventa l’unica via d’uscita per non vedere aggravarti i mali della città. Vanno pertanto cancellate tutte le nuove edificazioni e i numerosi “grandi progetti” che vengono proposti di continuo al di fuori di qualsiasi coerenza urbana ed economica.  La città è già troppo grande per le ridotte capacità economiche delle’amministrazione pubblica. Deve fermarsi e consolidare i troppi frammenti che sono stati fin qui realizzati. Devono essere avviati solo i progetti di riqualificazione delle periferie esistenti.

Dobbiamo poi ricostruire i luoghi della cultura delle città, scomparsi sotto la scure del “non ci sono risorse”. Cinema, teatri, biblioteche e ogni altra attività sociale è stata cancellata rendendo più soli i cittadini. La furia liberalizzatrice ha lasciato il mercato libero di fare ciò che voleva: al posto dei cinema sono sorti supermercati. Al posto degli artigiani pizzerie mordi e fuggi. Le città stanno morendo e potremo salvarle solo se ripristiniamo il divieto di cambiamento di destinazione d’uso almeno per le funzioni culturali.

Un futuro per le città potrà infine essere garantito dall’uso pubblico del patrimonio immobiliare dello Stato che si vorrebbe invece svendere. Anche qui le alternative sono chiare: vendere per “valorizzare” comporterà un’ulteriore immissione di alloggi sul mercato già saturo. Se invece ci fosse un programma di lungo periodo che metta al centro del futuro della città proprio quel patrimonio prezioso, destinandolo ad attività produttive e di ricerca innovativa per imprese formate da giovani –prevedendo le opportune forme di sgravi fiscali per il periodo di avvio delle attività- si potrebbe delineare un nuovo orizzonte per l’Italia. Le possibilità di uscita da una crisi economica così profonda impone il coraggio di guardare al futuro, investire risorse nel futuro delle giovani generazioni.

Paolo Berdini

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