L'assemblea nazionale di Rifondazione Comunista rilancia la sfida di rimettere al centro dell’agenda politica il welfare. Ferraro (Prc): ''Il rischio principale è la chiusura dei servizi, con le relative derive caritatevoli e privatistiche''

NAPOLI – Riparte da Napoli la sfida per rimettere al centro dell’agenda politica il welfare. A lanciarla è l’assemblea nazionale promossa da Rifondazione Comunista nel capoluogo campano “Welfare nella crisi, welfare contro la crisi. Rilanciamo i servizi pubblici locali”. Al centro dell’incontro – cui hanno partecipato, tra gli altri, il delegato ANCI al welfare nonché sindaco di Lodi Lorenzo Guerini, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, l’assessore alle Politiche sociali del comune di Napoli Sergio D’Angelo, l’economista Angelo Marano – il quadro drammatico che sta vivendo in questo momento il welfare state nel nostro Paese a causa dei tagli selvaggi a fondi e trasferimenti, e l’acuirsi delle differenze tra Nord e Sud in termini di spesa sociale.

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Mercoledì 28 marzo a Napoli si terrà l'assemblea nazionale "WELFARE NELLA CRISI, WELFARE CONTRO LA CRISI", a cui parteciperanno rappresentanti di Enti Locali, Politica, Terzo Settore, Sindacati, lavoratrici e lavoratori sociali, cittadine e cittadini. L'assemblea è promossa dal Partito della Rifondazione Comunista e vuole essere l'occasione per affrontare il tema delle politiche del welfare locale, partendo dalla drammatica situazione che vivono i servizi territoriali a causa di tagli selvaggi a fondi e trasferimenti, che rischiano di determinarne la chiusura con derive caritatevoli e privatistiche,arrivando a rilanciare un modello condiviso di welfare pubblico universalistico, capace di rispondere efficacemente ai bisogni vecchi e nuovi della cittadinanza.


L'assemblea del 28 marzo vuole essere un momento di confronto su questi temi e l'occasione di far nascere un coro di voci che dia forza ad una battaglia locale e nazionale per rendere esigibili diritti costituzionali, come quelli all'assistenza, all'inclusione sociale e lavorativa, alla dignità della persona. Una battaglia che chiede di rivedere il patto stabilità interno dei comuni, di fermare la modifica dell'articolo 81 della Costituzione (vincolo di pareggio di bilancio), di definire livelli essenziali di assistenza sociale, di ripristinare i fondi sul sociale. Su questi punti un'alleanza tra politica, istituzioni, sindacati e associazioni è possibile e soprattutto necessaria.

 

Un welfare state forte è utile nella crisi, ma è utile anche per uscirne perché contribuisce ad uno sviluppo economico e occupazionale sostenibile.

 

Vi invitiamo a partecipare numerosi e a diffondere ai vostri contatti l'evento.

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Un folto gruppo di persone con disabilità questa mattina ha protestato davanti montecitorio per dire «no allo sterminio dei diritti dei disabili» e chiedere al governo di fare marcia indietro. Con cartelli al collo («Fate la carità», «Fermiamo lo sterminio dei diritti sociali») e indossando magliette con il codice a barre e un numero che «rimandano allo sterminio dei disabili della Seconda guerra mondiale» i manifestanti stanno intonando cori chiedendo «indennità» e «parità». «Abbiamo aperto la manifestazione permanente dei disabili contro un disegno del governo che ci porterebbe indietro di 50 anni», ha detto il coordinatore del Movimento, Michele Lastilla, chiedendo che venga «stralciato l'articolo 5 del Salva Italia nella parte relativa ai disabili, per evitare che il calcolo dell'Isee rimanga legato al reddito personale del disabile, che l'indennità di accompagnamento venga concessa al solo titolo della minorazione, che le provvidenze relative alla disabilità siano tenute fuori dall'Isee». Una delegazione ha incontrato questa mattina il presidente della Camera, Gianfranco Fini, mentre due rappresentanti sono stati ricevuti dal sottosegretario al Welfare, Maria Cecilia Guerra, alla quale hanno presentato le loro richieste. 


Alla manifestazione ha partecipato anche Rifondazione Comunista, rappresentata dal suo responsabile nazionale alle Politiche sociali, Antonio Ferraro: «Questa mattina abbiamo partecipato alla manifestazione delle persone con disabilità davanti montecitorio contro il governo Monti, che vergognosamente sta massacrando il sistema di welfare italiano, mettendo a rischio servizi e prestazioni sociali per milioni di cittadini. Siamo al loro fianco in questa battaglia per i diritti e la dignità della persona, a partire dal rifinanziamento dei fondi sul sociale, tagliati negli ultimi anni di oltre due miliardi di euro, dall'eliminazione dei tagli ai trasferimenti agli enti locali, dal ritiro della preoccupante riforma dell'Isee che mette in pericolo diritti e prestazioni sociali costituzionalmente garantiti, come l'indennità di accompagnamento e gli assegni di invalidità».

Il Governo Monti ha ufficialmente detto 'no' alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020. Un 'no' sofferto che ha lasciato delusi i sostenitori del grande evento, da Alemanno a Zingaretti, che hanno spinto fino all'ultimo perché l'esecutivo si impegnasse a tenere viva la candidatura italiana. Un 'no' obbligato visto che i costi per Roma 2020, stimati in oltre 8 miliardi di euro, sarebbero dovuti essere garantiti dalle finanze dello Stato nonostante i tentativi da parte dei promotori di dimostrare che gli investimenti del privato avrebbero coperto gran parte dei costi. Inoltre, sul tavolo i sostenitori hanno messo anche la carta dello sviluppo economico e occupazionale che un appuntamento così importante avrebbe potuto incentivare. Ma la storia recente, e anche quella più remota, dimostra che i grandi eventi non solo sono stati caratterizzati da uno sperpero di ingenti risorse pubbliche, ma anche da gestioni clientelari, a volte criminali, ai danni della cittadinanza, dell'ambiente e del paesaggio. A guadagnarci sono stati sempre speculatori e costruttori, amici degli amici che con la complicità dei politici di turno riempivano il grande evento solo di cemento per impianti costosi e inutili.

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di Daniele Nalbone (Liberazione del 24 giugno 2011)

Troppo piccola, piazza Montecitorio, per contenere tutta la rabbia del terzo settore. Nonostante 14 manifestazioni in contemporanea nelle maggiori città italiane, sono oltre quattromila le persone giunte a Roma da tutto il paese per protestare contro i tagli del governo alle politiche sociali. Persone con disabilità, volontari, operatori sociali, insieme, perché, come spiega Lucio Babolin, portavoce della campagna “I diritti alzano la voce”, «dinanzi a questa situazione non si può restare passivi. Bisogna mobilitarsi. E oggi lo abbiamo fatto, andando oltre ogni più rosea aspettativa». Chiara la piattaforma-appello dal titolo deciso: «Basta tagli, ora diritti. Sussidiarietà, non scaricabarile». Le decine di sigle che hanno dato vita al forum del Terzo Settore puntano il dito contro i tagli massicci di questo governo alla spesa pubblica, «riducendo e talvolta azzerando le risorse per il sociale». A fornire alcuni numeri è Pietro Barbieri della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap: «nel 2008 i fondi nazionali per le politiche sociali erano oltre i 2,5 miliardi. Oggi, anno 2011, ammontano ad appena 538 milioni, l’80% in meno». Numeri che, tradotti, «significano diritti negati, chiusure di servizi e, per i tantissimi volontari e operatori sociali presenti sotto al Parlamento, disoccupazione». Chiare le richieste portate ieri in piazza e che hanno incassato l’appoggio del Partito Democratico, dell’Udc, dell’Idv, della Federazione della Sinistra: in primis, come previsto dall’art. 117 della Costituzione, “la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. Quindi, un forte investimento nelle politiche sociali, una reale e concreta applicazione del principio di sussidiarietà, previsto dall’art.118 della Costituzione, che dia effettivo riconoscimento di pari dignitià alle organizzazioni della società civile. E ancora: sostegno al reddito, ripristino e potenziamento del fondo per le non autosufficienze, rilancio del Servizio Civile Nazionale. «Per far questo» ci spiega Antonio Ferraro, responsabile nazionale Politiche sociali Prc-Fds «è importante che il Terzo settore continui a resistere, a non credere alle false promesse del ministro di turno: non ci si può fidare di chi gioca con la vita delle persone e per questo va contrapposta un’opposizione forte, dentro e fuori il parlamento, in grado di costruire una proposta alternativa di welfare, basato sulla definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale e la relativa copertura finanziaria per rendere esigibili i diritti su tutto il territorio nazionale». Dello stesso avviso anche Paolo Beni, presidente nazionale dell’Arci, per il quale «è arrivato il momento di redistribuire la ricchezza dall’altro verso il basso, tassando le rendite finanziarie. È inaccettabile, per un paese democratico, vedere Montecitorio piena di gente non abituata a scendere in piazza ma che è stata costretta da un Governo che ha fatto precipitare l’Italia in una gravissima emergenza sociale, facendo pagare i costi della crisi alle fasce più deboli della popolazione». In fondo, come recitano gli striscioni portati in piazza da disabili, volontari, lavoratori del terzo settore, «I diritti non sono privilegi» e «Chi nega i diritti cancella le persone». Persone che, ieri, hanno dimostrato di essere «stufe» conclude Lucio Babolin: «stanche di vedere i propri diritti neppure presi in considerazione dalle istituzioni. Per questo, dopo il successo della manifestazione di oggi (ieri, ndr), continueremo a tallonare la politica in tutti i passaggi fondamentali che ha davanti il paese, a partire dalla manovra finanziaria».

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