Toni trionfalistici del governo, grande enfasi della stampa, benevola accoglienza, con poche critiche, dalla maggior parte dei sindacati; questo il clima che ha accompagnato il varo del Decreto legge sulla scuola. L'analisi puntuale del Decreto e della relativa Relazione tecnica fa emergere una realtà ben diversa. A cominciare dagli investimenti, circa 300 milioni diluiti in tre anni, una goccia nel mare dei tagli fin qui operati, la maggior parte diluita in tanti microscopici interventi, spesso episodici, che non influiranno sui problemi strutturali, fino ad arrivare alla beffa riservata al personale inidoneo per motivi di salute, passando per l'aggiornamento obbligatorio punitivo legato ai risultati degli squalificati test INVALSI. Il tutto assumendo a riferimento la legge 133, madre dei tagli più feroci e delle controriforme, che ne esce confermata e rafforzata.

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Che il governo avesse intenzione di giocarsi una carta ad effetto era chiaro fin dalla scelta di collocare il Consiglio dei Ministri che si doveva occuparsi di scuola nel giorno di inizio delle lezioni del nuovo anno scolastico. L'occasione in cui la stampa - di solito distratta, superficiale e disinformata sui fatti che riguardano questo delicato settore - sembra ricordarsi dell'esistenza di milioni di studenti e di centinaia di migliaia di insegnanti, era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Ed ecco servita una bella dose di propaganda, nel tentativo di dimostrare che questo governo intenderebbe cambiare di segno le politiche scolastiche.

Ma se, dietro la cortina fumogena degli annunci, si guarda alla sostanza dei provvedimenti varati ci si può accorgere dell'enorme distanza che separa le misure adottate dai reali bisogni della scuola italiana.

Cominciamo dallo stanziamento economico, 400 milioni in tre anni. È appena il caso di ricordare che a partire dalla legge 133 del 2008, passando per i vari decreti del governo Monti, alla scuola sono stati sottratti negli ultimi cinque anni quasi 10 miliardi. Alla scuola pubblica, beninteso, ché di togliere qualcosa alle scuole private, neanche a parlarne. Una cifra enorme, di fronte alla quale l'investimento promesso appare come una goccia nel mare. Altro che inversione di tendenza!

Del resto, stando alle anticipazioni lasciate filtrare alla vigilia della riunione del consiglio dei Ministri, proprio la legge 133 dovrebbe costituire il quadro di riferimento di questi interventi (come affidare all'affilatura della lama del boia la salvezza del condannato a morte...).

È la stessa legge che ha fatto da premessa, e da cornice, alla controriforma classista della Gelmini che, dunque, non solo non viene messa in discussione ma ne esce ulteriormente consolidata. Esattamente il contrario di quanto in questi anni hanno richiesto a gran voce i movimenti che hanno invaso le piazze per protestare contro quelle riforme e chiederne l'abrogazione.

Non va meglio sul fronte del precariato. La prospettiva di stabilizzare l'organico di sostegno e, di conseguenza, di assumere in ruolo 26.000 insegnanti di sostegno, è senza dubbio positiva. Si tratta del rispetto tanto di un elementare principio di civiltà che da anni contraddistingue il sistema scolastico italiano quanto dei diritti degli alunni con disabilità, troppe volte contraddetti o negati. Ma per tutti gli altri insegnanti c'è ben poco, lo sbandierato piano di assunzioni non va oltre il ripristino del turn-over previsto per i prossimi tre anni.

Ciò vuol dire che per decine di migliaia di precari, che ogni anno scolastico devono essere assunti con contratto annuale per coprire le cattedre prive di titolare e garantire il funzionamento delle scuole, si preannuncia una conferma della loro condizione di precarietà. Per loro, l'unica stabiltià che si prevede e quella di essere “stabilmente precari”.

Quanto agli ATA, che aspettino. Da un lato, lo stesso Letta ammette che c'è una grave carenza di questo personale, dall'altro si annuncia che le assunzioni – o meglio. I bandi delle assunzioni – ci siano a gennaio. Nel frattempo, che le scuole si arrangino.

Per tutto il resto siamo veramente alle briciole. Come gli 8 milioni per i libri di testo o i 15 milioni per il “welfare scolastico”, una piccolissima parte di quanto sulle stesse voci è stato tagliato negli ultimi anni.

E, infine, come sempre, tutto sotto la tutela occhiuta del Ministero dell'economia, l'attentissimo garante del rispetto dei diktat europei senza il cui consenso non si potrà operare.

Aspettiamo di leggere il testo ufficiale del decreto per una analisi più puntuale, non vorremmo scoprire tra le pieghe di qualche comma, come spesso è accaduto, qualche sgradita sorpresa. Nel frattempo continuiamo a lavorare perché si pongano all'ordine del giorno dell'agenda politica i tanti problemi che affliggono la scuola pubblica, su tutti la controriforma Gelmini da abrogare al più presto.

Vito Meloni

Liberazione, 9 settembre 2013

 

 

Mancano pochi giorni all'inizio del nuovo anno scolastico e, come ormai accade da troppo tempo, la scuola si ritrova davanti i problemi di sempre senza che all'orizzonte della politica istituzionale si intraveda nulla che possa modificarli. Non una virgola delle pagine tristi scritte dalla Gelmini - e sottolineate prima da Profumo e ora dalla Carrozza - è stata modificata. Anzi, ai tagli e ai provvedimenti regressivi varati nel recentissimo passato si aggiungono nuove mortificazioni. È il caso delle nomine dei precari, in atto proprio in queste ore negli uffici scolastici. Ai proclami della ministra sulla stabilizzazione dei precari come priorità del governo, ha fatto seguito l'amara realtà di sole 11.268 immissioni in ruolo di docenti e, finora, neanche una per il personale ausiliario tecnico ed amministrativo. È la quota più bassa degli ultimi anni, perfino inferiore a quanto previsto dal precedente governo che, certo, quanto ad accanimento contro la scuola e i suoi lavoratori non scherzava. Facciamo due conti: il decreto con il quale il ministro Profumo ha indetto, tra mille giustissime contestazioni, il “suo” concorso metteva a bando per questo anno scolastico 7.351 posti, degli 11.542 distribuiti in due anni. Poiché, per legge, le immissioni in ruolo devono essere fatte in misura uguale dal concorso e dalle graduatorie ad esaurimento, il totale delle assunzioni avrebbe dovuto essere di 14.702 posti. All'appello mancano dunque 4.500 cattedre. un'autentica beffa! Di fronte alle contestazioni dei precari del Coordinamento Precari Scuola, la Carrozza si è difesa scaricando la colpa sul calo dei pensionamenti dovuto alla riforma Fornero. Ma nulla ha saputo rispondere sulle decine di migliaia di cattedre che anche quest'anno verranno affidate a contratti annuali. Cattedre sulle quali sarebbe possibile assumere a tempo indeterminato praticamente a costo zero, garantendo, oltre ai diritti dei precari. stabilità agli organici e indubbi benefici alla qualità del sistema scolastico. Ma la scuola pubblica non è l'IMU, non sta esattamente nelle corde del Cavaliere, inutile sperare che questo governo se ne occupi seriamente.

Non va meglio neanche sugli altri fronti. Il blocco degli organici, congelati alla consistenza di tre anni fa malgrado l'aumento di quasi centomila alunni, produrrà classi sempre più affollate nelle quali esercitare una didattica efficace sarà sempre più difficile. Intanto il governo si appresta ad aumentare gli impegni di docenti e ATA. Sempre a costo zero, dal momento che il rinnovo contrattuale è stato fatto slittare di un altro anno. E si riaffaccia pure, sottobanco, magari con la compiacenza di qualche sindacato, l'ipotesi di aumentare l'orario di lezione dei docenti.

Insomma, dopo gli anni orribili appena trascorsi, il panorama si presenta sempre a tinte fosche.

C'è però, tra tante notizie negative, il segnale che il mondo della scuola non è rassegnato e non è disponibile a subire passivamente gli eventi. Già dai primi giorni di settembre sono in calendario iniziative e manifestazioni, a cominciare dai presidi dei precari e dalla mobilitazione delle organizzazioni di UdS e Rete degli studenti contro i finanziamenti alle scuole private.

Una giusta ripresa di attenzione, quella degli studenti, su un tema che il referendum di Bologna ha dimostrato essere caro alla gran parte dei cittadini democratici. Un tema che merita di essere preso in carico anche da chi la scuola non la vive direttamente, nel quadro della più ampia battaglia della difesa intransigente della nostra Costituzione contro i tentativi di una sua grave manomissione, a sanzione dello stravolgimento di cui finora è stata oggetto.

Anche sul fronte sindacale la situazione è in fermento, con la conferma dello sciopero del 18 ottobre del sindacalismo di base, capace finalmente di superare le vecchie divisioni.

C'è da sperare, a questo punto, che anche la FLC rompa gli indugi e faccia seguire alle nette critiche sull'operato del ministro e del governo una decisa iniziativa di lotta. Sarebbe un segnale importante che non solo darebbe fiducia agli insegnanti e agli ATA ma contagerebbe positivamente anche altri settori del mondo del lavoro. A partire dalla scuola si può aprire una stagione di conflitti che metta al centro gli interessi, i diritti e le condizioni dei lavoratori, spingendo la CGIL fuori dall'immobilismo in cui si è auto-condannata. Se non ora quando?

Vito Meloni

Liberazione, 31 agpsto 2013

 

Che cosa sta succedendo a Bari?
Quando si parla di privatizzazione della scuola, nel senso comune si pensa spesso ad una posizione puramente “ideologica”, cioè necessariamente fuorviante e stantia, roba da secolo scorso.
In realtà è cosa terribilmente concreta, che sta avvenendo inesorabilmente da decenni, nell’indifferenza del dibattito pubblico, che se ne occupa saltuariamente, in modo rituale e superficiale.
La privatizzazione della scuola pubblica avviene su vari piani:
• sovvenzionando direttamente e lautamente le scuole private;
• impoverendo e indebolendo le scuole pubbliche;
• introducendovi elementi strutturali e organizzativi aziendalistici.
Sul primo punto, vale la pena di ricordare che i contributi alle scuole private sono espressamente esclusi dalla Costituzione, eppure essi vengono generosamente elargiti, anche grazie alla copertura normativa della Legge di Parità, la n° 62 del 2000 (governo Dalema), che prevede anche altri privilegi, come la possibilità per le scuole private paritarie di avvalersi di prestazioni volontarie e di fruire di agevolazioni fiscali.
Sul secondo punto, è sotto gli occhi di tutti la situazione di deprivazione delle nostre scuole, il degrado degli edifici, la difficoltà delle scuole pubbliche, statali e comunali, a far quadrare i conti per fronteggiare le minime necessità ordinarie, con la conseguenza che lo scarto viene riempito dai contributi sempre meno “volontari” delle famiglie.
Il terzo piano è il più subdolo e pericoloso: le scuole sono diventate strutture fra loro concorrenti, a caccia di studenti, in affanno per sopravvivere alla mannaia dei tagli, delle soppressioni e degli accorpamenti; i collegi dei docenti e i consigli d’istituto sono ridotti a organi di ratifica privi di capacità d’iniziativa; le classi vengono “riempite” di alunni/e, mentre diminuiscono i docenti e gli operatori, divisi fra una minoranza “eletta”, che accede agli spiccioli di salario aggiuntivo, e una maggioranza di precarizzati e sottopagati; all’orizzonte un dibattito culturale e politico asfittico, che non li coinvolge e anzi li demotiva e li umilia, fatto di “prove a crocetta” e di procedure ottuse.
I danni culturali sono incalcolabili, persino più gravi di quelli economici: per questi basterebbe mettere in conto degli stanziamenti di risorse ed una piano di assunzioni (dagli F35 alle scuole, per esempio); invece, ricostruire il tessuto pedagogico e culturale del sistema d’istruzione richiede molto di più.
Da dove ricominciare?
Il referendum di Bologna contro il finanziamento alle scuole private ci può dare un segnale.
E’ nei territori, sulle famiglie, sui ragazzi/e e sui lavoratori/ici che si scaricano i danni; è dai territori che si può ripartire.
A Bari, oltre alle conseguenze dei tagli ministeriali, si sta manifestando un inquietante atteggiamento da parte dell’Amministrazione Comunale e del Sindaco Emiliano, nel considerare le scuole pubbliche della città come contenitori a destinazione variabile.
E’ di questi giorni il dibattito giornalistico sulla “San Nicola”, una scuola storica del borgo antico, vero e proprio presidio di legalità in un quartiere molto problematico e contradditorio, in cui convivono le famiglie disagiate di sempre con i recenti insediamenti della borghesia “progressista” della città, “in grado di apprezzare” la bellezza architettonica di un borgo rivalutato. Come è stato possibile concepire l’idea di disfarsi della scuola e accettare la richiesta dei padri domenicani della Basilica di San Nicola, di farne il loro museo all’interno del progetto della “cittadella nicolaiana”? Non è questa una forma di privatizzazione? Giustamente la comunità della scuola, che ha prodotto e produce esperienze di eccellenza didattica, non accetta questa ipotesi; giustamente l’assessore e buona parte dei cittadini di Bari si oppongono alla destinazione ad altri fini degli edifici scolastici. Oggi si apprende che il progetto è stato ridimensionato e che la nuova delibera prevede la cessione parziale dell’edificio, per allocarvi solo l’altare d’argento, e che si istituirà un tavolo tecnico per verificare la fattibilità tecnica dell’operazione. Si può trattare con tanta disinvoltura una questione così delicata?
Questa vicenda ne richiama un’altra, quella della scuola statale “Mazzini”, nel pieno centro della città: qui la scuola aveva chiesto, in modo da ampliare le proprie attività, la restituzione di alcuni locali ceduti in passato alla contigua parrocchia. Anche in questo caso sembra prevalere la volontà dell’Amministrazione Comunale di assecondare le richieste della parrocchia piuttosto che quelle della scuola, come ci si aspetterebbe. Anche qui è in atto una mobilitazione dei genitori e dei docenti.
L’anno scorso era la scuola “Carlo del Prete” ad essere a rischio chiusura, con l’ipotesi di trasferimento in altre scuole delle centinaia di bambini e bambine che la frequentano. Motivo: l’edificio non è riempito di classi e sezioni, quindi meglio destinarlo ad altro, magari agli uffici della Circoscrizione. Un’ipotesi estiva, data per scontata alla ripresa delle attività, una doccia fredda su famiglie e docenti. Anche in questo caso vi è stata una spontanea e creativa mobilitazione: feste, spettacoli e laboratori gratuiti, animati da mamme generose, ex alunni, maestre e operatori teatrali, a difesa di questa scuola storica di Carrassi, il quartiere popolare e popoloso della città che la ospita dagli anni venti.
Sia per la “San Nicola” che per la “Carlo Del Prete”, si crea un clima di incertezza e di precarietà, alimentato da pregiudizi e dicerie, che generano smarrimento ed esodo verso altri istituti, considerati più stabili e appetibili. Ma questa è conseguenza e non causa della volontà di dismissione.
Non è compito dell’ente pubblico valorizzare tutte le scuole del proprio territorio, riequilibrando risorse e orientando con politiche attive il flusso delle iscrizioni? Non è compito dell’ente pubblico tutelare e riqualificare le scuole su cui ha competenza diretta, considerando gli spazi resisi disponibili come luoghi da progettare per l’infanzia piuttosto che “vuoti a perdere”?
Si potrebbe cominciare dai fondi che il Comune assegna ogni anno alle scuole private, come chiede il comitato “Art. 33, per il rilancio della scuola pubblica”, che in questi giorni si sta costituendo a Bari, come in tante città italiane.
Perché la scuola pubblica, laica e pluralista, è un’altra cosa.


Tonia Guerra - PRC Puglia

Liberazione, 17/06/2013

Per chi, come noi del PRC, si è sempre battuto per la difesa della scuola pubblica e per il rispetto della nostra bistrattata Costituzione, il risultato del referendum di Bologna è motivo di grande soddisfazione per più di una ragione. Innanzitutto per il dato in sé: chiamati a pronunciarsi sulla destinazione dei soldi pubblici - alla scuola dell'infanzia pubblica o a quella privata, nella quasi totalità confessionale – i cittadini bolognesi hanno dato una risposta netta ed inequivocabile, pronunciandosi al 60% contro i finanziamenti alle scuole private.

Non era per nulla scontato. A sostenere le ragioni, e gli interessi, delle scuole private c'era un formidabile schieramento, dal sindaco Merola a tutto il PD, passando per Confindustria, la Curia, il Cardinal Bagnasco, il PdL, la Lega Nord e Scelta Civica. Con l'aggiunta negli ultimi giorni della neo-ministra della Pubblica Istruzione, Carrozza, evidentemente dimentica che poche settimane prima aveva giurato sulla Costituzione (ammesso che l'abbia mai letta...).

Uno schieramento che durante la campagna referendaria aveva dispiegato tutta la sua potenza di fuoco, non esitando nemmeno a ricorrere alla menzogna, come quella che paventava l'espulsione di ben 400 bambini dalle scuole dell'infanzia in caso di affermazione dell'opzione “A”. E che oggi è impegnato a minimizzare la portata del risultato con i più svariati pretesti, primo fra tutti quello della scarsa partecipazione. C'è perfino chi, come il deputato del PD Edoardo Patriarca, arriva a ribaltare l'esito del referendum, sostenendo che solo il 15% (il dato corretto è 17%) dell'intero corpo elettorale, dunque una esigua minoranza, si sarebbe pronunciato per l'opzione “A” e che “i bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta”. Ragionamento bizzarro, che non mette in conto che, applicando questo singolare metodo di calcolo, l'altra opzione è stata scelta da una minoranza di gran lunga più esigua, appena l'11%!

In realtà, il fatto che in tempi di astensionismo dilagante il 30% dei bolognesi sia andato a votare in un referendum consultivo che, è bene ricordarlo, non prevede il raggiungimento del quorum per essere valido, non va sottovalutato. Soprattutto alla luce dei molti ostacoli che, con lucida determinazione, sono stati frapposti alla partecipazione. A cominciare dall'azione del sindaco Merola che ha pervicacemente negato l'abbinamento della consultazione referendaria con le elezioni politiche, come richiesto dal comitato promotore. Una sorta di election day su scala locale che avrebbe fatto risparmiare quattrini, giusto per restare in tema di risorse economiche, e che avrebbe sicuramente favorito una partecipazione ben più ampia. Ma forse era proprio questa che si temeva, visto che erano state raccolte ben 13.000 firme in soli tre mesi per la presentazione dei quesiti. Per dare un'idea delle proporzioni, è come se per un referendum nazionale si raccogliessero due milioni e mezzo di firme! Numeri assolutamente significativi, tanto più in un Paese in cui l'opinione di poche centinaia di persone raccolta attraverso un sondaggio può perfino decidere le sorti di un governo...

Ora l'impegno di quanti hanno contribuito al raggiungimento di questo straordinario risultato deve proseguire, per fare in modo che la volontà dei cittadini venga rispettata, vigilando sulle possibili furbizie di chi, come il sindaco Merola, si propone addiritttura di “conciliare i due schieramenti”!

In ogni caso, al di la delle cifre, il referendum di Bologna ci consegna un chiaro dato politico: quando i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su quelli che vengono definiti “beni comuni”, come è stato per l'acqua, oppure a rivendicare le garanzie per l'esercizio di un diritto universale costituzionalmente garantito, come nel caso di Bologna, la risposta è chiara ed univoca.

Che questo avvenga proprio nella città e nella regione che sono state le avanguardie nella rottura dell'argine costituzionale che impediva, e ancora dovrebbe impedire, i finanziamenti pubblici alle scuole private - il “senza oneri per lo stato” dell'articolo 33 - rende questo risultato ancora più significativo. È a Bologna, infatti, che, già a metà degli anni '90, si adotta la convenzione che garantisce il finanziamento alle scuole dell'infanzia private. È da lì che è partita l'offensiva politico-culturale che porterà dopo pochi anni alla Legge di parità, sotto il cui ombrello il finanziamento alle scuole private assumerà negli anni successivi e fino ai nostri giorni dimensioni sempre più consistenti.

Non solo i 530 milioni di euro del bilancio statale ricordati pochi giorni fa dalla ministra Carrozza che, con incredibile leggerezza, li ha definiti una piccola somma a confronto di quanto lo Stato spende per la scuola pubblica. É un flusso che passa attraverso mille rivoli, a tutti i livelli, dalle Regioni alle Provincie, fino ad arrivare al più piccolo dei Comuni, a volte con provvedimenti espliciti, altre in forme sotterranee. Basti pensare al sistema scolastico della Provincia di Trento, quello che l'ex ministro Fioroni considerava un modello da esportare, nel quale, con il pretesto dell'autonomia, i finanziamenti possono coprire anche le spese per arredi e strutture, quasi che quello fosse un territorio affrancato dal dovere di rispettare la Costituzione Italiana. O al finanziamento alle “sezioni primavera” - maldestro tentativo di correggere gli anticipi nelle iscrizioni alla scuola dell'infanzia introdotti dalla riforma Moratti - gestiti dalle Regioni e assorbiti per oltre il 90% dalle scuole private, tanto per cambiare nella quasi totalità confessionali.

Il risultato del referendum di Bologna segna una netta inversione di tendenza.

Sta alle forze della sinistra, quella vera, ai movimenti, alle associazioni, ai tanti cittadini che hanno a cuore il destino della scuola pubblica e la difesa intransigente della Costituzione raccogliere il testimone e rilanciare la battaglia contro il finanziamento delle suole private.

In qualunque forma esso avvenga.

Vito Meloni

Liberazione, 28 maggio 2013