di Moni Ovadia

La macelleria sociale continua senza dare segni di stanchezza. Lo spread, che non dipende dalle volontà politiche dei governanti di oggi, fa un po’ quello che gli pare, prediligendo il comportamento ciclotimico tipico dei flussi speculativi. Così facendo tiene sotto ricatto Stati e governi perché non venga loro in mente di decidere e di legiferare contro l’interesse dei mercati. I feroci costi di questo stato di cose, si scaricano, come sempre, su lavoratori, pensionati, disoccupati e precari.
Ma come potrebbe essere diversamente? Coloro che decidono, in proprio, o sulla base di «autorevoli» sollecitazioni esterne, versano in condizioni economiche molto lontane a volte lontane anni luce, da quelle dei tartassati o massacrati dai provvedimenti dell’austerità.
I redditi annui di leader politici e di governo, di manager di banche e istituzioni finanziarie, sono spesso talmente spropositati rispetto al reddito dei cittadini di cui sono chiamati a determinare le sorti economiche, da impedire loro di cogliere la prospettiva della realtà, anche con quella partecipazione personale che permette ad una persona di saper vagliare la verità viva dei problemi che madri e padri di famiglia si trovano ad affrontare.

Non voglio con questo dire che per capire i problemi, le frustrazioni e i travagli di un pensionato a settecento euro al mese si debba essere poveri. Quelli attenti al prossimo e alle sue condizioni esistenziali sono in grado di essere solidali a prescindere dalla consistenza del loro reddito.
Ma purtroppo tale sensibilità non è così diffusa tra chi non conosce sulla propria carne i disagi e le notti bianche degli afflitti dai morsi delle difficoltà economiche.
Forse sarebbe ora di avviare una riflessione seria e ponderata sul livello di reddito di chi è chiamato a elaborare riforme che peggiorano le condizioni esistenziali ed economiche dei meno abbienti. E non ci vengano a dire che questa è demagogia perché dell’uso squallidamente intimidatorio di questo termine fatto proprio dai peggiori demagoghi, ne abbiamo piene le tasche. L’ideologia dell’intimidazione demagogica contro chi chiede giustizia sociale, dignità e diritti, è figlia di una precisa pedagogia che per secoli e secoli ha costruito il mondo a misura dei potenti e dei loro privilegi. Dalla Rivoluzione francese in avanti, questa pedagogia è stata contrastata con crescente forza fino a tutti gli anni Settanta del Novecento, con conquiste significative e con un orizzonte di speranza.
Ma dal crollo del cosiddetto comunismo in poi, la demagogia del privilegio si è riaffermata con questo messaggio: «Vi eravate illusi, lo Stato sociale è morto, vi spetta una vita grama, chinate la testa!».

 

leparole-ipensieri.comunita.unita.it

 

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