di Giuliano Garavini

L’austerità è un modo di essere. In questo senso Enrico Berlinguer e Mario Monti hanno, almeno in apparenza, non poco in comune in termini di garbo e sobrietà.Ma l’austerità è stata, e resta oggi, anche un progetto politico. In quanto progetto economico e culturale l’austerità berlingueriana degli anni Settanta e quella montiana dei Giorni nostri non hanno assolutamente nulla in comune.

“Austerità occasione per trasformare l’Italia”, così venne intitolato l’intervento di Berlinguer, ristampato anche di recente, in un convegno al teatro Eliseo nel 1977. Fu un intervento criticato da intellettuali di larghe vedute come Norberto Bobbio

e in modo particolarmente duro dai socialisti dell’epoca che vi leggevano il segno di un’ispirazione pretesca e moralizzatrice assolutamente fuori sintonia con lo spirito dei tempi.

Quali erano le premesse dalle quali prendeva le mosse il leader comunista? L’idea di fondo era che nella prima metà degli anni Settanta tre cambiamenti epocali avevano sconvolto la società italiana ed europea: in primo luogo le travolgenti conquiste del movimento operaio nel secondo biennio rosso del ’68-’69; poi la fine del sistema di Bretton Woods con il ridimensionamento della centralità del dollaro; e infine l’uscita dei Paesi del Terzo Mondo dallo stato di minorità, così come reso evidente dalla shock  petrolifero del ’73. Queste tre sfide necessitavano di risposte all’altezza. Occorreva muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato su una riduzione della crescita dei consumi e della produzione in modo da lasciar spazio ai popoli emergenti e concentrarsi verso gli investimenti nella cultura, nei servizi alla persona, nella mobilità pubblica. Il processo avrebbe potuto comportare qualche sacrificio salariale per la classe operaia, ma in cambio di una rivoluzione produttiva che non avrebbe intaccato ma semmai accresciuto i diritti dei lavoratori e di una trasformazione produttiva dell’economia che avrebbe posto l’accento sulla qualità piuttosto sulla quantità. Tutto ciò si legava a discorsi che in parallelo facevano i più innovativi fra i leader socialdemocratici dell’epoca – da Palme a Brandt a Kreisky – nonché intellettuali in tutto il mondo, da Ivan Illich allo stesso Pasolini della critica al neofascismo dei consumi.

A ben vedere si trattava anche di una critica al tradizionale impostazione socialdemocratica che era, e ancora oggi sembra restare, più interessata alla redistribuzione dei proventi della crescita che alla qualità di questa crescita e alla partecipazione diretta alla gestione di produzione e servizi.Cos’è invece l’austerità di Monti? L’austerità montiana non è altro che la presa d’atto delle classi dirigenti finanziarie e produttive europee che il modello di crescita occidentale, ed europeo in particolare, non è più in grado di sostenere in tutto il Continente la spesa statale in stipendi e servizi pubblici.
L’idea è dunque quella che i Paesi europei “periferici” tirino la cinghia in termini salariali, occupazionali, nonché in termini di riduzione della spesa pubblica fino al punto di invogliare nuovamente i capitalisti ad investire. Come locuste i capitalisti dovrebbero allora calare in massa nell’Europa periferica, o semplicemente sbloccare le ricchezze accumulate in attesa di tempi migliori, grazie ad un abbassamento delle tutele dei lavoratori, del peso della tassazione e a nuove opportunità innescate con la privatizzazione di servizi e concessioni in precedenza forniti dalla Stato. La politica dell’austerità montiana, dettata da una miscela ideologica proposta in primo luogo dalla Banca centrale europea e dalla Germania, diventa così il coronamento del trentennio neoliberista.

L’austerità belingueriana era un progetto innovativo e scomodo. Si proponeva ad una fetta della popolazione italiana che solo di recente aveva avuto accesso a consumi quali macchina e televisione di iniziare a concepire rinunce mentre ancora avevano freschi i ricordi decenni di lotte e di sudore in catena di montaggio. Si diceva anche ai sindacati e alla sinistra che occorreva qualche forma moderazione delle rivendicazioni e scelte oculata per evitare sprechi e trasformare la società in senso socialista e cooperativo. Era un progetto assolutamente rispondente al cambiamento dello scenario mondiale degli anni Settanta che vedeva comparire altre dinamiche aree mondiali accanto al blocco occidentale di Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone.

L’austerità di Monti è invece semplicemente la prosecuzione, in forma più rigorosa e spietata, di un processo di incentivazione della competizione tra individui, della deindustrializzazione di parti del Continente e dell’assalto della finanza alla ricerca di profitti a breve termine ai danni dei servizi pubblici. Ora il fatto che il principale partito della sinistra italiana, che mantiene il ritratto di Berlinguer nel suo Pantheon e in non poche delle sue sezioni, sia disponibile a perseguire la strada dell’austerità montiana è una contraddizione ma è anche un’opportunità: una volta raggiunto un livello così basso nell’elaborazione politica non può che esserci o un ravvedimento della classe dirigente o una rivolta della base contro le proprie classi dirigenti.

 

da Paneacqua

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