Alle/Ai segretarie/i regionali e delle Federazioni Prc-Se
Alle/ai componenti il CPN

Car* compagn*,

Dal 18 aprile è iniziato un ciclo di formazione politica ambientale alla scoperta del Testo Unico Ambientale-TUA.

Grazie alla collaborazione con Giovani Comunisti/e le lezioni di formazione politica ambientale "Il Rosso E il Verde", che si tengono ogni sabato sulla pagina fb Elena Mazzoni-responsabile nazionale ambiente PRC-Sinistra Europea, sulla pagina del Partito della Rifondazione Comunista e sulla pagina Giovani Comunisti/e, diventano delle dispense consultabili e scaricabili dal sito https://www.giovanicomunisti.it/formazione/ambiente/.
Oltre alla teoria troverete i contributi degli ospiti delle puntate.

Sabato 16 maggio parleremo di "tutela delle acque e di gestione delle risorse idriche".

Saranno nostri ospiti Marirosa Iannelli, autrice del libro "Water Grabbing" frutto della sua inchiesta giornalistica sulle guerre nascoste per l'acqua https://www.emi.it/marirosa-iannelli/water-grabbing, e Paolo Carsetti del Forum italiano dei Movimenti per l'acqua.

Fraterni saluti

Elena Mazzoni
Responsabile nazionale Ambiente Prc-SE

ParcoNaturaledellaLessiniaLa proposta di legge nr. 451, dei tre consiglieri regionali di maggioranza Alessandro Mantagnoli, Stefano Valdegamberi ed Enrico Corsi, relativa a “Modifica della Legge Regionale 30 gennaio 1990, nr. 12, norme per l’istituzione del Parco Naturale Regionale della Lessinia", finalizzata a modificare le norme di istituzione del Parco della Lessinia, è purtroppo in continuità con le politiche Galan-Zaia che portano il Veneto ad avere il triste primato in Italia per aumento del consumo di suolo.

La mancanza di chiarezza dei proponenti, circa i reali scopi della riduzione del 20% dell'area del Parco, lascia tuttavia presagire, visto il consueto modo di operare della Lega in Veneto, alcuni scenari plausibili, di fronte ai quali Rifondazione Comunista si assume impegni chiari.

Se questa legge fosse approvata - invitiamo il Consiglio Regionale a bocciarla - saremo pienamente partecipi, con i comitati locali e con le associazioni ambientaliste, nelle lotte in contrasto a:

- eventuali riduzioni delle aree boschive e conseguenti speculazioni edilizie e commerciali;

- ulteriori estensioni delle aree di caccia;

- misure finalizzate a rendere l'area Spluga della Preta l'ennesimo "Luna Park" per il turismo di massa.

Siamo a disposizione, come sempre, delle lotte a difesa dell'ambiente e del territorio Veneto, contro chi si riempie la bocca di tutela del territorio ma con i fatti produce sfruttamento e speculazione.

Elena Mazzoni, responsabile nazionale ambiente Prc-Sinistra europea
Gabriele Zanella, responsabile regionale ambiente Prc-Sinistra europea

Car@ compagn@,

la questione climatica è strettamente connessa alla salute, alla lotta di classe, alla difesa del territorio, alla riconversione, in chiave di tutela ambientale, del lavoro.
Il 29 novembre sarà di nuovo sciopero per il clima e l’occasione per noi di portare in piazza le nostre istanze e le alternative che proponiamo, che abbiamo sintetizzato in dei punti definiti #Block per contrastare anche il fenomeno consumista del #BlackFriday che capita nella stessa data.

Invitiamo i circoli e le/i Compagne/i tutt@ ad impegnarsi nella mobilitazione e ad essere presenti alle iniziative organizzate nelle varie città.

In allegato a questa mail il volantino per il 29 novembre, nella versione a colori ed in b/n, con un lato nazionale ed uno personalizzabile con le iniziative territoriali e l’immagine di copertina da utilizzare per i vari social.

Al lavoro e alla lotta!

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC-SE
Elena Mazzoni, Responsabile nazionale Ambiente PRC-SE

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coperttina 29 NOV

parcomareIl progetto del parco del mare.

Mentre stamane alcuni operai iniziavano i lavori di demolizione dell’ ex Fiera di Trieste, al Circolo della Stampa, di fronte alla ex sede della RAS, palazzo di stile eclettico del 1904, trasformato in un resort di lusso per turisti danarosi, associazioni di cittadini, Cgil, WWF, Legambiente, Triestebella e il “Comitato Lanterna” hanno motivato i loro dubbi e la più aperta contrarietà alla realizzazione del progetto del “Parco del Mare”.

Si tratterebbe di una megastruttura acquario/museale da realizzare nel sito storico di un antico approdo romano ed in una zona strategica della città, anche dal punto di vista dell’appetibilità commerciale, su cui sorge il Faro della Lanterna, eretto dall’amministrazione austriaca nel 1833.

Stesso luogo dove, per spazzar via le vestigia del passato asburgico della città, si erano segate tredici anni fa le panchine che stavano attorno alla statua di Massimiliano d’Asburgo e dove si è rifatto il look all’ex magazzino Vini, trasformato in “Eataly da Farinetti.

Un punto della città nel quale, il susseguirsi di Bavisele, Barcolane ed altri appuntamenti ludico/gastronomici, chiude alla vista collettiva il fronte mare e, solo chi sta sul decimo ponte di una meganave da Crociera, può ammirare l’incommensurabile paesaggio che salda le onde dell’estremo lembo dell’Adriatico, con le rocce grigie del ciglione carsico.

Ma Trieste non vuole diventare né una succursale di Disneyland, anzi Dipiazzaland, né un luogo di scorribande per esperimenti di gentrificazione che impoveriscono e deturpano la storia multietnica della città, perdurando il degrado di molti storici edifici cittadini, svenduti a privati o immobiliari.

L’architetto William Starc, come portavoce dei soggetti in conferenza stampa, ha ribadito come oggi si debba pensare alla “riqualificazione collettiva del fronte mare, dalla Lanterna a Miramare”, area su cui c’è un vincolo del MIBAC datato 1961 che impone di non edificare alcunché nel raggio di 130 metri di distanza dallo storico Faro, ma che, nella riscrittura aggiornata del testo, modifica sensibilmente questo divieto, peraltro già bypassato più volte con costruzione di edifici a ridosso di esso.

Dietro all’ improvvisa accelerazione del Progetto pare ci sia, oltre all’attuale presidente della camera di Commercio di Trieste, la “Trieste Navigando srl“ una società che ha in concessione l’area su cui sorge la Lanterna, ma la cui sede sociale è a Roma, nello stesso luogo dove opera Invitalia, la SpA di Paoletti, presidente della locale CCIAA, e presente in molte altre istituzioni e Cda, che si era già speso nel 2004 per far passare questo progetto, in seguito alla mancata candidatura ad EXPO 2008 di Trieste, persa contro la piu’ attrattiva e quotata Saragozza.

“Parco del Mare” oggi è solo la riproposizione di un progetto nato a destra.

Il problema però non è solo la mera speculazione immobiliare e la privatizzazione, o meglio la privazione di usufrutto di spazi pubblici, ma anche l’immobilizzazione di ingenti risorse finanziarie, tra cui quelle del Fondo Trieste, uno strumento istituito nel 1955 per finanziare lavori pubblici o per opere di carattere economico, sociale ed assistenziale.

Quei fondi andrebbero investiti, tanto più in un periodo di crisi occupazionale della città, in operazioni più utili ed intelligenti e non in un’operazione speculativa.

In città si registrano 7000 disoccupati, oltre 1400 posti di lavoro a rischio nel settore industriale e hanno chiuso oltre 350 negozi, il tutto mentre prospera un mercato del lavoro frammentato, irregolare, atipico,transfrontaliero, illegale e crescono le diseguaglianze che alimentano disagio sociale e microcriminalità.

Non servono quindi anacronistici acquari, “zoo per pesci” ha detto qualcuno, ma semmai valorizzare, in quella specifica parte del territorio urbano, la compresenza del Museo del mare e della la Stazione Meridionale con il Museo Ferroviario, e, attraverso la “liberazione” delle Rive ed il pieno ripristino della Piscina Comunale “Acquamarina”, il cui tetto era inspiegabilmente crollato lo scorso luglio, restituire alla cittadinanza un bene comune e la piena e gratuita fruizione degli spazi pubblici sottratti dalla voracità del mercato e ad altri indicibili appetiti.

Da Marino Calcinari, circolo triestino de Il Manifesto.

ambiente18Il 31 ottobre del 2018 lo stato italiano firma un contratto, con il gruppo franco-indiano ArcelorMittal, per l’affitto e poi l’acquisto, nel 2021, dell’ex ILVA.

Nel novembre del 2019 la ArcelorMittal annuncia che se ne andrà da Taranto. Senza lo scudo penale, la clausola di “non punibilità” dei gestori dello stabilimento, per eventuali danni ad ambiente e salute causati dall’attività nel periodo necessario al completamente del piano ambientale, ovvero fino al 2023, che per l’azienda rappresentava “la base del piano di risanamento”, stando alle parole della amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, il recesso del contratto è irrevocabile e con esso lo spegnimento degli altiforni tramite la colatura della salamandra, la ghisa residua che resta nel fondo del forno, procedura che rende poi necessari 6 mesi prima di riaccendere l’impianto e che indebolisce la possibilità di trovare un nuovo acquirente.

Lo scontro tra il governo e la proprietà della ArcelorMittal ora si gioca tra tavoli politici ed aule di tribunale.

Ma chi è il colosso franco-indiano che ha in mano le sorti di oltre 10.000 lavoratori italiani?

Un gruppo leader del settore siderurgico e minerario, che opera dall’automotive all’edilizia, dagli elettrodomestici fino agli imballaggi ed ha siti industriali in 18 paesi.

Un gruppo sulla cui attività getta ombre un fitto numero di contenziosi ambientali e un operato spesso fuori dalle regole.

È un filo nero di processi penali quello che lega Taranto al Canada, gli USA al Sud Africa, la Francia all’Ucraina*.

Nero, come i puntini sulla mappa del gioco preferito dalle multinazionali: “inquina e scappa”.

Sversamento di cianuro ed ammoniaca in Indiana, lo dice l’EPA, agenzia federale per la protezione dell’ambiente; inquinamento delle acque nella miniera del Fermont, in Quebec, tra il 2011 e il 2013 e altri 39 capi di imputazione.

La multinazionale è sotto processo per l’inquinamento della Mosella, in Francia, per sversamento nelle acque del fiume di acido cloridrico, gestione irregolare di rifiuti e funzionamento non autorizzato di un impianto.

In Sud Africa è attivo un processo per inquinamento e danni alla popolazione Sebokeng, Sharpeville e Boipatong, procedimenti che fanno assurgere la ArcelorMittal al ruolo di più grande inquinatrice di aria nel paese.

Simile situazione in Bosnia Erzegovina, con denunce delle associazioni ambientaliste sullo stato dell’acciaieria di Zenica, e in Ucraina, dove è direttamente il presidente Zelensky ad accusare la multinazionale di non tenere fede agli impegni presi.

La lista dei contenziosi di ArcelorMittal è lunga eppure, un anno fa, quando la compagnia si è presentata alla gara per acquistare l’ILVA di Taranto, nonostante la sua reputazione, l’offerta è stata giudicata la migliore.

Le promesse di mettere in sicurezza l’impianto e i terreni dove sono depositati i minerali di ferro sono parole al vento, lo stesso che sposta le nuvole di polvere rossa sulla città dove si è costretti a scegliere se lavorare o morire.

*Fonte https://mg.co.za/tag/arcelormittal