La Senatrice Paola Nugnes – in collaborazione con la federazione provinciale di Sassari e gli organismi dirigenti nazionali del Partito della Rifondazione Comunista – nella giornata di ieri ha depositato un’interrogazione al Ministro per i Beni e le Attività culturali sul "nuovo piano casa".

"Dopo il successo di "Un futuro color mattone", la bella iniziativa organizzata dalla Federazione di Sassari, proprio sul piano casa, e che ha visto i preziosi interventi di Stefano Deliperi, presidente del Gruppo di Intervento Giuridico e dell’architetto Sandro Roggio, abbiamo deciso di alzare il livello del nostro impegno in opposizione a questo deleterio provvedimento, lavorando ad un’interrogazione che ne evidenzia tutti i punti di criticità - spiega la responsabile nazionale ambiente di Rifondazione, Elena Mazzoni - La Sardegna ha bisogno di infrastrutture e misure a sostegno del paesaggio e non dell’ennesima colata di cemento".

L’interrogazione della Senatrice Nugnes sottolinea che il piano casa sarebbe stato approvato in violazione del principio di co-pianificazione obbligatoria dei beni paesaggistici, previsto dal Codice preposto e degli artt. 9, 117 e 118 della Costituzione.

"Con questa normativa si aggirano divieti previsti da sempre dal Codice Urbani e dal Piano paesaggistico regionale, si autorizzano ampliamenti di residenze a partire da 301 metri dalla costa e si concede l'abitabilità di mansarde e seminterrati, mascherando il tutto da misura a sostegno del turismo, dimenticando che il turismo si sostiene con infrastrutture, trasporti, economia circolare e non con concessioni edilizie" - dichiara Nicolino Camboni, segretario della Federazione di Sassari.

*Elena Mazzoni, responsabile nazionale ambiente Rifondazione
Nicolino Camboni, segretario provinciale federazione di Sassari

Qui il testo dell'interrogazione

Ieri, 13-01-2021, la Commissione Agricoltura della Camera ha votato pareri condizionanti ai decreti del Ministero dell'Agricoltura che tentavano di forzare un'apertura illegittima agli OGM e alle NBT e impedivano agli agricoltori molte attività legate a semi e sementi.

I pareri votati vincolano al rispetto della sentenza della Corte europea di Giustizia, che equipara i "nuovi" OGM agli OGM tradizionali, e eliminano ogni riferimento relativo agli OGM nei decreti presentati.

Il nuovo Ministro dell'Agricoltura, che succederà alla dimissionaria ministra Bellanova, sostenitrice degli scellerati decreti pro-OGM, dovrà fare i conti con questi pareri che ribadiscono che l'Italia vuole essere un paese libero da OGM.
Ci uniamo alla soddisfazione delle organizzazioni agricole biologiche e contadine, delle associazioni di tutela ambientale e dei consumatori, al cui appello abbiamo dato piena adesione e sostegno ed insieme alle quali continueremo a vigilare affinchè i diritti e la salute vengano prima del profitto delle multinazionali.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Elena Mazzoni, responsabile ambiente
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

Ci uniamo alla preoccupazione delle associazioni ambientaliste ed agroalimentari, in vista del voto del 13 gennaio in Commissione Agricoltura della Camera, dei decreti sulle New Breeding Techniques.

L'approvazione dei 4 decreti, proposti dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova e già approvati il 28 dicembre dalla Commissione Agricoltura del Senato, rappresenterebbe un grave attacco alla filiera agroalimentare, al principio di precauzione, ai diritti dei contadini ed anche una violazione della sentenza del 2018 della Corte Europea di Giustizia che equipara nuovi e vecchi OGM.

La Ministra, con il pretesto di aggiornare le misure fitosanitarie, apre la strada alla diffusione degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) e dei cosiddetti “nuovi” OGM, mettendo in pericolo produzioni biologiche, varietà tradizionali, sapienze e territorialità ed impedendo ai cittadini di poter scegliere prodotti OGM free perché i prodotti ottenuti con le nuove tecniche non saranno etichettati come OGM e quindi saranno irriconoscibili per i consumatori.

Chiaramente dietro a questi decreti c'è la volontà del Governo di favorire un ristrettissimo numero di imprese multinazionali, che vogliono ottenere il controllo delle filiere agroalimentari ed intendono mettere agricoltori e consumatori davanti al fatto compiuto, con prodotti brevettati, non tracciabili e privi di certezze qualitative, violando il Principio di precauzione posto a garanzia della salute, dell’ambiente e della biodiversità, per di più in assenza di qualunque analisi d’impatto sul sistema agricolo nazionale.

Ci opponiamo e ci opporremo, assieme alle associazioni di settore, come abbiamo sempre fatto, a queste misure scellerate che mettono il profitto prima delle persone e dei diritti.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Elena Mazzoni, responsabile nazionale PRC-S.E.

Care compagne e cari compagni,

la notte tra il 4 ed il 5 gennaio, il Mise e il Ministero dell'ambiente, hanno reso pubblica la mappa dei 67 siti “candidati” ad ospitare, entro il 2025, il deposito nazionale di 78mila metri cubi di scorie radioattive, più circa altri 400 metri cubi assai pericolosi, costituiti da combustibile non riprocessabile o da combustibili mandati in Francia e Gran Bretagna (a pagamento) per essere riprocessati, e che decadono in migliaia di anni. Resteranno nel Deposito per essere avviati a uno stoccaggio di profondità, anche se per ora non si sa dove, come e quando. Di certo c’è che, ad esempio, ad oggi a Trisaia in Basilicata alcuni contenitori che hanno 50 anni contengono una soluzione liquida di uranio arricchito, mentre a Saluggia, vicino a Vercelli e in riva alla Dora Baltea, giacciono 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività sempre dentro a contenitori di 50 anni fa.

Si tratta di Comuni raccolti in cinque macrozone:

Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria, Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo;

Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena, comune di Pienza, Grosseto e ben 22 siti in provincia di Viterbo;

Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza, Matera, Bari, Taranto;

Sardegna con 14 aree in provincia di Oristano e nel Sud Sardegna;

Sicilia, 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana, Petralia, Butera).

La spesa prevista, per il Deposito e il Parco tecnologico, è di circa 900 milioni di euro, che saranno prelevati dalle componenti della bolletta elettrica pagata dai consumatori.

La Sogin, la società che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali, nata nel 2001, costa, di sole spese di gestione, circa 130 milioni l'anno, pagati in bolletta. Di rinvio in rinvio ha programmato la fine del decommissioning nucleare al 2036, 49 anni dopo il referendum del 1987. La società ha accumulato enormi ritardi nella messa in sicurezza dei rifiuti nucleari nazionali e nello smantellamento degli impianti, spendendo sinora, tutti prelevati sempre dalla bolletta elettrica, più di 4 miliardi di euro per completare circa il 30% dei lavori. Solo due mesi fa la Sogin ha visto pressoché deserta l’ennesima gara per la realizzazione dell'impianto Cemex per la messa in sicurezza dei più pericolosi rifiuti radioattivi italiani, quelli liquidi di Saluggia.

Il 30 ottobre scorso la Commissione europea aveva aperto verso il nostro Paese la procedura di infrazione per non aver ancora adottato un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi, in linea con la direttiva sul combustibile esaurito e sui rifiuti radioattivi del 2011.

In allegato a questa comunicazione trovate la documentazione per accedere alla consultazione pubblica come comitati o istituzioni locali.

Altre informazioni sul sito, dal nome piuttosto ottimista, del deposito nazionale Deposito Nazionale: Scriviamo insieme un futuro più sicuro per Italia

A disposizione per qualsiasi chiarimento

Elena Mazzoni
Segreteria nazionale, Responsabile Ambiente PRC-SE

Altro che transizione verde, altro che sostegni alle categorie in difficoltà.

Nella bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che circola negli ultimi giorni, spuntano gli aiuti per ENI e consorelle, in operazioni che vanno dai progetti di confinamento geologico della CO2 a Ravenna, contro i quali avevamo già espresso la nostra denuncia ai tempi del Piano Colao, a presunte bioraffinerie.

Il governo si prepara quindi a fare del PNRR un piano finanziario a vantaggio di aziende che operano in direzione diametralmente opposta all’obiettivo di definitivo superamento dei combustibili fossili, come si evince chiaramente dall’attuale piano industriale di ENI, assolutamente non in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e che rimanda le riduzioni delle emissioni di CO2 a dopo il 2030.

Se il Governo ha veramente a cuore l'ambiente inizi a tagliare le decine di miliardi di sussidi ambientalmente dannosi invece di usare una finta transizione energetica ed il ricatto occupazionale come scusa per ripetere il vecchio schema della socializzazione dei costi ambientali e delle perdite prodotte da aziende come ENI.

Abbiamo bisogno di investimenti nel settore dei trasporti pubblici sostenibili ed accessibile a tutte e tutti, nella scuola, nella sanità e non dell’ennesimo regalo alle multinazionali predatorie di territori e diritti.

Elena Mazzoni, Resp. Ambiente PRC-S.E.

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