È assordante il silenzio del governo rispetto alla possibilità che Tim la principale società del paese nel campo delle telecomunicazioni venga comprata da un fondo statunitense con gravissime conseguenze in termini di sicurezza nazionale, sul piano occupazionale e per quanto riguarda il superamento dei gravissimi ritardi del paese nello sviluppo della rete.
Da questo punto di vista non possiamo che condividere la mobilitazione dei lavoratori della Tim che oggi manifestano davanti al MISE a Roma e alle prefetture in tutta Italia, indetta da Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil. Denunciamo la passività del governo che testimonia la volontà di lasciare alle pure dinamiche di mercato scelte d’interesse pubblico così grande da richiedere una piena gestione pubblica.
Emerge non solo un’insopportabile scarsa considerazione del destino di decine di migliaia di Lavoratrici e lavoratori, 100 mila tra dipendenti diretti e indotto, ma anche una totale ignavia rispetto al rischio concreto che i dati delle cittadine e dei cittadini italiani, nonchè dati sensibili per la sicurezza nazionale, finiscano sotto il controllo delle agenzie di spionaggio USA. Perché il governo non annuncia uso del prio veto come ha fatto nei confronti dei cinesi per il 5G?
Dove è finita la retorica sull’occasione storica del PNRR per investire nella tutela dei dati dei cittadini sottraendoli al controllo di ogni sorta di influenze straniere?
Smentita clamorosamente dalla consegna del polo strategico nazionale, il cloud di tutte le amministrazioni centrali dello stato, a una gestione con i privati tra cui le big tech americane obbligate per legge a fornire ai dati all’intelligence Usa, oggi la stessa sorte tocca alla Tim.
Come Rifondazione Comunista sosteniamo da sempre la necessità di sottrare al dominio del mercato i settori strategici per l’economia nazionale devastata da decenni di neoliberismo sfrenato e del rilancio del ruolo del pubblico sia nell’indirizzo sia nella gestione e controllo diretti.
Per gli stessi motivi per cui siamo stati contrari all’ipotesi del governo Conte di lasciare a Tim la proprietà e la gestione della rete, oggi, a maggior ragione lo siamo rispetto alla possibilità che la principale società di telecomunicazioni venga consegnata nelle mani di un fondo stunitense che ha nel board un ex-capo della CIA.

Difendiamo la democrazia e l'occupazione con la ripubblicizzazione. La privatizzazione anche in questo campo ha fatto solo danni.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

tim29

Care compagne, Cari compagni,

riassumiamo qui le indicazioni e la tempistica della campagna su bollette e carovita e quella sulle pensioni emerse dall’incontro di ieri sera.
Impostazione della campagna
-Si conferma per la maggiore efficacia dell’iniziativa la scelta felicemente verificata nelle precedenti campagne di un’azione congiunta di tutto il partito su tutto il territorio nazionale nello stesso arco di tempo: le due settimane comprese tra il 2 e il 16 dicembre. Molti interventi durante l’incontro hanno sottolineato la necessità e l’importanza che tutte le federazioni si sentano mobilitate.
-Facciamo un salto di qualità nel modo di relazionarci con le persone aggiungendo alla distribuzione dei volantini raccolte di firme (durante le quali chiedere mail, contatti…) da consegnare sia ai prefetti che ai Sindaci . Ai prefetti perché le inviino al governo, ai Sindaci chiedendo in base agli statuti dei comuni che il tema sia messo all’ordine del giorno dei Consigli Comunali.
- nei comuni dove abbiamo consiglieri eletti si presenti l’ordine del giorno predisposto.

Raccomandazioni importanti
-fare dei banchetti l’occasione per stare nelle piazze, davanti a luoghi di lavoro, case e quartieri popolari con striscioni, bandiere, cartelli, megafono.
-Durante la consegna delle firme fare presidi debitamente comunicati alla stampa e pubblicizzati sui social invitando tutte/i le/i firmatari a partecipare
-prestare grande attenzione e cura nei confronti dei media locali utilizzando il comunicato stampa nazionale per fare in tutte le città comunicati e conferenze stampa di lancio della campagna.
- intensificare l’iniziativa sui social inviando al nazionale video e foto di tutte le iniziative (volantinaggi, banchetti, comizi volanti)in particolare quelle più ben riuscite come presenza di compagn*, bandiere, striscione e diffondendo sui social a livello locale.

I materiali allegati
Grazie a* compagn* che si sono attivati da tempo sul tema delle bollette e alla collaborazione di nostri bravi grafici siamo in grado di mettere a disposizione diversi volantini tra cui scegliere e facsimili di moduli per la raccolta firme:
-volantini sulle pensioni (due scelte possibili)
-volantini sulle bollette ( due scelte possibili, una con colori diversi)
-modulo raccolta firme sulle pensioni (da consegnare ai prefetti)
-modulo raccolta firme sulle bollette (da consegnare ai prefetti)
-modulo raccolta firme per chiedere ai sindaci che il tema sia messo all’ordine del giorno del consiglio
-ordine del giorno da presentare nei Consigli Comunali dove abbiamo consiglieri.

Buon lavoro a tutte e tutti

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE
Antonello Patta, responsabile Lavoro nazionale PRC-SE

di Antonello Patta* -

Sembra una storia uscita dalla Fiat degli anni 50 dove i reparti confino e i licenziamenti dei lavoratori sindacalizzati era all’ordine del giorno. Invece è una storia quella che leggiamo con rabbia sui giornali che racconta fatti riguardanti non i padroni delle ferriere, ma una società pubblica diretta da manager pagati profumatamente con i soldi dei cittadini.
I fatti. il presidente di Ita Airways Alfredo altavilla, durante un direttivo tenutosi in ottobre , ha chiesto brutalmente di buttar fuori entro quattro mesi 500 dipendenti provenienti dalla ex Alitalia perché troppo sindacalizzati (!); e nel prosieguo avrebbe mostrato la pasta di cui è fatto minacciando di “spiumare” chi osava mettere in discussione la decisione.
Si conferma così che l’arrogante Altavilla, designato da Draghi su proposta del turboliberista Giavazzi è stato messo a capo della nuova società che subentra ad Alitalia per applicare il metodo Fiat già praticato nell’uscita di Ita, come appunto fece Marchionne, dal contratto nazionale della categoria.
Comportamenti antisindacali di questa natura non sono accettabili in nessun ambito lavorativo, è intollerabile che avvenga in una azienda pubblica nella quale il rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dovrebbe essere esemplare.
Riteniamo Ancor più grave che il presidente del consiglio non prenda provvedimenti immediati nei confronti di Altavilla.
Un personaggio di questa natura non può dirigere un’azienda pubblica e va dimesso immediatamente!

*responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Care compagne, cari compagni,

le politiche neoliberiste del governo Draghi che abbiamo verificato informare gli obiettivi, la struttura e la gestione del PNRR risultano ampiamente confermate nella manovra di Bilancio. Le risorse impegnate e le cosiddette riforme sono indirizzate al sostegno delle imprese e alla ristrutturazione del sistema produttivo e al completamento della trasformazione del sistema economico e di tutto il pubblico secondo un mix di linee che tengono insieme il Reagan-Thatcherismo con il pensiero ordoliberale. Non solo nonostante la massa di miliardi disponibili, non ci sono risorse per rafforzare sanità, scuola e per il contrasto delle disuguaglianze intervenendo positivamente sul salario diretto e su quello sociale e sul fisco, ma si continua a colpire i lavoratori, i pensionati, ad aumentare la precarietà, privatizzare i beni comuni. Di fronte a tutto ciò è indispensabile rafforzare l'iniziativa di contrasto all'offensiva antipopolare del governo Draghi organizzando la nostra partecipazione alle mobilitazioni in campo, operando per l'allargamento del fronte di lotta fino alla richiesta dello sciopero generale e rilanciando la nostra iniziativa come partito a partire dai temi sociali e del lavoro. Il dipartimento lavoro ha strutturato una proposta di campagna nazionale che pone al centro il tema delle bollette e del carovita su cui alcune regioni come il Veneto sono già attivati e quello delle pensioni che sarà al centro del dibattito politico nei prossimi 5-6 mesi.

E' importante che tutto il partito sia coinvolto e quindi invitiamo tutte/i le/i segretari/e regionali e di federazione a partecipare a questa importante riunione che si terrà mercoledì 24 novembre ore 21.
Ecco il link per il collegamento: https://meet.google.com/dzy-qvqr-viy

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE
Antonello Patta, responsabile Lavoro nazionale PRC-SE

Basta morti sul lavoro! Con questa parola d’ordine e per “chiedere con forza provvedimenti rapidi e drastici in grado davvero di garantire la sicurezza e la dignità dei lavoratori.” è stata lanciata da Fillea-Cgil. Filca-Cisl e Fenea-Uil la manifestazione nazionale che si terrà domani 13 novembre a Roma.
Nonostante le promesse del governo e l’enfasi data dai media ad alcuni casi di tragiche morti sul lavoro la strage di lavoratori sembra rimanere senza fine.
Negli ultimi 5 anni ci sono stati 642 mila infortuni e ben 1072 morti in media all’anno, ben 3 al giorno. Nel 2020 i morti sono aumentati a 1270, un terzo a causa del covid e, fatto gravissimo, nelle costruzioni nei primi 10 mesi del 2021 si è già raggiunto il numero dei morti dell’anno precedente.
E’ in particolare in questo settore che pesa drammaticamente quanto già evidenziato nelle indagini dell’Inail che indicano il picco dei morti sul lavoro nei lavoratori ultrasessantenni vergognosamente condannati a lavorare mentre dovrebbero essere già in pensione.
Il governo manifesta una solerzia notevole nel sostegno alla competitività delle imprese cui è destinata gran parte delle risorse mentre per quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro si mettono in campo misure insufficienti la cui realizzazione è peraltro rinviata nel tempo.
Così si continua ad assistere con rabbia a morti sul lavoro evitabilissime perché le imprese che operano spesso in condizioni di irregolarità e illegalità hanno la quasi certezza dell’impunità a causa del trascurabile numero di aziende controllate in un anno e della irrisorietà delle sanzioni.
Bisogna costringere il governo a passare dalle promesse ai fatti e soprattutto pretendere almeno il raddoppio delle assunzioni di ispettori su cui si è impegnato da mesi.
Soprattutto occorre una grande mobilitazione nazionale contro l’allungamento dell’età pensionabile a 67 anni e oltre previsto dalla legge Fornero.
E basta con la favola che con l’aumento dei pensionati si sbilancerebbe il rapporto lavoratori /pensionati e il sistema non reggerebbe! Con la pensione a 60 anni e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario si da un futuro ai giovani e si può aumentare di molto la platea degli occupati in relazione ai pensionati.
Costruiamo l’opposizione al governo Draghi e alle sue politiche
Per le pensioni, per i salari, per l’occupazione, contro la precarietà, contro il carovita. Sciopero generale subito!

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Rifondazione Comunista è al fianco dei lavoratori di acciaierie d’Italia e Jsv steel Italia che oggi scioperano per otto ore e manifestano a Roma davanti al ministero dello sviluppo economico.
La lotta è l’unica risposta possibile di fronte a un governo che proprio in un momento di gravi difficoltà nell’approvvigionamento di acciaio continua disattendere impegni assunti, lasciando lavoratori in cassa integrazione, impianti non funzionanti e irrisolta la riconversione ambientale.
Giustamente le organizzazioni sindacali della categoria pongono l’accento della drammaticità della situazione della siderurgia italiana e denunciano i ritardi e le manchevolezze dell’azione del governo di cui non vedono “ la visione sui temi della transizione energetica, del rilancio degli investimenti e della produzione”
Rifondazione Comunista da tempo denuncia le politiche neoliberiste del governo prono alle logiche del mercato e restio ad un intervento pubblico diretto e all’assunzione di piani industriali che connettano riconversione ambientale delle produzioni, rilancio del settore, sviluppo dell’occupazione diretta e nell’indotto. Dove nessun posto di lavoro deve andare perduto.
Basta con l’utilizzo dei fondi del PNRR per dare valanghe di miliardi, questi sì a pioggia, alle imprese e asservire ciò che è rimasto di pubblico dalla sanità all’istruzione, alla pubblica amministrazione agli interessi privati!
La giusta lotta dei lavoratori siderurgici è importante in sé, ma deve diventare l’inizio di una ripresa e generalizzazione delle lotte con lo sciopero generale di tutte le categorie per obbligare il governo a cambiare rotta e fare del PNRR lo strumento per rilanciare il ruolo dello stato nell’economia e ristabilire con un’opportuna destinazione delle risorse il primato delle persone, dei diritti e dell’ambiente rispetto ai profitti.

Prima le persone non i profitti
Nazionalizzare la siderurgia subito!

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale
Antonello Patta, resp. lavoro, Partito della Rifondazione Comunista -Sinistra Europea

La Whirlpool ha avviato ieri pomeriggio il licenziamento dei lavoratori e delle lavoratrici dello stabilimento di Napoli. Pochi giorni fa lo ha fatto con analoghe modalità il fondo che detiene la proprietà di Ideal standard di Tirchiana (BL). Una mossa a freddo segno di un’arroganza senza limiti e del più totale disprezzo non solo dei dipendenti, ma delle leggi e del governo del nostro paese, attuata infatti mentre era in corso il tavolo di crisi con il governo, la Regione e il Comune di Napoli e si attendeva il pronunciamento del tribunale sul ricorso per comportamento antisindacale dell’azienda.

La multinazionale che fa carta straccia degli impegni assunti e degli accordi sottoscritti con i sindacati e il governo e lascia senza lavoro 420 dipendenti che, diventano più di mille con l’indotto, assesta un colpo durissimo all’economia del territorio.

Embraco, Gianetti, Timken, Gkn, Ideal Standard, Elica, Acc sono solo le ultime
di un lunga sequela di aziende vittime della Tracotanza di multinazionali che spremono i lavoratori e le lavoratrici come limoni e poi per motivi meramente finanziari o per delocalizzare le produzioni, spesso avendo usufruito di aiuti di stato, chiudono lasciando nella disperazione le famiglie e distruggendo tessuti produttivi consolidati.

Tutto ciò avviene però grazie alla complicità dei governi che da decenni nel
nostro paese lasciano l’andamento dell’economia alla discrezionalità totale di
imprese e mercati e agevolano con le leggi lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro incuranti del disastro economico e sociale che è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.

Ma è stato possibile in tutti questi anni anche perché le fabbriche hanno opposto resistenze anche eroiche, ma hanno condotto lotte isolate, sole di
fronte al potere enorme dell’avversario. Oggi che alla tracotanza delle
multinazionali si aggiungono le politiche neoliberiste contro il lavoro del
governo Draghi, occorre cambiare rotta.

Occorre subito la generalizzazione delle lotte unendo tutto il mondo del lavoro
contro i licenziamenti e le delocalizzazioni, la precarizzazione ripristino
della legge Fornero, i tagli al reddito di cittadinanza e il suo utilizzo per
forzare a lavori di bassa qualità e malpagati, per i salari e la dignità dei
lavoratori e delle lavoratrici. Occorre subito lo sciopero generale.
In questi anni e ancora di più oggi una montagna di soldi pubblici si sono riversati e si riversano sulle imprese. Una ragione in più per rovesciare le politiche liberiste centrare sul mercato per imporre invece
il primato del pubblico sul privato e del bene comune rispetto al profitto. Il pubblico deve assumere la guida dell’economia e avviare una vera riconversione ecologica valorizzando e riqualificando il lavoro e le professionalità esistenti, per innovare le produzioni in essere e creare quelle nuove, necessarie , mettendo al centro il lavoro, i diritti, le persone e l’ambiente.
Nessun posto di lavoro deve essere perduto.

Antonello Patta Responsabile nazionale lavoro
Paolo Benvegnu' segretario regionale del Veneto
Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

Antonello Patta* -

Gli applausi a scena aperta con cui il consiglio dei ministri ha accolto l’illustrazione della manovra di bilancio sono i sintomi più chiari dell’unità delle forze politiche sulla linea neoliberale rappresentata oggi in italia al massimo livello da Draghi. Ritorno anticipato, perfino rispetto a quanto richiesto dall’Europa, a una ferrea disciplina di bilancio nel rispetto dei vincoli di Mastricht, priorità al taglio delle tasse rispetto alla sostenibilità sociale, progressiva eliminazione di tutti i vincoli al mercato del lavoro e nessun intervento pubblico sull’occupazione in nome del primato del libero mercato, attacco al pubblico e rilancio delle privatizzazioni nel nome dei principi cardine della concorrenza e della competitività. Sono alcuni delle linee di fondo riscontrabili in tutti i documenti di economia e finanza varati dal governo nell’ultimo anno.

Una Manovra già scritta…
La condivisione dei saldi di bilancio della manovra prefissati e indiscutibili da parte di tutti i partiti al governo mostra chiaramente come assomiglino a un farisaico gioco delle parti, un teatro tutto a fini di consenso elettorale, le richieste di aumenti avanzate dai sodali di governo su uno o l’altro dei capitoli di spesa.
Tutto era già scritto a chiare lettere nel momento in cui le forze della maggioranza hanno approvato la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza che conteneva già i saldi di bilancio della manovra chiaramente insufficienti per coprire gli interventi che oggi, come ha evidenziato la pandemia, sarebbero indifferibili: investimenti cospicui su strutture e organici di scuola, sanità e pubblica amministrazione, il pensionamento definitivo della riforma Fornero con aumento delle pensioni attuali e pensioni future dignitose per giovani e donne, un vero reddito di cittadinanza sottratto ai vincoli che ne fanno uno strumento di precarizzazione del lavoro, un sistema fiscale progressivo che riporti nelle tasche di lavoratori dipendenti e pensionati i 200 miliardi trasferiti ai ricchi negli ultimi decenni.
Cosa ancor più grave è che questo sia avvenuto riducendo al 9,4 il deficit del 2021 rispetto all’11,8% programmato e non messo in discussione dalla UE: si è cioè rinunciato a spendere più di 40 miliardi che avrebbero potuto rispondere a domande sociali ineludibili rinvigorito i consumi e quindi giovato a tutta l’economia.
Lo si è fatto nonostante proprio in corso d’anno sia stato dimostrato che la spesa pubblica, e non la riduzione delle tasse e i tagli, fanno crescere l’economia e ridurre il debito: il debito previsto per il 2021 al 159%, grazie alla notevole entità della spesa pubblica nel 2021, si è attestato nelle previsioni della Nadef al 153%.
L’adesione di tutta la compagine di governo al pensiero unico neoliberista con l’accettazione delle gravissime conseguenze sociali e la miopia sugli effetti per l’economia del paese è confermata dal fatto che è stato ratificato un rientro accelerato nei parametri dei patti europei nonostante la previsione condivisa che con queste limitazioni di bilancio nel 2023 la crescita italiana si attesterà molto al di sotto di quella europea e lontanissima da quella mondiale.

….Che non risponde alle domande sociali
Per quanto riguarda la manovra di bilancio il giudizio non può che essere pesantemente negativo sia sul piano dei contenuti sia per quanto riguarda le valutazioni che ne hanno fatto i diretti protagonisti.
E’ una manovra che non dà nessuna risposta strutturale al disagio sociale e alle povertà diffuse, alla necessità di investimenti nella scuola, nella sanità e nella pubblica amministrazione, al problema della precarietà, della disoccupazione e dei bassi salari, esaspera le iniquità di un fisco ingiusto.
L’esame del Parlamento potrà produrre modifiche di aspetti secondari, all’interno di un budget limitato già definito ma non inciderà significativamente sulle questioni di maggior interesse sociale: fisco, pensioni, reddito di cittadinanza.

IL fisco
La legge è segnata pesantemente dalla priorità data al taglio delle tasse che è da sempre una bandiera delle destre e di confindustria a scapito della tenuta dei conti pubblici e delle misure di tipo sociale; un “ricco antipasto alla delega fiscale” gongola il giornale di Confindustria. Si spiega cosi l’enfasi data dal presidente del consiglio al fatto che il taglio delle tasse pesa per il 40% per cento della manovra e salirà a 40 miliardi nei prossimi 3 anni. A guadagnare saranno soprattutto ancora una volta le imprese con una riduzione dell’Irap di cui è già stata prevista l’eliminazione nella delega fiscale, un regalo di 12 miliardi, a tanto equivale quella pagata dai privati.. Lontana dalle intenzioni del governo qualsiasi ipotesi di revisione del fisco in senso progressivo a vantaggio dell’insieme di lavoratori dipendenti e pensionati e di introduzione di prelievi su grandi ricchezze e patrimoni. Per quanto riguarda il lavoro le proposte su cui discuterà il parlamento sono diverse, ma quella che raccoglie le maggiori adesioni tra i partiti, indicata anche dal documento d’indirizzo delle commissioni finanze è quella della sola riduzione dell’aliquota del 38% applicata oggi ai redditi tra 28 mila e 55 mila euro all’anno; meno probabili anche se non del tutto esclusi interventi che agiscono sulle detrazioni piuttosto chesul bonus 80 euro.

Le pensioni
Scandaloso il capitolo sulle pensioni. Quota 102 varrà solo per l’anno prossimo, l’età per andare in pensione è aumentata da 62 a 64 anni e dal 2023 tornerà pienamente in vigore la riforma Fornero con l’età minima a 67 anni e tutte le misure che spingono ad allungare senza fine la vita lavorativa. Un vero e proprio imbroglio che secondo un’analisi della fondazione Vittorio permetterebbe l’uscita cosiddetta anticipata a meno di 10 mila lavoratrici e lavoratori. Per quanto riguarda le donne l’età per andare in pensione con opzione donna si allunga da 58 a 62 anni restando sempre 35 gli anni di contributi richiesti e le forti penalizzazioni dell’assegno pensionistico. Niente si dice sulle future pensioni dei giovani attualmente al lavoro.
Al danno si aggiungono le parole offensive di Draghi quando dichiara che però dal 2023 si potrà discutere di riforma delle pensioni, cosa che ridicolmente la Lega attribuisce a proprio merito.

Il reddito di cittadinanza
Le misure sul reddito di cittadinanza inserite dal governo Draghi nella manovra di bilancio stanno nel solco della progressiva trasformazione dell’welfare in workfare, il modello di matrice neoliberale che condiziona il reddito all’accettazione di un lavoro qualsiasi, anche precario, a breve termine, sottopagato. Le cifre stanziate sono del tutto insufficienti rispetto alla platea 1,7 milioni di famiglie, 3,8 milioni di persone, attualmente sostenute dal reddito di cittadinanza; infatti sono previste restrizioni ( da chiarire) sui requisiti per l’accesso che ridurranno la platea degli aventi diritto, sono previste riduzioni dell’assegno dopo 6 mesi o in caso di rifiuto della prima offerta di lavoro e si riducono da tre a due il numero delle offerte congrue rifiutabili dalle persone in carico. Da tenere presente che non è mai stato chiaro cosa sia un offerta di lavoro congrua, lasciando ampi margini di arbitrarietà a svantaggio del lavoratore e che la seconda offerta di lavoro non rifiutabile pena la decadenza del reddito può obbligare le persone a spostarsi su tutto il territorio nazionale. Questo avviene anche perché i nostri apprendisti stregoni si sono accorti che il sistema architettato, nella versione grillina della legge, per costringere a un lavoro qualsiasi non funzionava per il semplice motivo che in molte parti d’Italia, specie al sud non si arrivava mai a ricevere tre proposte di lavoro. E naturalmente non c’è nessuna intenzione di avanzare il piano del lavoro che sarebbe necessario perché questo confliggerebbe con le sacre leggi del mercato. Da sottolineare l’aumento del ruolo delle agenzie private rispetto ai centri per l’Impiego.
Anche con queste misure prosegue dunque il percorso di attacco ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori per renderli sempre più ricattabili nella prospettiva di una completa subordinazione del lavoro al capitale. La lega e le destre brindano, gli alleati di governo, Pd e 5 stelle, non si stracciano le vesti.
Una manovra da respingere con la lotta
Nella manovra troviamo tante altre voci di spesa che vanno nei rivoli più diversi spesso ripercorrendo lo strumento disorganico dei bonus anche in relazione alle attività di lobbing di partiti e poteri economici che andranno analizzate in rapporto al dibattito parlamentare. Alcune concorrono sfacciatamente a dare il segno della direzione di marcia di questo governo. Si va dall’eliminazione del cashback inviso alle destre contrarie da sempre a ogni strumento che possa far emergere evasione e illegalità al rinvio di un altro anno delle tasse su bevande zuccherate e plastica monouso; Ma più in generale è confermato un grande trasferimento di risorse alle imprese cui vanno diversi miliardi per stimolare l’innovazione, o la transizione climatica e addirittura la proroga per un anno del superammortamento per beni strumentali tradizionali.
Di fronte a queste scelte il sostegno convinto delle sedicenti sinistre di governo e la riedizione da parte delle confederazioni sindacali di una posizione simile a quella tenuta nei confronti dell’approvazione della legge Fornero rischiano di produrre effetti sociali catastrofici.
L’unica risposta all’altezza della sfida del momento è il rilancio di un vasto e unitario movimento di lotta a partire dallo sciopero generale nazionale.

*responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Manovra di bilancio: Sciopero generale subito!

Basterebbe la decisione del governo sulle pensioni per scendere in lotta chiamando lavoratori e lavoratrici, pensionate/i, privati e pubblici dipendenti, studenti, i giovani, le donne, i precari dei subappalti, della logistica e delle piattaforme allo sciopero generale.
Quota 102 varrà solo per l’anno prossimo, l’età per andare in pensione è aumentata da 62 a 64 anni e dal 2023 tornerà in vigore la riforma Fornero con l’età minima a 67 anni e tutte le misure che spingono ad allungare senza fine la vita lavorativa. Un vero e proprio imbroglio che secondo un’analisi della fondazione Vittorio permetterebbe l’uscita cosiddetta anticipata a meno di 10 mila lavoratrici e lavoratori.
Al danno si aggiungono le parole offensive di Draghi quando dichiara che però dal 2023 si potrà discutere di riforma delle pensioni, cosa che ridicolmente la Lega attribuisce a proprio merito.
Ma c’è di molto di più; c’è il varo di una manovra che non dà nessuna risposta al disagio sociale e alle povertà diffuse, alla necessità di investimenti nella scuola, nella sanità e nella pubblica amministrazione, al problema della precarietà, della disoccupazione e dei bassi salari, esaspera le iniquità di un fisco ingiusto.
Apprezziamo l’iniziativa del comitato centrale della Fiom di prevedere un pacchetto di 8 ore di sciopero di cui definire l’utilizzo, del tutto condivisibili le durissime critiche sulla manovra del governo; ma proprio per questo dobbiamo dire che da sole 8 ore non rispondono all’altezza della sfida di fronte alla pervicace volontà di governo e padroni di completare la ristrutturazione del sistema paese in senso neoliberista a scapito dei diritti delle persone.
Di fronte a tanta arroganza è chiaro che solo una ripresa generalizzata delle lotte potrà contrastare la prevalenza nelle politiche del governo degli interessi delle imprese e più in generale la priorità dei profitti e delle logiche di mercato rispetto al lavoro e ai diritti delle persone; nell’immediato, l’unica risposta è lo sciopero generale nazionale.

Sciopero generale subito

Maurizio Acerbo segretario nazionale
Antonello Patta responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Il governo Draghi contro le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati: Sciopero generale!

Mario Draghi è sempre stato un nemico della classe lavoratrice e i fatti lo confermano.

L’incontro governo- sindacati si è concluso con la totale chiusura di Draghi a qualsiasi proposta di riforma delle pensioni che non sia il ritorno alla legge Fornero. Scelta che Salvini, al di là del fumo ad uso dei media, ha già accettato discutendo solo dei tempi per chiudere l’eccezione di quota cento e ripristinare l’unica legge tuttora vigente.
Lo stesso vale per il Pd e i 5 stelle che da tempo hanno accettato una legge che fissa l’età pensionabile a 67 anni, spinge ad allungare la vita lavorativa, discrimina i redditi più bassi e precari, limitandosi alla richiesta di proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna che penalizza fortemente l’assegno pensionistico.
Del resto il Pd non può smentire sestesso essendo tra i padri di questa Legge avendola sostenuta nel governo Monti.
Muro di Draghi anche alle richieste dei sindacati di entrare nel merito delle risorse disponibili per ammortizzatori sociali e fisco del tutto insufficienti, specie le ultime e, a meno di modifiche in parlamento, destinate in gran parte alle aziende a discapito ancora una volta di lavoratori dipendenti e pensionati.
Non va meglio per il reddito di cittadinanza per il quale da una parte si stanziano risorse che ridurranno il numero degli attuali beneficiari, dall’altra si inaspriscono i requisiti e i vincoli per ottenerlo accentuando il carattere di strumento al servizio della precarizzazione del lavoro.
Con questa manovra di bilancio si conferma la linea neoliberista di Draghi che mentre accelera i tempi del ritorno all’austerità, continua a erogare risorse alle imprese e non investe sul lavoro, sul pubblico e sul sociale come sarebbe necessario, al di là degli aspetti morali, anche per far crescere i consumi e di conseguenza tutta l’economia.

Il governo cerca di dividere le generazioni mentre è evidente che il conflitto è di classe: rivendichiamo salari non da fame, fine precarietà, reddito per tutte/i, diritto alla pensione.

Altrochè patto sociale! L’unica strada per fermare le politiche di un governo nemico delle lavoratrici e dei lavoratori è l’avvio di una nuova grande stagione di lotte che unisca tutti i ceti popolari a partire dallo sciopero generale nazionale. La Cgil non faccia l'errore dei tempi di Monti, lanci la mobilitazione come nel 2003 per l'articolo 18.

Sabato 30 ottobre saremo in piazza a Roma con movimenti contro il G20 e il governo dei padroni (concentramento ore 15 a Piramide).

Tifiamo rivolta contro il governo dei padroni.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

di Antonello Patta -

Scenari. Il Def non utilizza le risorse per investire in assunzioni indispensabili per scuola, sanità,
servizi pubblici, ricerca con ricadute positive su pil, entrate fiscali e riduzione del debito
Il parlamento ratifica ancora una volta lo svuotamento del proprio ruolo approvando la risoluzione di maggioranza sulla nota di accompagnamento al Def, limitandosi a chiedere al governo generici impegni che non potranno essere assolti proprio in virtù del fatto che si è votato anche il rispetto delle compatibilità con gli obiettivi di finanza pubblica indicati nella Nadef 2021 In essa il governo ha fissato la scelta di ridurre il deficit del 2021 dall’11,8% programmato, e accettato in sede europea, al 9,4%, 2,4 punti in meno che valgono circa 43 miliardi di mancate spese che si sarebbero potuti aggiungere ai 22 miliardi ora disponibili.
SI È IN PRATICA deciso consapevolmente di mettere in competizione tra loro possibili destinazioni delle risorse, quali la rivalutazione delle pensioni in rapporto all’inflazione, un intervento più serio sulle bollette, il finanziamento del reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni, le spese per scuola, sanità e così via dicendo. Una scelta dunque che lascerà insoddisfatte molte aspettative che verranno messe a tacere col ritorno del refrain “I soldi non ci sono”.
Ma Draghi e il ministro delle finanze, oramai gli unici decisori delle politiche economiche del paese, non si sono fermati qui, ma sempre con il varo della Nadef (nota di adeguamento del decreto di economia e finanza) hanno ottenuto la ratifica della scelta, fatta col Def ad aprile, di fissare il deficit programmatico per il 2022 al 5,6%, un livello più basso di altri paesi europei col risultato di avere da un anno all’altro una riduzione delle risorse disponibili di circa 120 miliardi. Non si è voluto nemmeno tenerlo più alto come la Spagna che nel nostro caso avrebbe significato la disponibilità di ulteriori 36 miliardi.

Il governo in questo modo ha precostituito volutamente una condizione di scarsità delle risorse, che non era obbligata, e che determinerà una riduzione di spesa con conseguenze economiche e sociali gravissime, attuata senza che nel parlamento e sui media si siano alzate voci di dissenso ne dalla maggioranza né dall’opposizione.
AL CONTRARIO PARTITI al governo, giornali e tv a reti unificate sono così uniti nell’esaltazione enfatica di una ripresa economica e di un futuro di rilancio del paese resi possibili dalle qualità del presidente del consiglio da non valutare come avrebbero dovuto le conseguenze economiche negative leggibili lì nero su bianco nel documento votato: L’Italia nel 2023 avrà una crescita del Pil solo di 1,1% rispetto al 2019 anno prima della pandemia mentre nel mondo la crescita viaggerà a più 5,6% e in Europa intorno al +3% medio.

È impressionante che queste decisioni siano arrivate nonostante nel 2021 si sia potuto toccare con mano il fatto che il debito si riduce aumentando gli investimenti (non l’aveva detto anche Draghi?) e non come si è pervicacemente, e inutilmente fatto per decenni riducendo le spese. Grazie agli investimenti e alle spese apparentemente improduttive permesse da un deficit storico infatti nel 2021 si è avuta una crescita inattesa del 6% e il debito nazionale che nel documento di economia e finanza di aprile era stato previsto al 159, 8% si attesta nelle stime del governo di ottobre al 153,5%.
Non è difficile immaginare gli effetti positivi sul debito e sulla crescita futura se si fossero spesi tutti i miliardi in più di risorse disponibili.

Allora perché il governo non ha approfittato dell’inedita possibilità di confermare l’indebitamento del 2021 all’11,8% previsto e ha perseguito l’obiettivo del 9,4% ottenuto per due terzi attraverso una riduzione netta delle spese rispetto a quanto previsto in aprile? Perché di nuovo riducendo anche il deficit previsto per il 2022 sono state sprecate occasioni importanti per rimettere l’Italia su un percorso che avrebbe allineato la crescita a livelli europei e avviato il paese sulla strada di un risanamento duraturo dei conti pubblici?
PERCHÉ NON SI SONO utilizzate le risorse per investire nelle assunzioni indispensabili per rilanciare la scuola, la sanità, i servizi pubblici, la ricerca che com’è noto hanno immediate ricadute positive sul pil e quindi sulle entrate fiscali accelerando ulteriormente la riduzione del debito?
E non si dica che la colpa è dell’Europa. Il nostro presidente del consiglio, acclamato come il successore della Merkel, avrebbe potuto benissimo convincere, dati alla mano i partners della possibilità di ridurre il debito mantenendo la spesa pubblica a livelli più alti, almeno quanto altri paesi europei.

LA VERITÀ È CHE SIAMO, in tutta evidenza, di fronte a una linea ben precisa di Draghi e di questo governo che hanno scelto consapevolmente di anticipare di un anno, dal 2022 al 2021 la riproposizione di politiche di austerità e poi proseguire sulla stessa via con la riduzione esagerata del deficit del 2024 fissato al 3% e non per esempio, come sarebbe stato possibile, al 5 o al 6%. Ad aggravare il quadro dei conti pubblici futuri concorrono altri due scelte che vedono uniti i partiti al governo: in primo luogo un progetto di riforma fiscale che non solo non migliora, ma peggiora il sistema attuale, probabilmente spostando ancora una volta la distribuzione del carico fiscale a vantaggio delle aziende, dei ricchi e della speculazione immobiliare, si veda l’eliminazione dell’Irap, alla riforma del catasto, alla sottrazione alla base imponibile dell’Irpef di ricchezze soggette alle varie tasse piatte; in secondo luogo continua a esser negata qualsiasi intenzione di tassare le grandi ricchezze su qualsivoglia versante.
La spiegazione di tutto ciò pur tenendo conto anche dell’ideologia monetarista del banchiere Draghi, non può che essere trovata nella volontà di utilizzare l’argomento della scarsità di risorse a fini di disciplinamento sociale e di adeguamento di tutto il sistema ai principi dell’ordoliberismo.

TUTTE LE SCELTE del governo vanno in questa direzione: lo sblocco dei licenziamenti, la normalizzazione brunettiana della pubblica amministrazione, l’affidamento dell’Itavia a un discepolo di Marchionne, l’utilizzo dei fondi del recovery fund per ristrutturare il sistema produttivo aumentando la precarietà e il comando sul lavoro, la scelta di non intervenire positivamente su salari, occupazione e leggi della precarietà, il varo di una riforma sulla concorrenza destinata a privatizzare l’acqua e tutto ciò che di pubblico è rimasto, e si potrebbe continuare.
Si torna all’antico, si precostituisce artificialmente una condizione di risorse scarse, questa volta per responsabilità nazionale, per poi utilizzare a piene mani la narrazione che i soldi non ci sono al fine di mettere un freno alle rivendicazioni e alle lotte continuando così ad aprire spazi alle destre per alimentare la guerra tra poveri.

PRATO: OPERAI PICCHIATI CON MAZZE DA BASEBALL. NO AL FASCISMO AZIENDALE.
AGGRESSORI A PIEDE LIBERO: DOPO ADIL VOLETE UN ALTRO MORTO?
NEL 2021 SQUADRACCE CONTRO I LAVORATORI COME CENTO ANNI FA.

Due giorni fa, lunedì 11 ottobre, a Prato lavoratori della Dreamland in sciopero contro le condizioni di lavoro disumane imposte dall’azienda sono stati pestati da un manipolo di figuri armati di mazze da baseball e bastoni. Tra i lavoratori feriti uno versa in gravi condizioni e ci auguriamo possa riprendersi quanto prima.
Nella stessa azienda l’ispettorato del lavoro intervenuto dietro denuncia di uno dei lavoratori pestati aveva riscontrato gravissime irregolarità come lavoro nero, turni di 12/14 ore, mancanza di diritti e tutele.
È inconcepibile che nel 2021 un’azienda non solo possa continuare a produrre dopo sanzioni irrisorie, ma utilizzi squadracce di mazzieri contro i lavoratori che denunciano condizioni di sfruttamento che oltraggiano la dignità umana e sono frequentemente all’origine di incidenti e morti sul lavoro.
Fatto ancor più grave, ai limite dell’incredibile, è che la polizia presente abbia assistito all’arrivo del gruppo di picchiatori e al pestaggio senza nemmeno provare a intervenire per fermare l'aggressione.
A due giorni di distanza gli aggressori non sono stati ancora identificati e arrestati.
Il fatto allarmante è che non siamo di fronte a un caso isolato perché le dinamiche viste alla Dreamland sono le stesse di cui operai inermi sono stati recentemente vittime alla Fedex e alla Texprint.
Si ripetono episodi di aziende che fanno ricorso a mazzieri contro i lavoratori in lotta. Questo ritorno del fascismo aziendale va fermato.
Non è tollerabile quanto accaduto. A Prato c'è il far west e le istituzioni si girano dall'altra parte per non disturbare una filiera produttiva che si fonda sull'ipersfruttamento.
Dove sono il Prefetto e il Questore? Perchè i responsabili dell'aggressione non sono stati ancora arrestati?
Sembra di riprecipitare indietro a un secolo fa quando i manipoli fascisti al servizio di agrari e industriali imperversavano impunemente incendiando camere del lavoro e aggredendo lavoratori e lavoratrici in sciopero mentre le forze dell’ordine stavano a guardare.
Il governo è doppiamente colpevole. Per un verso lascia in vita leggi che producono precarietà e sfruttamento e mettono lavoratrici e lavoratori in condizioni tali di ricattabilità da indurli ad accettare condizioni di illegalità che confinano nel caso dei migranti nel lavoro schiavistico. Per l’altro non solo garantisce l’impunibilità sostanziale delle imprese mantenendo insufficienti le strutture e il personale addetto ai controlli e sanzioni inadeguate, ma interviene con la repressione, spesso brutale, delle lotte mentre tollera le squadre punitive dei padroni.
Questo governo come quelli che l’hanno preceduto considera bassi salari, precarietà, assenza di diritti, insicurezza nei luoghi di lavoro, repressione delle lotte condizioni indispensabili per la competitività delle imprese e intende continuare a farsi garante del primato dei profitti.
Poi quando ci scappa il morto come è accaduto al compagno del SiCobas Adil Belakhdim durante la vertenza FedEx, o le morti sul lavoro fanno notizia, tocca assistere alle farisaiche promesse dei rappresentanti del governo.

Cosa aspetta il governo a intervenire a Prato?

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Per la prima volta l’11 febbraio si terrà uno sciopero nazionale convocato unitariamente da tutte le sigle del sindacalismo di base contro le politiche neoliberiste del governo e una ripresa costruita a suon di licenziamenti, ulteriore precarizzazione del lavoro, aumento dello sfruttamento e della devastazione sociale.

Sosteniamo l’iniziativa perché segna un primo passo verso l’unificazione e la generalizzazione delle lotte resa urgente dalla drammaticità della situazione economica e sociale e perché condividiamo pienamente i contenuti della piattaforma avanzata

La gestione della pandemia ha accentuato le conseguenze di trent’anni di attacco al lavoro e ai ceti popolari fatto di riduzione dei salari, aumento della precarietà tagli alla sanità, alla scuola, ai servizi e a tutte le protezioni sociali. L’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle marginalità sociali fotografano una situazione sociale in grandissima sofferenza.

Il commissario dell’UE Draghi aveva l’occasione di utilizzare le risorse del Recovery fund per rafforzare il pubblico colmando le carenze enormi sia di personale che di strutture della scuola, della sanità e dei servizi, dare risposte positive ai temi della disoccupazione, dei bassi salari e delle pensioni da fame ora attaccati anche dalla ripresa del carovita, del bisogno di case popolari, delle disuguaglianze di genere, generazionali e territoriali.

Invece il governo non solo eroga valanghe di miliardi alle imprese per sostenere ristrutturazioni a spese dei lavoratori, ma, con lo sblocco dei licenziamenti, l’uscita dal contratto nazionale di Itavia, il mancato contrasto alle delocalizzazioni, l’affidamento a Brunetta della “riforma” della pubblica amministrazione mostra di voler completare l’adeguamento del sistema alle logiche del mercato e al primato dei profitti.

La volontà dei partiti al governo è resa chiarissima dal ritorno a politiche di austerità volutamente predeterminate con gli strumenti finanziari e con una riforma fiscale a somma zero per mettere in conflitto tra loro le domande di rivalutazione delle pensioni e dei salari rispetto al carovita, l’estensione degli ammortizzatori sociali, il reddito di cittadinanza, il bisogno di investimenti nella scuola, nella sanità e nei servizi.

È il momento della lotta! No al patto sociale di Draghi e Bonomi che serve solo a impedire la ripresa delle mobilitazioni per fermare le politiche neoliberiste e avviare una nuova fase di cambiamenti in direzione di un modello economico e sociale fondato sul lavoro e sulla cura delle persone e dell’ambiente.

Prima le persone non i profitti.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Care compagne e compagni,

Le lotte in corso, dalla Gkn alla Whirlpool ad Alitalia/Itavia riportano all'attenzione del Paese l'attacco all'occupazione e ai diritti dei lavoratori conseguenza delle politiche neoliberiste sostenute con lo sblocco dei licenziamenti, le ristrutturazioni a spese dei lavoratori e delle lavoratrici coi soldi pubblici, la non volontà di intervenire seriamente contro le delocalizzazioni.
Tutto ciò mentre con gli aumenti delle bollette e dei generi di prima necessità colpiscono duramente tutti gli strati popolari.
C'è la necessità impellente di intensificare e allargare le lotte. Lo sciopero dell'11 ottobre dei sindacati di base, una novità a cui guardare con attenzione, è un primo passo nella direzione giusta. È nostro compito intervenire dovunque, tra i lavoratori, nelle Rsu, nei sindacati col fine della generalizzazione delle lotte.

Utilizziamo la settimana che precede lo sciopero dell'11 per una campagna nazionale sui temi del lavoro e del caro vita.

In allegato, il volantino f/r.

Fraterni saluti

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE
Antonello Patta, segreteria nazionale, responsabile nazionale Lavoro PRC-SE

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